UN BRANO DELLA MAXIMUM ILLUD
Missionario di Cristo, non della propria nazione
Un brano della Maximum ilud
Nostra traduzione
Sarebbe certo deplorevole se vi fossero dei missionari così dimentichi della propria dignità da pensare più alla loro patria terrena che a quella celeste; e fossero preoccupati più del dovuto di dilatarne la potenza e di estenderne anzitutto la gloria.
«Sarebbe certo deplorevole se vi fossero dei missionari così dimentichi della propria dignità da pensare più alla loro patria terrena che a quella celeste; e fossero preoccupati più del dovuto di dilatarne la potenza e di estenderne anzitutto la gloria. Sarebbe questa la più triste piaga dell’apostolato che paralizzerebbe nei banditori del Vangelo ogni zelo per le anime e ne diminuirebbe l’autorità presso la gente. Infatti gli uomini per quanto barbari e selvaggi capiscono piuttosto bene che cosa cerchi per sé e cosa chieda loro il missionario, e col fiuto riconoscono con grande sagacia se egli desideri qualcos’altro che non sia il loro bene spirituale. Poniamo che egli per certi versi non sia libero da propositi terreni e che non si comporti sempre da uomo apostolico, ma sembri adoprarsi anche per gli interessi della sua patria: tutta la sua opera risulterà subito sospetta per la popolazione, che facilmente sarà indotta a credere che la religione cristiana sia qualcosa che appartiene a una qualche nazione straniera, abbracciando la quale religione uno sembra mettersi sotto la tutela e il potere di un altro Paese e sottrarsi alla legge del proprio. Davvero ci recano grande dispiacere quelle riviste missionarie diffuse in questi ultimi anni che manifestano non tanto il desiderio di dilatare il regno di Dio quanto di allargare l’influenza del proprio Paese: e ci meravigliamo che non ci si preoccupi di come queste cose allontanino l’animo dei pagani dalla santa religione. Non agisce così il missionario cattolico degno di questo nome: egli al contrario, tenendo sempre a mente che è un inviato non della propria nazione ma di Cristo, si comporta in modo che tutti lo riconoscano senza possibilità di dubbio come ministro di quella religione che, abbracciando tutti gli uomini che adorano Dio in spirito e verità, non è straniera ad alcuna nazione e “in cui non c’è né greco né giudeo, né circoncisione né incirconcisione, né barbaro né scita, né schiavo né libero: ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).
A un’altra cosa deve fare molta attenzione il missionario: a non voler acquisire che anime. Ma su questo non c’è bisogno di dire molto. Infatti chi fosse avido di guadagno come potrà pensare unicamente alla gloria divina, come dovrebbe, e essere pronto a dare ogni cosa, finanche la vita, per promuoverla conducendo altri alla salvezza? Si aggiunga che in tal modo costui verrebbe a perdere molta della sua autorità presso gli infedeli specialmente se, come è facile che accada, il desiderio del guadagno fosse già diventato vizio di avarizia; infatti non c’è niente di più spregevole di fronte agli uomini né di più indegno di fronte al regno Dio dell’abietta avarizia. Il buon propagatore del Vangelo seguirà anche in questo con grande zelo l’Apostolo delle genti che non solo esortò così Timoteo: “Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci” (1Tm 6,8), ma tenne in così gran conto un atteggiamento disinteressato che, pur dentro un’attività incessante, si procacciava il necessario col lavoro delle sue mani».
(Nostra traduzione)