Intervista con il cardinale Cormac Murphy-O’Connor
Un concilio ecumenico pancristiano
«Sono convinto che fra non molto ci saranno le condizioni perché il Papa possa presiedere un incontro pancristiano, una specie di riunione conciliare… Credo che questo Papa, Giovanni Paolo II, potrebbe pensare di farlo». Intervista con il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster
di Stefano Maria Paci

Il cardinale Murphy-O’Connor
Eminenza, il mese scorso, parlando alla Conferenza nazionale dei preti, ha detto: «Il cristianesimo sta quasi per svanire, in Gran Bretagna». È così?
CORMAC MURPHY-O’CONNOR: Sì, l’ho detto. Ma non ho detto ai miei sacerdoti di essere pessimisti, cosa di cui invece sono stato accusato. Al contrario, ho detto che la situazione della Chiesa cattolica in Inghilterra ha molte opportunità.
Però…?
MURPHY-O’CONNOR: Però viviamo in un clima in cui le cose nelle quali la gente, e anche i cattolici, crede, vengono dettate dall’esterno. In pochi decenni la situazione è radicalmente cambiata, e pochi se ne accorgono. Viviamo in un tempo in cui prevale un tacito ateismo. Anche solo cinquanta anni fa in Inghilterra il background del popolo era cristiano. Tutti erano battezzati, tutti avevano imparato il Padre Nostro e le preghiere. La vita delle persone si muoveva su uno sfondo che sapeva che Cristo era vivo e presente. Ma oggi? La maggioranza della gente non ha più questa coscienza. Non è che ha rifiutato il cristianesimo, semplicemente non gli viene più proposto. Siamo in una nuova situazione. Un tempo completamente nuovo per tutti i cristiani, e specialmente per i cattolici. Che si stanno adattando a una cultura aliena. Siamo in una situazione di missione. È importante rendersene conto.
In realtà questo suo grido di allarme ha stupito molti.
MURPHY-O’CONNOR: Già. È come se avessi toccato un nervo scoperto. Dicendo che il cristianesimo ha oramai pochissima influenza sulla gente e sulla società, ho suscitato nei giornali una ondata di reazioni di commento. Non me l’aspettavo, sono rimasto davvero sorpreso. Ma mi sono anche reso conto che c’è tanta gente in Inghilterra che ha desiderio di qualcosa, di Qualcuno, che gli permetta di giudicare: giudicare se stessi, giudicare la propria vita e le proprie scelte. Se non c’è il cristianesimo, cosa gli rimane?
Cosa resta, in una società, se scompare il cristianesimo?
MURPHY-O’CONNOR: Resta un relativismo in cui ognuno ha la sua verità. È un mondo senza padre. Un mondo dove non c’è più nessuno che possa dire «questo è giusto, questo è sbagliato». Un mondo in cui non c’è più nessuno che ti possa dire «sei perdonato». Un mondo disperato.
La situazione attuale la inquieta?
MURPHY-O’CONNOR: Siamo in un tempo completamente nuovo per i cristiani, per il cristianesimo. Se in una comunità non c’è nessuna certezza che può essere condivisa da tutti, qual è la speranza per ciascuno?
Eppure c’è una verità – lo ricorda anche Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor – che tocca tutti, che convince ognuno, non solo i cristiani. C’è una verità che è riconoscibile da ogni uomo, perché è situata nel cuore della natura umana. C’è una verità riconoscibile dalla ragione, perché siamo stati tutti creati da Dio.
«Un tempo completamente nuovo per i cristiani», ha detto. Sono quasi le stesse parole che ha usato uno scrittore francese, Charles Péguy. Lei lo conosce?
MURPHY-O’CONNOR: Sì, certo. Péguy ne ha parlato prima della Grande guerra. Oramai è uno scrittore quasi dimenticato, ed è un peccato.
Von Balthasar ha detto di Péguy che «non si era mai parlato così cristiano».
MURPHY-O’CONNOR: Davvero? Non lo sapevo. Bella definizione. Péguy aveva una capacità di penetrazione del reale davvero rara. Aveva una percezione profonda dell’avvenimento cristiano.
Péguy cercava di scrutare il futuro della Chiesa. Anche io spesso mi chiedo quale sarà, in questo nuovo millennio, la situazione della Chiesa, non solo in Inghilterra, ma in tutta Europa. Quale sarà il volto della Chiesa nei prossimi cinquant’anni? È difficile pronosticarlo. Ma ricorda cosa dicono gli Atti degli Apostoli, capitolo II? I primi cristiani ascoltavano assiduamente la testimonianza degli apostoli, vivevano insieme, partecipavano all’eucarestia, pregavano. Un senso di timore di Dio era in tutti.
Ecco, credo che riemergeranno con forza questi elementi della Chiesa del passato, i fondamenti su cui è nata la Chiesa dei primi secoli: la preghiera umile, la liturgia, la vita in comunità, anche piccole, la lettura del Vangelo e l’ascolto di testimonianze che permettano di fare connessioni con la propria vita quotidiana. Nasce così l’attenzione ai poveri, che sono il vero tesoro della Chiesa.
Karl Rahner una volta disse che la tradizione non è semplicemente aderire ai fondamenti della fede, ma anche tornare a una maggior semplicità. Io non sono molto preoccupato del numero dei cattolici: siano dodici, dodici milioni o un miliardo e duecento milioni, in fondo non importa tanto. Non è quello il problema. Il vero problema è la profondità della fede dei cattolici!
La fede viene meno e di questo non ci si accorge…
MURPHY-O’CONNOR: Credo che la crisi attuale, nella Chiesa, non sia la crisi di alcuni elementi. Non lo è mai stata. La crisi della Chiesa è una crisi della fede. Mi sembra che il clima che si respira nella società, specialmente in Europa e nell’Occidente, ostacoli la nascita di una profonda fede. Una volta il cardinale Joseph Ratzinger mi disse che si sta andando verso «un’attenuazione della fede».
Un’attenuazione della fede? Cosa intendeva dire?
MURPHY-O’CONNOR: Io trovo che sia una splendida espressione per spiegare quello che sta accadendo. Non è che la fede scompare. Semplicemente, si attenua. Diminuisce un po’ la sua realtà. Ha una minore profondità, chiede un impegno minore, è un po’ meno vera. Sembrerebbe cosa di poco conto, “un’attenuazione”. Per me questo è un grande pericolo. Perché se la fede cambia, anche di poco, diventa un’altra cosa.
Lei, in una intervista recente al Catholic Herald, ha sostenuto che il tema della collegialità sarà una delle questioni più importanti dei prossimi cinquant’anni. Non teme che il ruolo del Papa possa venire ridotto?
MURPHY-O’CONNOR: Ridotto? Assolutamente no. Il posto di Pietro è chiaro. La Chiesa è fondata sulla roccia della fede di Pietro. Ma il Papa non è un pastore solitario! La tradizione della Chiesa dice che Pietro è sempre con gli altri undici apostoli. Mai gli undici senza Pietro, mai Pietro senza gli undici. In questo momento non è necessario creare nuovi organismi, ma, per il bene della Chiesa, occorre creare un nuovo modo di confrontarsi. Un nuovo modo di dialogare. Sempre i vescovi con Pietro, sempre Pietro con i vescovi, ma è necessario affrontare o rivisitare il modo in cui è governata la Chiesa sia a livello delle diocesi sia a livello della Chiesa universale.
Del resto, la posizione di Pietro è chiara: il Papa ha la responsabilità di tenere in unione e in verità tutti i vescovi cattolici. E questo è un impegno grave e importantissimo.
Lei è stato uno dei pionieri dell’ecumenismo…
MURPHY-O’CONNOR: Subito dopo il Concilio ecumenico Vaticano II quasi tutti erano ottimisti: l’idea diffusa era che entro venti o trenta anni saremmo stati tutti riuniti. Non solo con i protestanti, ma anche con gli ortodossi e con tutti gli altri. Noi adesso, invece, sappiamo che la strada è molto più lunga.
Ma è un cammino che non si può abbandonare. È solo una faccia della medaglia, quella che mostra il grave disagio, i grandi problemi e gli insormontabili ostacoli in cui siamo. Ma se il percorso del fiume viene talvolta interrotto, l’acqua sotto l’ostacolo continua a scorrere. E ogni tanto, quando si discende il fiume, ci si accampa. Ma poi si riparte.
Lei ha lanciato l’idea di un incontro pancristiano. Un’ipotesi che aveva prospettato nell’ultimo Concistoro. Perché questa proposta?
MURPHY-O’CONNOR: I cristiani sono dappertutto sotto attacco. E io ho fatto questa proposta perché sento in tutte le Chiese e confessioni il desiderio di far parte di un unico cristianesimo. Mi ha colpito l’entusiasmo con il quale il mio suggerimento è stato accolto da parte degli anglicani.
Chi dovrebbe presiederlo, un incontro di questo tipo?
MURPHY-O’CONNOR: Il Papa, certamente, anche se non siamo ancora in comunione totale. Dovrebbe presiederlo non in giurisdizione bensì in amore. E non è una proposta per un futuro remoto: sono convinto che tra non molto ci saranno le condizioni perché il Papa possa presiedere un simile convegno. E l’agenda di questa riunione dovrà essere suggerita da un gruppo pancristiano. Sarebbe un segno per il mondo che i cristiani sanno essere uniti, e nonostante le divisioni hanno una fede comune in Cristo, che è il Signore.
Da come lo descrive sembrerebbe una specie di concilio ecumenico…
MURPHY-O’CONNOR: Effettivamente sì. Sarebbe una specie, un tipo di riunione conciliare. E credo che questo Papa, Giovanni Paolo II, potrebbe pensare di farlo.
A volte gli incontri ecumenici sono caratterizzati da una certa ambiguità. Come si può evitarla in un incontro pancristiano, o concilio ecumenico di questo tipo?
MURPHY-O’CONNOR: È semplice. Cosa dice sant’Agostino? Unità nell’essenziale, libertà nelle cose non essenziali, carità in tutte le cose.
L’unica cosa necessaria è trovare l’unità sulle cose essenziali, cioè su Gesù Cristo. Per tutto il resto, la grande regola è la libertà. Che è già una forma di carità.
Per esempio, è necessario che la Chiesa cattolica e gli altri cristiani possano mantenere le loro tradizioni, che non sono una cosa essenziale alla fede.
Dobbiamo essere uniti sulle cose essenziali: sulla fede, sui sacramenti, sulla liturgia. Ma deve anche esserci, ad ogni livello, una libertà che rispetti la diversità.
Se ci concentriamo non solo sulle discussioni accademiche ma sulla persona di Cristo, che è il Signore degli uomini e del mondo, e sul suo Corpo, che è la Chiesa, allora diventiamo più uniti.

Il cardinale Murphy-O’Connor davanti alla cattedrale di Westminster a Londra
MURPHY-O’CONNOR: Difficile fare un commento. Siamo in una nuova situazione storica. Sono passati oltre dieci secoli, da allora. Credo che non si debba tornare indietro, a prima del IX secolo, ma che si debba giungere ad una situazione parallela a quella, però nel nuovo contesto storico. Ma l’argomento va studiato e approfondito, perché il problema è molto profondo.
Per esempio, c’è una nuova situazione del papato. Perché, anche se non siamo totalmente riuniti, il Papa ha già dei rapporti con gli ortodossi, con i luterani, con gli anglicani. Ogni tanto, per esempio, l’arcivescovo di Canterbury viene a Roma per parlare con il Papa, e così i leader ortodossi e altri. Ed è una situazione che non si era mai verificata prima, nella storia della Chiesa.
Con l’arcivescovo di Canterbury, George Carey, lei ha un ottimo rapporto. E ha spesso accompagnato il suo predecessore, l’arcivescovo Runcie, ad incontrare il Papa. Quanto influiscono, nei rapporti ecumenici, le relazioni personali?
MURPHY-O’CONNOR: Carey è un mio amico. E con Runcie sono stato spesso dal Papa. Abbiamo parlato di molte cose, insieme.
Ma per risponderle, le cito un episodio. Mi ricordo che una volta, uscendo da un incontro nello studio privato di Giovanni Paolo II, siamo scesi insieme, tutti e tre: l’arcivescovo Runcie, il Papa ed io. Giovanni Paolo II a un certo punto si è fermato, ha guardato Runcie e, come sorpreso da una idea, gli ha detto: «Senta, arcivescovo, noi siamo già in una collegialità affettiva. Ed è questa la via per entrare in una collegialità effettiva». Il Papa aveva capito che questi incontri, questo modo di pregare insieme, sono già una forma di collegialità: non effettiva, perché non siamo totalmente uniti, ma affettiva.
Ed è molto importante l’ecumenismo spirituale. Dice un documento del Vaticano II che non c’è ecumenismo senza conversione del cuore. Questo è fondamentale: incontrarsi, pregare insieme, e testimoniarsi a vicenda la fede.
Nel cammino di incontro con gli anglicani, oltre ai problemi dottrinali, c’è il grande ostacolo della situazione dell’Irlanda del Nord. Non era mai accaduto che venissero intenzionalmente colpite delle bambine solo perché frequentano scuole cattoliche.
MURPHY-O’CONNOR: Il conflitto ha cause storiche. Ci sono molti elementi che portano al conflitto, non solo cattolicesimo e protestantesimo. Quello che è successo recentemente è terribile. Ma i problemi sono molto complicati. E non ci si può illudere di risolverli creando un’unica comunità sociale.
Ho speranza perché ci sono altri Paesi in cui popolazioni diverse convivono pacificamente.
In Irlanda del Nord occorre percorrere una strada che conduce alla convivenza: e così, passo dopo passo, si potrà col tempo giungere ad una situazione in cui non ci sarà solo tolleranza, ma anche una certa affettività. Ma la strada è molto lunga.
Dopo il crollo delle Twin Towers ho letto un titolo a tutta pagina su The Guardian: È evidente che Dio non c’è.
MURPHY-O’CONNOR: È stato uno shock per tutti noi. Tra l’altro, centinaia di miei connazionali sono stati uccisi nell’attentato. Ce lo siamo chiesto tutti: «Perché Dio permette queste cose?». Anche capendo tutti i meccanismi politici e sociali, il problema della sofferenza e del male rimane. Quando accade un evento così tragico, noi non sappiamo tutti i perché: c’è un mistero. L’unico senso che noi cristiani sappiamo dare della sofferenza e del male, è che Dio stesso ha sofferto in Gesù Cristo. E noi sappiamo che il male ultimamente non è vittorioso.
Ma come affrontare la situazione attuale? Per noi cristiani è necessario pregare e offrire consiglio e aiuto. Non solo ai sofferenti, ai familiari delle vittime che piangono i propri morti, ma anche ai presidenti e ai leader del mondo che hanno preso e devono continuare a prendere decisioni di importanza enorme. È molto difficile per loro decidere. È una situazione grave per il mondo. E non spetta solo al presidente degli Stati Uniti la decisione: è un problema globale, quello su come dobbiamo confrontarci con il terrorismo. Quale è la giusta reazione in questa circostanza? Non tocca a me prendere decisioni, ma voglio ricordare tutti gli innocenti, i sofferenti che vengono coinvolti in una reazione.
So che lei ha rapporti con il primo ministro Tony Blair. La guerra contro il regime dei talebani che cosa può comportare per le comunità cristiane che vivono nei Paesi arabi?
MURPHY-O’CONNOR: Non mi piace la parola guerra. A New York non è stato commesso un atto di guerra, ma un crimine, un crimine enorme. E quell’atto di terrorismo è stato condannato anche dai Paesi arabi. E allora bisogna dire ai nostri amici musulmani e arabi che siamo tutti fratelli e sorelle, e dobbiamo vivere assieme. In pace. In Inghilterra, subito dopo la strage di New York, sono andato ad incontrare l’arcivescovo di Canterbury, il leader dei musulmani e il rabbino capo. Noi quattro abbiamo poi pubblicato un documento comune. E così quella orribile strage è diventata un’opportunità in cui musulmani, ebrei e cristiani hanno pregato, e continuano a pregare, assieme, per i morti e per la pace.
E, analogamente, questa è un’occasione di unità anche per i leader delle nazioni, specialmente Stati Uniti, Gran Bretagna e gli altri Paesi europei.
Quindi non si tratta di una guerra tra Occidente e islam…
MURPHY-O’CONNOR: No, assolutamente no. È una reazione a un atto di terrorismo, che non è stato compiuto solo contro gli Stati Uniti, ma che minaccia tutti nel mondo. Non è una guerra, e, soprattutto, non è una crociata. Nessuno si permetta di dirlo.