INDONESIA. Parla il vescovo di Ambon, nelle Molucche
Dietro le quinte di una guerra santa
«La cosiddetta guerra di religione è soltanto uno strumento per raggiungere determinati risultati di potere. Ci sono prove che non si tratta di conflitto religioso. Io credo che l’obiettivo non sia tanto colpire i cristiani quanto l’instabilità politica». Incontro con Petrus Canisius Mandagi
di Giovanni Cubeddu

Monsignor Petrus Canisius Mandagi
Lo scoppio di questa guerra di religione nel gennaio ’99 sarebbe dovuto ad un incidente stradale tra un cristiano e un musulmano degenerato in una rissa, e sembrerebbe così il classico cerino in un deposito di benzina, dove le fedi fanno da carburante. Altre fonti narrano di una disputa tra mafie ambonesi, cristiane e musulmane, per il controllo delle bische clandestine nella capitale indonesiana Giacarta (tutt’altro che motivi religiosi, dunque). Altri ancora, nella Segreteria di Stato vaticana, affermano che la causa vada meglio ricercata in “interessi economici” e nella lotta tra “cupole militari”. Di fatto in poco tempo si arriva all’escalation di scontri armati, massacri da entrambe le parti – per lo più compiuti da fazioni islamiche della Jihad contro chiese protestanti olandesi –, distruzioni di chiese e moschee. E persecuzioni. Si contano circa diecimila morti, tra cui molti cristiani.
Questa estate, nella diocesi di Ambon, è trascorsa in una calma relativa, foriera di speranza che le Molucche si riavviassero verso il sereno. Poi è arrivato l’11 settembre. E se gli analisti osservano che in Indonesia le manifestazioni di piazza ostili ad Israele, “grande terrorista” del popolo palestinese, e alla “guerra angloamericana”, non hanno avuto quasi mai la partecipazione popolare di altre battaglie, temono comunque per la fragile pace di fatto di cui gode il popolo (e la Chiesa) delle Molucche.
Petrus Canisius Mandagi è il vescovo del minuscolo gregge cattolico locale. A lui abbiamo chiesto di guidarci dietro le quinte di questo crudele conflitto armato tra gente di diverse fedi.
Le cronache ci informano che nelle Molucche si sta combattendo una guerra di religione. È così?
PETRUS CANISIUS MANDAGI: La cosiddetta guerra di religione è soltanto uno strumento per raggiungere determinati risultati di potere. Ci sono prove che non si tratta di conflitto religioso. Anche adesso, in qualche modo, esistono rapporti tra cristiani e musulmani, specialmente al livello di base, nei commerci quotidiani, ci si incontra nei luoghi debiti, ci si parla telefonicamente. Il popolo è stanco della guerra, la vuole veder finire, capisce ogni giorno di più che c’è chi lo usa per i propri fini politici.
Può essere meno vago nel definire questi fini politici?
MANDAGI: Quando parlo di fini politici, intendo dire potere. A mio giudizio vi sono tre fattori in gioco nel conflitto delle Molucche. Il primo è il gruppo politico che si rifà al l’ex presidente Suharto [il generale che governò l’Indonesia dal 1965 al 1998, ndr]. Questo gruppo crea instabilità nel Paese, Ambon inclusa, suscita conflitti nell’intento di liberarsi della responsabilità di ciò che in passato ha compiuto in termini di collusione, corruzione e nepotismo. Il secondo fattore è l’esercito, che sotto Suharto ha avuto tutto il potere e improvvisamente, con la venuta di Abdurrahman Wahid [presidente dal 1999 al 2001, ndr], ha subito un tentativo di estromissione che l’ha reso furioso. Così i militari creano instabilità per riguadagnare il potere perso, perché, se c’è confusione, credono che i cittadini si rivolgeranno a loro per vedere ristabiliti i loro diritti. Il terzo fattore è il fondamentalismo islamico, che vagheggia di fare dell’Indonesia uno Stato musulmano, e da sempre, sin da tempi di Sukarno [il primo presidente dell’Indonesia libera dal colonialismo olandese, che guidò il Paese dal 1950 al ’65, ndr], lotta per questo obiettivo, ma ha finora fallito. Esistono tanti significativi esempi di come tali fondamentalisti si sono opposti al governo che li escludeva. Mentre era al potere Suharto si batterono proprio per fondare lo Stato islamico, ma il presidente fu più forte e gli oppose l’esercito, fortemente ostile a questo gruppo (anche se in tempi più recenti Suharto si era avvicinato agli integralisti musulmani). Ora invece i fondamentalisti vivono la loro grande occasione di rivincita, perché il nostro attuale governo è ancora debole. Essi sostengono anche l’epurazione militare dei cristiani, specialmente laddove siano numericamente pari ai musulmani: ad esempio qui nelle Molucche, dove cristiani e musulmani sono al 50 per cento. Per queste ragioni si creano instabilità, conflitto e si attaccano i cristiani.
Quindi, i media che parlano di guerra di religione favoriscono interessi nascosti…?
MANDAGI: Sì, strumentalizzano la religione per scaldare gli animi della gente. Così, creano l’apparenza di una guerra di religione, mentre se si dà un’occhiata più in profondità, si comprende che non di guerre religiose si tratta, ma politiche. Usano la religione perché sanno bene che è il modo esatto di incitare e provocare le persone qui in Indonesia.
I “tre fattori” del caos che vi ho descritto operano talvolta separatamente, talaltra insieme. Sviluppano gli stessi mezzi per raggiungere questi scopi, vale a dire violenza e conflitto. Si usano l’un l’altro per i medesimi scopi.
Quando lei afferma che i fondamentalisti islamici attaccano i cristiani, con ciò esclude il dialogo con l’islam? Vi sono personalità musulmane con le quali lei ricerca una soluzione?
MANDAGI: Certamente, ho sempre creduto che supereremo il conflitto non con la violenza ma col dialogo. E, come sapete, qui il fondamentalismo è di un piccolo gruppo di Jihad warriors; ma essi hanno denaro e, a mio giudizio, anche la copertura della comunità islamica internazionale. Però credo che qui la maggior parte dei musulmani voglia coesistere con i cristiani, non attaccarli. Perciò come vescovo sottolineo sempre che la soluzione ci verrà dal dialogo, sia tra cattolici e protestanti che tra protestanti e musulmani. E da cattolico ho sempre provato ad essere mediatore e a sostenere la via del dialogo. Ho buone relazioni con i musulmani, specialmente con i moderati, e ho anche contattato gli estremisti a cui dico: incontriamoci, parliamo delle differenze ma anche delle somiglianze tra noi cristiani e voi musulmani. Perché dobbiamo odiarci?
Se i “tre fattori” vogliono creare confusione per obiettivi di potere, perché allora colpiscono proprio i cristiani?
MANDAGI: Io credo che il loro obiettivo non sia tanto colpire i cristiani, quanto l’instabilità: vogliono mostrare al mondo, alla gente comune, che c’è un conflitto tra gruppi etnici e tra gruppi religiosi. Le vittime di questo conflitto non sono però solo i cristiani ma anche i musulmani: bisogna essere onesti a questo proposito.
Non si è potuto finora inviare nelle Molucche un contingente di forze multinazionali di pace sotto bandiera Onu…
MANDAGI: Anch’io ho chiesto l’arrivo di forze multinazionali, dato che il nostro governo non sapeva superare la situazione. Questo conflitto sta diventando una tragedia. Più di diecimila persone sono state uccise. Perciò credo che la comunità internazionale abbia la responsabilità di risolvere un problema che riguarda ormai l’umanità. Diversamente, la popolazione delle Molucche sarà spazzata via.
Come successe a Timor Est, i civili sono divenuti le vittime del conflitto, e se questo continuasse non è impossibile che in altri due anni di eventuali scontri da diecimila morti si arrivi a trentamila.
Lei ha svolto attività di ambasciatore di pace tessendo rapporti con personalità ed enti internazionali. Credono come lei che si possa fermare il conflitto?
ýANDAGI: La mia sensazione è che ora fortunatamente la situazione va migliorando anche ad Ambon, grazie alle pressioni della comunità internazionale – dell’Onu, dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna – sul nostro governo, che perciò ha tentato di riportare la calma. Si spera che il conflitto possa anche fermarsi.

Ambon, un ragazzino raccoglie oggetti di metallo tra le macerie un palazzo distrutto negli scontri tra musulmani e cristiani
MANDAGI: Non so se possa farcela, perché è circondata da lobby politiche più potenti del suo gruppo. Ma ora che la signora Megawati è presidente, la gente delle Molucche spera davvero in lei. Ma tutto dipende dalla situazione politica nella capitale Giacarta: se Megawati saprà controllare quei gruppi politici che hanno scommesso sul caos, allora speriamo che in poco tempo il conflitto possa finire. Stiamo aspettando di vedere che cosa lei farà per le Molucche.
La Santa Sede come ha aiutato i fedeli nelle Molucche?
MANDAGI: È molto impegnata in tentativi di soluzione. Il Papa tante volte ha chiesto di pregare. In quanto vescovo continuo sempre a far rapporto alla Santa Sede e al nunzio a Giacarta. La Santa Sede, insieme ad altri Paesi, preme diplomaticamente sul nostro governo e gli ricorda che nelle Molucche c’è una tragedia umanitaria. Col Papa ne parlai circa due anni fa, mi disse che non c’era altra soluzione che il dialogo e che dovevamo crearne le condizioni. E io subito riferii alla nostra gente quanto il Papa mi aveva detto.
Come ha vissuto il popolo cattolico questo periodo di violenza e persecuzione?
MANDAGI: Dal primo momento del conflitto ho chiesto ai cattolici che non si facessero coinvolgere, perché noi mai avremmo potuto attaccare i musulmani per il fatto che seguono una religione differente. E ora ripeto: non coinvolgetevi nel conflitto, è contro la nostra fede, Cristo in persona ci ha detto di amare gli altri, e tra questi altri vi sono i musulmani.
Le sue omelie di cosa parlano?
MANDAGI: Ho parlato tante volte quest’anno per confortare la gente, per cercare di ricordare quale è la nostra fede, quale è la dottrina cristiana che vogliamo realizzare con le nostre vite. Ho scritto lettere pastorali. In tutte insisto nel dire che si deve rispettare l’uomo, che non dobbiamo combattere per la cattolicità o la cristianità, e che forse il Signore per via di questa sofferenza ci vuole insegnare ad essere più fratelli.
E come vescovo ho chiesto anche ai comunisti di aiutarci a frenare la gente dall’attaccare i musulmani.
I fedeli di Ambon partecipano alla vita della Chiesa?
ýANDAGI: Sono molto assidui all’eucarestia. Lì comprendono che siamo fratelli e che stiamo soccorrendo gli altri. Grazie al sacramento riconoscono che Cristo è realmente presente tra noi, e che noi non siamo stati dimenticati, ma possiamo contare sempre sul suo pronto aiuto. In questo modo, tra le nostre sofferenze, sentiamo con noi la presenza del Signore. Solo se siamo radicati nella nostra fede, possiamo ancora avere speranza in Dio nonostante il male subito, e lo portiamo sulle spalle solo perché Dio è vicino a noi.