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ITALIA
tratto dal n. 09 - 2002

Il caso Treviso, due pareri a confronto

La punta dell’iceberg


Intervista a Paolo Feltrin e Ulderico Bernardi


di Eugenio Andreatta


Abbiamo chiesto a due intellettuali di analizzare il caso degli immigrati sfrattati. Sono Ulderico Bernardi, sociologo, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, trevigiano doc; e Paolo Feltrin, politologo, docente all’Università di Trieste che vive e lavora a Treviso
Qual è il suo giudizio, professore, sui fatti avvenuti a Treviso a fine agosto?
PAOLO FELTRIN: Mi è sembrato un pessimo gioco delle parti. Francamente la cosa non aveva nessuno dei toni di drammatizzazione con cui veniva dipinta dai media nazionali. Sono molto critico sulle soluzioni adottate. Quando queste vicende capitano, il tentativo di dare una soluzione può trasformarsi in una ingiustizia ancora maggiore. Chi ha occupato, ha risolto il suo problema, potevano essercene centinaia di altri in situazioni ben peggiori, non esauditi perché non hanno alzato la voce.
ULDERICO BERNARDI: È stata la punta dell’iceberg di una situazione che è andata progressivamente deteriorandosi. C’è un divario sempre maggiore tra le crescenti esigenze di manodopera del mondo produttivo trevigiano e una politica di integrazione del tutto inesistente. Chi si fa carico della collocazione civile di queste forze chiamate a prestare la loro opera? La risposta è lasciata al volontariato o agli escamotage dei singoli immigrati. Si dimentica quello che il grande intellettuale svizzero Max Frisch disse quarant’anni fa degli immigrati italiani: "Avevamo richiesto manodopera, sono arrivati degli esseri umani".
Chi non ha fatto la sua parte?
FELTRIN: C’è una colpa grave delle classi dirigenti. Episodi così capitano continuamente, ma ci sono mille e una soluzioni per evitare di arrivare agli sfratti con il confronto diretto tra ruspe e residenti. È stata la sconfitta della mediazione e della politica. E si è alimentata la catena per cui le posizioni più ragionevoli e moderate vengono delegittimate. Così tutta l’Italia è con la Chiesa, ma la stragrande maggioranza di Treviso è con Gentilini.
BERNARDI: Il mondo amministrativo e politico. Ma anche gli stessi imprenditori a volte sono carenti di consapevolezza. Si tende a dimenticare che non basta dare un lavoro e un tetto, la vera integrazione è quella delle culture.
A scatenare i conflitti è sempre il tema della casa…
FELTRIN: Il welfare all’italiana non ha mai previsto la soluzione del problema casa. In altri Paesi europei le cose stanno diversamente. Sulla sanità ad esempio, sulla quale c’è un presidio sociale, non c’è alcuna tensione. Ma gli immigrati vogliono la casa al minimo prezzo non perché muoiono di fame, ma per capitalizzare. La responsabilità a questo punto è delle classi dirigenti: o si arriva alla creazione di tipologie abitative ad hoc o nascerà sempre un contenzioso.
BERNARDI: È il problema centrale di ogni processo migratorio. La casa significa la possibilità di richiamare la famiglia, ma anche di avere un luogo di visibilità sociale riconosciuto. Proprio la storia dell’emigrazione ci insegna che questo bisogno è stato affrontato in passato con case a buon mercato, magari di bassa qualità, o con edifici di prima accoglienza, ad esempio i tenements di New York. In Svizzera o in Belgio i nostri emigranti erano collocati addirittura nelle baracche degli ex campi di prigionia. Una soluzione poco dignitosa? Certo, ma oggi è peggio: ognuno è lasciato a se stesso.
Come giudica le parole del sindaco Gentilini sulla "razza Piave"?
FELTRIN: Gentilini è un genio della comunicazione. Ha cavalcato gli eventi per aprire la campagna elettorale dell’anno prossimo. Lui le spara grosse perché le tv e giornali nazionali arrivino qui e puntino i riflettori su di lui. Quel che dice è irrilevante — è evidente che la "razza Piave" con l’emigrazione non c’entra assolutamente nulla — ma il mondo della comunicazione, con gli articoli folcloristici, fa il suo gioco.
BERNARDI: "Razza Piave" è un’espressione coniata dalla retorica del regime fascista in riferimento alla resistenza delle popolazioni delle due rive del Piave nella Prima guerra mondiale. La gente veneta, con la sua arguzia, la trasformò. Significava tenacia, capacità di adattarsi alle situazioni, di raggiungere obiettivi positivi, magari lavorando senza orario e con risparmi all’unghia. Il contrario dell’invettiva plebea espressa dal sindaco.
E il ruolo della Chiesa?
FELTRIN: C’è stata una pressione indebita sull’istituzione Chiesa. Che deve fare molta attenzione: siamo su un terreno delicato, in cui si rischia il conflitto tra poveri. C’è il povero immigrato ma c’è anche il povero di casa nostra, non dimentichiamolo. A volte nelle posizioni ecclesiali vedo una sorta di diritto assoluto alla casa per l’immigrato. Su questo punto vedo un oggettivo rischio di strumentalizzazione.
BERNARDI: La Chiesa ancora una volta si è comportata con estrema chiarezza e sollecitudine. Il vescovo in particolare, incontrando sul sagrato le famiglie degli immigrati, ha mostrato che in tutta la gerarchia ecclesiale, dall’ultimo prete al vescovo, c’è un atteggiamento di grande disponibilità su questo e su altri aspetti del disagio sociale. Dire che oggi la Chiesa è l’unico referente per gli immigrati significa, purtroppo, solo constatare la nuda realtà dei fatti.


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