Dal cattolicesimo politico a quello trasversale
“Chiesa italiana? Italia cattolica?” è il titolo della quattro giorni di riflessioni e incontri che si è svolta presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
di Valentina Di Virgilio
C’è ancora spazio per i cattolici in Italia? L’interrogativo coinvolge laici, clero, episcopato, atei, cattolici praticanti, cattolici indecisi, cattolici anticlericali: il variegato “piccolo mondo” italiano, per anni barricato dietro categorie fisse, si mette in discussione. Segno di una crisi? O ricerca di nuove formule di convivenza? Gli storici parlano di fase evolutiva. Staremmo vivendo un momento di transizione dal cattolicesimo politico a un cattolicesimo trasversale. Lo ha spiegato Pietro Scoppola a Milano durante un convegno su “Chiesa italiana? Italia cattolica? Per una storia dei rapporti tra Chiesa e nazione in Italia negli ultimi due secoli”, organizzato dal dipartimento di Scienze religiose dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dal 2 al 5 ottobre.
Che l’incontro si sia svolto in concomitanza con l’apertura del Sinodo dei vescovi tuttora in corso a Roma conferma, contenuti e prospettive a parte, il fermento delle due istituzioni: Chiesa e Stato italiano nelle loro varie articolazioni sociali.
Dopo quattro giorni di riflessioni sulle origini e sulla tipicità della coscienza nazionale italiana – erede di una duplice tradizione culturale, cattolica e laica insieme – storici, esperti e professori hanno offerto con la propria viva testimonianza una verità essenziale. Non si possono non fare i conti con il passato; anche chi rinnega la storia, porta nel sangue i segni di una tradizione culturale in cui Chiesa e Stato si accompagnano per mano o si scalciano a vicenda. Ma sono comunque sempre, nel passato come nel presente, due dimensioni dialetticamente in contatto, nonostante baluardi ideologici e meccanismi di autodifesa individuali.
È questa la tipicità della realtà nazionale italiana: siamo tutti chiamati in causa. Il confronto tra le parti è inevitabile anche se – o forse soprattutto perché – la scommessa della Chiesa oggi non è più a livello istituzionale. I cattolici sono chiamati a «un’immersione totale» nel sociale, precisa Scoppola.
La convivenza tra etica e politica, tra spirito e polis, tra fede religiosa e coscienza civica appare sempre più dolorosa non solo perché giocata su uno stesso territorio fisico d’appartenenza, anch’esso in via di evoluzione tra spinte federalistiche e tensioni centralistiche, ma perché i cattolici sono oggi interpellati in prima persona senza l’intermediazione di una istituzione. Vantaggio o limite? La risposta resta aperta: è unanime, tuttavia, l’invito a cogliere la sfida.
«La fine della Democrazia cristiana segna la fine non solo di un referente istituzionale ma di un intero referente mentale», ha commentato Antonio Acerbi, direttore del dipartimento di Scienze religiose dell’Università Cattolica di Milano. «Sono pienamente d’accordo», ha risposto Scoppola dando particolare peso al primo aspetto: evidente lo sconforto per la fine della Democrazia cristiana, il cui crollo ha portato a una «centrifugazione delle sue componenti». La maggior parte dei cattolici sarebbe confluita verso destra ma il parallelo processo di laicizzazione – spesso degenerante in laicismo – ne avrebbe compromesso seriamente la sopravvivenza. Il resto dei cattolici si è spostato a sinistra rifugiandosi nell’impegno nel sociale attraverso il volontariato. Risultato: «Non c’è più spazio per una presenza qualificata della Chiesa cattolica», in politica beninteso. Pur rifiutando di definirsi un «orfano della Dc», Scoppola non nasconde l’amarezza per la crisi del cattolicesimo politico. Poi l’accenno all’attuale situazione si fa esplicito: «Di certo avrei preferito a questa destra che è nata nel vuoto, un partito come la Cdu tedesca».
La risposta alla domanda di quale possa essere il destino dei cattolici sta, a dispetto dei fantasmi clericaleggianti che la parola è capace di evocare, nella “politica” della Chiesa. Una politica particolare, super partes che si chiama universalismo. Un orientamento avviato da tempo, concepito in seno al Concilio Vaticano II, e culminato nel pontificato di Giovanni Paolo II.
L’universalismo comporta necessariamente una revisione concettuale del cattolicesimo politico: entrano in crisi l’idea di partito, del radicamento nazionale e infine l’intera identità dei cattolici da sempre in lotta con la duplice veste di fedeli e di cittadini. Ma allo stesso tempo l’universalismo, oltre che come forza dirompente, si propone come fonte per una nuova legittimazione dei cattolici in linea con l’evoluzione internazionale. Proprio nel nuovo scenario geopolitico e psicologico globale, dove il concetto di patria appare sempre più messo a dura prova, i cattolici sono interpellati come portatori di una coscienza etica, per così dire sovranazionale.
È il nuovo contesto mentale evidenziato dagli storici cattolici: di fronte al messaggio universale di Giovanni Paolo II non c’è più spazio per un partito, anzi questo sarebbe un pericolo. La vera sfida oggi è quella di tagliare trasversalmente la società, pervadere l’intero schieramento sociale, attraverso l’«immersione totale» accennata da Scoppola.
Una posizione che sembra condivisa anche dal clero sempre più orientato verso un ruolo di «animatore sociale», come ha messo in evidenza il professor Maurilio Guasco. Alla luce di un recente documento della Conferenza episcopale italiana, che propone il prete non solo come «distributore di sacramenti» ma come «parroco», Guasco ha confermato quanto si sta discutendo in seno al Sinodo dei vescovi: l’idea è di un maggiore radicamento nel territorio d’appartenenza, un maggiore coinvolgimento nella realtà quotidiana dei fedeli, affinché spinta universalistica e sensibilità per le esigenze locali si fondano in rapporto dialettico. «Il ruolo futuro del prete è quello dell’integrazione, dell’educazione, se non della contestazione», ha detto Guasco, ammettendo peraltro la difficoltà di proporre un’immagine di clero come gruppo sociale pluriforme piuttosto che gruppo istituzionale con funzioni fisse.
Un compito arduo cui si aggiunge il rischio di strumentalizzazioni da parte di altri gruppi sociali. Lo stesso Scoppola mette in guardia: «Certo, c’è il rischio continuo di perdere la propria integrità, ma a questo rischio si risponde con un di più di cultura».
Sì, dunque, a un impegno totale dei cattolici. No a chiusure integralistiche di sapore neoguelfo: a lanciare l’allarme è il professor Guido Formigoni che mostra l’altra faccia di un cattolicesimo universale dove la Chiesa di Roma sia in posizione privilegiata.
Chiesa e identità nazionale tornano a intrecciarsi, in forme pericolose, ancora oggi. L’antico principio secondo cui l’identità italiana è fortemente connessa, per via della presenza del Papa, a una “funzione sacerdotale” nei confronti della civiltà universale, starebbe prendendo piede in seno a una parte dell’episcopato. Formigoni denuncia la tentazione di un «velleitario esclusivismo cattolico», citando la polemica posizione del cardinale Giacomo Biffi nei confronti della questione immigrazione.
Il rischio di derive integralistiche è sempre in agguato, ma il fatto che il mondo cattolico non sia più monolitico è letto come un ottimo antidoto. Più che crisi del cattolicesimo, allora, sembra più adeguato parlare di maggiore spirito critico: lo conferma lo storico Francesco Traniello quando riconosce al clero il coraggio di scrollarsi di dosso alcune preclusioni mentali come quella diffusasi in clima postunitario che vedeva la politica come “tabù”. Dopo la caduta del proprio potere la Chiesa avrebbe messo in atto una sorta di “discriminazione religiosa alla rovescia” intrisa di una cultura antistatale. Alla luce di quella eredità ingombrante appare ancora più meritevole il processo di autocritica e autorevisione effettuato dal clero italiano oggi totalmente “nazionalizzato”. E pronto a compiere un nuovo salto. Quello a cui invita il cardinale Carlo Maria Martini: la ricerca di un equilibrio tra la difesa del cattolicesimo, come «religione storica» della nazione italiana, e un «pluralismo dialogante e collaborativo». È il senso del messaggio dell’arcivescovo di Milano che, impossibilitato a partecipare al convegno, a causa del concomitante Sinodo dei vescovi, ha voluto comunque offrire un segno della sua presenza.
Pur esprimendosi a favore di una «convivialità di culture», Martini ribadisce l’esigenza di non rinnegare l’identità del nostro Paese e mette in guardia, citando Giovanni Paolo II, contro quella «sorta di mescolamento di razze, culture e religioni, in particolare a riguardo della cultura islamica» a cui i cospicui flussi migratori ci esporrebbero. Un equilibrio delicato di parole, suscettibile di estremizzazioni e fraintendimenti, ma che rispecchia in pieno l’eterna difficoltà della Chiesa di barcamenarsi tra due poli: universalismo e particolarismo, tra missione evangelizzatrice e partecipazione alla storia dei diversi popoli che si susseguono.
Educare al senso della patria, sensibilizzare le nuove generazioni a una coscienza etica, e alimentare un senso di appartenenza, rappresentano dunque l’altro volto della missione cattolica. Il principio nazionale è una priorità per la Chiesa italiana: secondo Traniello ci sarebbe profonda preoccupazione per un suo possibile svuotamento e sgretolamento, e questo nonostante l’apertura dimostrata su temi di forte attualità come il federalismo. Ma lo stesso Traniello è convinto che proprio la Chiesa rivesta un ruolo decisivo a livello di coscienza civica, sviluppando il senso delle comunità locali. Ed è proprio su questa proposta di federalismo solidale che il mondo cattolico, laico ed episcopale, sta attualmente giocando la propria visibilità e la propria credibilità. Un modello economico solidale potrebbe, secondo quanto sostiene anche lo storico Giorgio Rumi, impedire la rincorsa verso la logica dell’individualismo in un Paese come il nostro dove manca «una vera passione per lo Stato» e i cittadini si muovono sempre più secondo modalità “tribali”.
I cattolici dunque come portatori di una cultura di valori universali. Papa Wojtyla come massima incarnazione di questa politica. Il Concilio Vaticano II come macchina incubatrice della transizione della Chiesa. Eppure l’universalismo troverebbe le sue origini molto prima. Lo ha illustrato il professor Gian Paolo Romanato attraverso il fenomeno delle missioni. Una realtà trascurata dalla storiografia ma che consente di capire «il passaggio da una federazione di Chiese nazionali a una unione di Chiese locali». Propaganda Fide, ordini missionari, singoli missionari, sono considerati protagonisti di una apertura eccezionale alla modernità. Abili esploratori e cartografi, anticiparono spesso spedizioni geografiche ufficiali, come Daniele Comboni, il primo a compiere un viaggio sui Monti Nuba, in Sudan. «Il missionario italiano» sostiene «si considera uomo di Chiesa non condizionato da alcun interesse politico-nazionale. L’ideologia nazionalista è inesistente, prevale l’ansia apostolica».
La tesi di Romanato è che ancor prima del Concilio Vaticano II fossero esistite esperienze di una Chiesa svincolata dalla propria italianità e dalla propria romanità e proiettata esclusivamente verso la missione evangelizzatrice.
Che l’incontro si sia svolto in concomitanza con l’apertura del Sinodo dei vescovi tuttora in corso a Roma conferma, contenuti e prospettive a parte, il fermento delle due istituzioni: Chiesa e Stato italiano nelle loro varie articolazioni sociali.
Dopo quattro giorni di riflessioni sulle origini e sulla tipicità della coscienza nazionale italiana – erede di una duplice tradizione culturale, cattolica e laica insieme – storici, esperti e professori hanno offerto con la propria viva testimonianza una verità essenziale. Non si possono non fare i conti con il passato; anche chi rinnega la storia, porta nel sangue i segni di una tradizione culturale in cui Chiesa e Stato si accompagnano per mano o si scalciano a vicenda. Ma sono comunque sempre, nel passato come nel presente, due dimensioni dialetticamente in contatto, nonostante baluardi ideologici e meccanismi di autodifesa individuali.
È questa la tipicità della realtà nazionale italiana: siamo tutti chiamati in causa. Il confronto tra le parti è inevitabile anche se – o forse soprattutto perché – la scommessa della Chiesa oggi non è più a livello istituzionale. I cattolici sono chiamati a «un’immersione totale» nel sociale, precisa Scoppola.
La convivenza tra etica e politica, tra spirito e polis, tra fede religiosa e coscienza civica appare sempre più dolorosa non solo perché giocata su uno stesso territorio fisico d’appartenenza, anch’esso in via di evoluzione tra spinte federalistiche e tensioni centralistiche, ma perché i cattolici sono oggi interpellati in prima persona senza l’intermediazione di una istituzione. Vantaggio o limite? La risposta resta aperta: è unanime, tuttavia, l’invito a cogliere la sfida.
«La fine della Democrazia cristiana segna la fine non solo di un referente istituzionale ma di un intero referente mentale», ha commentato Antonio Acerbi, direttore del dipartimento di Scienze religiose dell’Università Cattolica di Milano. «Sono pienamente d’accordo», ha risposto Scoppola dando particolare peso al primo aspetto: evidente lo sconforto per la fine della Democrazia cristiana, il cui crollo ha portato a una «centrifugazione delle sue componenti». La maggior parte dei cattolici sarebbe confluita verso destra ma il parallelo processo di laicizzazione – spesso degenerante in laicismo – ne avrebbe compromesso seriamente la sopravvivenza. Il resto dei cattolici si è spostato a sinistra rifugiandosi nell’impegno nel sociale attraverso il volontariato. Risultato: «Non c’è più spazio per una presenza qualificata della Chiesa cattolica», in politica beninteso. Pur rifiutando di definirsi un «orfano della Dc», Scoppola non nasconde l’amarezza per la crisi del cattolicesimo politico. Poi l’accenno all’attuale situazione si fa esplicito: «Di certo avrei preferito a questa destra che è nata nel vuoto, un partito come la Cdu tedesca».
La risposta alla domanda di quale possa essere il destino dei cattolici sta, a dispetto dei fantasmi clericaleggianti che la parola è capace di evocare, nella “politica” della Chiesa. Una politica particolare, super partes che si chiama universalismo. Un orientamento avviato da tempo, concepito in seno al Concilio Vaticano II, e culminato nel pontificato di Giovanni Paolo II.
L’universalismo comporta necessariamente una revisione concettuale del cattolicesimo politico: entrano in crisi l’idea di partito, del radicamento nazionale e infine l’intera identità dei cattolici da sempre in lotta con la duplice veste di fedeli e di cittadini. Ma allo stesso tempo l’universalismo, oltre che come forza dirompente, si propone come fonte per una nuova legittimazione dei cattolici in linea con l’evoluzione internazionale. Proprio nel nuovo scenario geopolitico e psicologico globale, dove il concetto di patria appare sempre più messo a dura prova, i cattolici sono interpellati come portatori di una coscienza etica, per così dire sovranazionale.
È il nuovo contesto mentale evidenziato dagli storici cattolici: di fronte al messaggio universale di Giovanni Paolo II non c’è più spazio per un partito, anzi questo sarebbe un pericolo. La vera sfida oggi è quella di tagliare trasversalmente la società, pervadere l’intero schieramento sociale, attraverso l’«immersione totale» accennata da Scoppola.
Una posizione che sembra condivisa anche dal clero sempre più orientato verso un ruolo di «animatore sociale», come ha messo in evidenza il professor Maurilio Guasco. Alla luce di un recente documento della Conferenza episcopale italiana, che propone il prete non solo come «distributore di sacramenti» ma come «parroco», Guasco ha confermato quanto si sta discutendo in seno al Sinodo dei vescovi: l’idea è di un maggiore radicamento nel territorio d’appartenenza, un maggiore coinvolgimento nella realtà quotidiana dei fedeli, affinché spinta universalistica e sensibilità per le esigenze locali si fondano in rapporto dialettico. «Il ruolo futuro del prete è quello dell’integrazione, dell’educazione, se non della contestazione», ha detto Guasco, ammettendo peraltro la difficoltà di proporre un’immagine di clero come gruppo sociale pluriforme piuttosto che gruppo istituzionale con funzioni fisse.
Un compito arduo cui si aggiunge il rischio di strumentalizzazioni da parte di altri gruppi sociali. Lo stesso Scoppola mette in guardia: «Certo, c’è il rischio continuo di perdere la propria integrità, ma a questo rischio si risponde con un di più di cultura».
Sì, dunque, a un impegno totale dei cattolici. No a chiusure integralistiche di sapore neoguelfo: a lanciare l’allarme è il professor Guido Formigoni che mostra l’altra faccia di un cattolicesimo universale dove la Chiesa di Roma sia in posizione privilegiata.
Chiesa e identità nazionale tornano a intrecciarsi, in forme pericolose, ancora oggi. L’antico principio secondo cui l’identità italiana è fortemente connessa, per via della presenza del Papa, a una “funzione sacerdotale” nei confronti della civiltà universale, starebbe prendendo piede in seno a una parte dell’episcopato. Formigoni denuncia la tentazione di un «velleitario esclusivismo cattolico», citando la polemica posizione del cardinale Giacomo Biffi nei confronti della questione immigrazione.
Il rischio di derive integralistiche è sempre in agguato, ma il fatto che il mondo cattolico non sia più monolitico è letto come un ottimo antidoto. Più che crisi del cattolicesimo, allora, sembra più adeguato parlare di maggiore spirito critico: lo conferma lo storico Francesco Traniello quando riconosce al clero il coraggio di scrollarsi di dosso alcune preclusioni mentali come quella diffusasi in clima postunitario che vedeva la politica come “tabù”. Dopo la caduta del proprio potere la Chiesa avrebbe messo in atto una sorta di “discriminazione religiosa alla rovescia” intrisa di una cultura antistatale. Alla luce di quella eredità ingombrante appare ancora più meritevole il processo di autocritica e autorevisione effettuato dal clero italiano oggi totalmente “nazionalizzato”. E pronto a compiere un nuovo salto. Quello a cui invita il cardinale Carlo Maria Martini: la ricerca di un equilibrio tra la difesa del cattolicesimo, come «religione storica» della nazione italiana, e un «pluralismo dialogante e collaborativo». È il senso del messaggio dell’arcivescovo di Milano che, impossibilitato a partecipare al convegno, a causa del concomitante Sinodo dei vescovi, ha voluto comunque offrire un segno della sua presenza.
Pur esprimendosi a favore di una «convivialità di culture», Martini ribadisce l’esigenza di non rinnegare l’identità del nostro Paese e mette in guardia, citando Giovanni Paolo II, contro quella «sorta di mescolamento di razze, culture e religioni, in particolare a riguardo della cultura islamica» a cui i cospicui flussi migratori ci esporrebbero. Un equilibrio delicato di parole, suscettibile di estremizzazioni e fraintendimenti, ma che rispecchia in pieno l’eterna difficoltà della Chiesa di barcamenarsi tra due poli: universalismo e particolarismo, tra missione evangelizzatrice e partecipazione alla storia dei diversi popoli che si susseguono.
Educare al senso della patria, sensibilizzare le nuove generazioni a una coscienza etica, e alimentare un senso di appartenenza, rappresentano dunque l’altro volto della missione cattolica. Il principio nazionale è una priorità per la Chiesa italiana: secondo Traniello ci sarebbe profonda preoccupazione per un suo possibile svuotamento e sgretolamento, e questo nonostante l’apertura dimostrata su temi di forte attualità come il federalismo. Ma lo stesso Traniello è convinto che proprio la Chiesa rivesta un ruolo decisivo a livello di coscienza civica, sviluppando il senso delle comunità locali. Ed è proprio su questa proposta di federalismo solidale che il mondo cattolico, laico ed episcopale, sta attualmente giocando la propria visibilità e la propria credibilità. Un modello economico solidale potrebbe, secondo quanto sostiene anche lo storico Giorgio Rumi, impedire la rincorsa verso la logica dell’individualismo in un Paese come il nostro dove manca «una vera passione per lo Stato» e i cittadini si muovono sempre più secondo modalità “tribali”.
I cattolici dunque come portatori di una cultura di valori universali. Papa Wojtyla come massima incarnazione di questa politica. Il Concilio Vaticano II come macchina incubatrice della transizione della Chiesa. Eppure l’universalismo troverebbe le sue origini molto prima. Lo ha illustrato il professor Gian Paolo Romanato attraverso il fenomeno delle missioni. Una realtà trascurata dalla storiografia ma che consente di capire «il passaggio da una federazione di Chiese nazionali a una unione di Chiese locali». Propaganda Fide, ordini missionari, singoli missionari, sono considerati protagonisti di una apertura eccezionale alla modernità. Abili esploratori e cartografi, anticiparono spesso spedizioni geografiche ufficiali, come Daniele Comboni, il primo a compiere un viaggio sui Monti Nuba, in Sudan. «Il missionario italiano» sostiene «si considera uomo di Chiesa non condizionato da alcun interesse politico-nazionale. L’ideologia nazionalista è inesistente, prevale l’ansia apostolica».
La tesi di Romanato è che ancor prima del Concilio Vaticano II fossero esistite esperienze di una Chiesa svincolata dalla propria italianità e dalla propria romanità e proiettata esclusivamente verso la missione evangelizzatrice.