Centocinquant’anni dal dogma dell’Immacolata Concezione
La prima dei redenti
«In previsione dei meriti di Gesù Cristo, redentore di tutti, Maria fu preservata da ogni macchia di peccato originale». Così papa Pio IX l’8 dicembre 1854
di René Laurentin

Crocifisso con la Maddalena genuflessa e piangente, particolare, Francesco Hayez, Quadreria Arcivescovile, Milano
Non affermò la concezione immacolata di Maria e si limitò a stabilire che: 1. Dio poteva farlo; 2. era opportuno.
Ma non osò aggiungere: l’ha fatto.
La soluzione geniale di Scoto
Allora perché Duns Scoto viene considerato il dottore dell’Immacolata Concezione? Per motivi molto validi. Questo geniale teologo, dopo aver scritto un’opera immensa, ebbe la prudenza di evitare la condanna e insieme l’intelligenza di rinnovare la problematica.
Il suo ruolo fu decisivo perché rovesciò l’obiezione maggiore che sembrava proibire questa dottrina: infatti, secondo il Vangelo e la Tradizione già più che millenaria, Cristo è il Redentore di tutti. Se Maria è esente dal peccato originale, la nuova Eva non è stata riscattata ed egli non è più il Redentore universale. Quest’eccezione sarebbe un attentato al dogma fondamentale della Redenzione.
Scoto ripartì dall’obiezione stessa: sì, Cristo è il Redentore perfetto. Ora, la perfezione della sua Redenzione esige che sia capace non solo di lavare il peccato ma di prevenirlo. La perfezione stessa della sua Redenzione richiede questa capacità suprema (una mamma che consola e lava il suo bambino caduto in un tombino è una buona mamma; ma la mamma che controlla il suo bambino perché non cada nel tombino è una mamma migliore). Cristo doveva preservare Maria dal peccato affinché nulla contaminasse l’Incarnazione. Dio, secondo una legge generale inscritta nella Scrittura e nella Tradizione, mette la perfezione al principio di tutte le sue opere: creazione o ri-creazione.

L’Immacolata Concezione, Giambattista Tiepolo (1696-1770), Museo del Prado, Madrid
Eppure da tre secoli i papi avevano accolto la soluzione di Scoto: Alessandro VII (1661) e poi Pio IX (1854) avevano adottato il riuscito termine di Scoto: preservazione.
Nella definizione dogmatica non si trova l’espressione astratta “Immacolata Concezione”. Occorreva dire di più e meglio. Rileggiamo le parole essenziali che formulano il dogma dell’origine immacolata di Maria: «Fin dal primo istante della sua concezione, per una grazia e un singolare privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia di peccato originale».
Papa Pio IX definì innanzitutto la verità che era stata l’obiezione determinante che aveva bloccato il dogma per diciannove secoli: Maria è riscattata da Gesù Cristo. Ma contemporaneamente definì che la sua redenzione non è affatto purificazione, bensì è: preservazione in previsione dei meriti del Salvatore di tutti. Questi due prefissi indicano l’eccezione preveniente di Gesù per sua madre e integrano nella definizione la verità fondamentale, professata da sempre dalla fede. Così era stato abolito, fin dall’epoca di Alessandro VII, il decreto del Sant’Uffizio che metteva all’Indice tutti gli autori che le davano il titolo di “Immacolata Concezione” e che talvolta faceva sì che fossero incarcerati, come accadde a Ippolito Maracci (1604-1675) a metà del XVII secolo.

Il patriarca di Venezia Albino Luciani a Lourdes
Il problema ecumenico
Questo dogma non è stato accettato dai “fratelli separati”. Diversi sinodi ortodossi l’hanno condannato. È strano, perché ci arriva da loro. Fin dal VII o VIII secolo avevano introdotto la festa della Concezione di Maria e celebravano tale Concezione con la grande abbondanza di epiteti disponibili nella lingua greca: Concezione santa, pura, immacolata…
Ci sono voluti quattro o cinque secoli prima che l’evidenza, intravista da sant’Agostino, riuscisse a rintuzzare l’obiezione maggiore che l’aveva privata di una formula chiara all’inizio del V secolo. Scriveva sant’Agostino che non voleva che ci fosse di mezzo il peccato, quando si tratta di Maria. «Noi non assegniamo Maria al diavolo per la condizione della nascita, perché questa stessa condizione è risolta per la grazia della rinascita» (Contra Iulianum opus imperfectum IV, 122; Patrologia latina 45, 417). Agostino affermava quindi la redenzione di Maria, la affrancava dal peccato e dal diavolo, ma senza spiegare come (per preservazione e previsione). La sua importante dichiarazione restava ambigua: “maculisti” e “immaculisti” ne approfittarono per secoli.
Per uno strano capovolgimento storico, dall’XI al XIX secolo gli ortodossi si sono rivoltati contro questa verità che proprio loro ci avevano trasmesso, nella misura in cui il nostro Occidente, prima contrario, si disponeva simmetricamente nell’altro senso. Ancora oggi la discussione è spesso più difficile con gli ortodossi che con i protestanti. Gli ortodossi sollevano molte obiezioni: si allontana Maria da noi, si sminuisce il suo merito, ecc. In nome dei loro principi i protestanti sono sì contrari a questo dogma, ma il dialogo spesso è più facile, se si parte dal loro stesso principio dicendo: è la più notevole illustrazione della “sola grazia” (motto di Lutero).

Un vigile del fuoco depone la corona di fiori sulla statua dell’Immacolata Concezione di piazza di Spagna, a Roma, in occasione della festività dell’8 dicembre
La Rivelazione biblica
L’obiezione comune degli ortodossi e dei protestanti è che questo dogma (come l’Assunzione) non viene rivelato nella Bibbia. La nostra risposta è contenuta nella prima parola dell’Annunciazione: «Rallegrati, piena di grazia» (in greco: kécharitôménê) (Lc 1,28).
È una parola molto forte, è il nome di grazia di Maria. Dice la pienezza di amore di Dio per lei. Ma ciò resta molto implicito e i santi dottori del XIII secolo, nonché alcuni domenicani del Sant’Uffizio, fino al 1854 sono rimasti contrari.
Ho impiegato anni per accorgermi che questa verità era luminosamente inscritta nella Rivelazione, se si legge la Bibbia secondo la sua progressione, spesso più significativa delle sue affermazioni esplicite.
La rivelazione di questa verità è accennata per la prima volta nel capitolo 2 del profeta Osea (quindi fin dall’VIII secolo a. C.). È una terribile accusa di Jahvè contro il suo popolo – la sua «sposa adultera» (2,4), «prostituitasi» (1,2; 2,5; 3,3; cfr. capp. 2, 4, 6) – per il suo culto dei falsi dei (ai quali Salomone aveva anche costruito templi per le sue spose idolatre). Ma dopo le sue imprecazioni per il suo amore ferito, Jahvè, Sposo fedele, promette di ricominciare tutto da capo: «Perciò, ecco, la attirerò a me. La porterò nel deserto [il luogo dell’Alleanza], parlerò al suo cuore» (2, 16). «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto […], ti fidanzerò con me nella fedeltà» (2,21.22).
Dio, Sposo pieno di passione per il suo popolo – la figlia di Sion, questa bambina perduta che egli aveva raccolto mentre ella giaceva nel proprio sangue, adottata e poi sposata nell’età del suo splendore (Ez cap. 16) –, dimentica i suoi peccati, secondo la meravigliosa capacità di oblio propria della misericordia infinita di Dio celebrata nella Bibbia.
Il Cantico dei Cantici rivela il suo senso se lo si legge secondo la tradizione biblica, identificando cioè lo Sposo con Jahvè e la donna con un popolo, una città: «Come la torre di Davide il tuo collo…» (Ct 4,4; cfr. 7,5). E la fidanzata, figlia di Sion, dice: «Io sono un muro [i bastioni di Gerusalemme] e i miei seni sono come torri» (8,10 ecc.). E per concludere Dio dice alla sua fidanzata: «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia» (Ct 4, 7; cfr. 1,15. 16; 4,1; 5,9; cap. 6).
Le prostituzioni denunciate da Osea, nel Cantico dei Cantici non ci sono più: sono solo sogni (incubi della bellissima sposa); ecco perché ripete: «Non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia» (Ct 2,7; 3,5; 8,4).
Questa affermazione non è solo implicita, è chiara; ma resta virtuale se non si sa collocare l’insieme dei testi biblici nella loro progressione da Eva a Maria, ultima erede e compimento del popolo eletto: sposa di Jahvè.
Dove, quando e come la prostituta è potuta diventare fidanzata senza macchia? In Maria, madre del Signore, piena dell’amore di Dio: un amore preveniente, gratuito e pieno significato dalla parola greca intraducibile kecharitôménê: parola forte formata dalla radice cháris, grazia, che l’angelo spiega subito: «Hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,29).
Così Maria è stata portata al culmine di grazia e d’amore che le ha permesso di far nascere il Salvatore nella razza e nella storia umane, al vertice del popolo di Dio. Non solo l’ha concepito e partorito come uomo ma, grazie alla sua adesione perfetta a Dio divenuto suo figlio tramite lei sola, ella fu anche il primo membro del Corpo mistico che lei stessa creava. Membro fondatore della Chiesa, era da sola tutta la Chiesa per la grazia dello Spirito Santo (cfr. Lc 1,35), che la visita a sua cugina Elisabetta stava per estendere al figlio di lei Giovanni Battista, e poi al padre Zaccaria: tutti e tre pieni di Spirito Santo, secondo Luca 1,42.67.

L’Immacolata Concezione, santino francese della metà del XIX secolo
«Più giovane del peccato»
Maria così non solo è l’unico membro fondatore della Chiesa ma l’unico membro esente da ogni peccato, perché tutti gli altri membri sono peccatori: «Il giusto pecca sette volte al giorno», secondo l’adagio. La santa Chiesa è fatta di peccatori, e in ciascuno di essi l’amore fa retrocedere il peccato con la grazia di Dio. La frontiera del peccato attraversa i nostri cuori. Solo Maria non si è impantanata in questo guazzabuglio: lei è esente «da ogni macchia di peccato», definisce chiaramente Pio IX. Esente da quello squilibrio dei desideri che la Tradizione cristiana chiama concupiscenza.
Così lei è l’inizio della “nuova creazione” promessa dai profeti: «Più giovane del peccato, più giovane della razza dalla quale è nata», diceva poeticamente Bernanos. Maria è «la nuova Eva», dicono i Padri della Chiesa.
Da anni sottopongo all’attenzione questa radiografia della Bibbia, ma per quanto pertinente e luminosa, non riscontro nessuna eco; l’esegesi e la teologia spesso sono troppo miopi. Si accaniscono più che altro nel dirci quel che la Bibbia ha attinto dalla tradizione culturale pagana (ed è vero che vi abbia attinto), ma senza far vedere come l’ispirazione dello Spirito Santo ha progressivamente purificato, compiuto, trasceso la migliore di queste nobili tradizioni culturali, delle quali si è servita per fare il miele della Rivelazione biblica.
Vedere Maria con gli occhi di Dio
Ormai posso confidare una mia grande sorpresa: c’è un forte contrasto tra gli scienziati profani e coloro che esplorano la Rivelazione divina con lo stesso spirito scientifico.
I primi cercano continuamente di penetrare più a fondo gli incredibili e affascinanti misteri del cosmo, che fanno esplodere i concetti umani (relatività; principio di indeterminazione; e infine il mondo infinitesimale, che crea il suo spazio senza essere in nessuno spazio che lo contenga, ecc.). Noi ci stupiamo con loro, senza capire in modo adeguato quell’insieme vertiginoso del cosmo nel quale siamo immersi. I secondi, intrisi del principio scientifico secondo il quale tutto deve essere spiegato dal basso e solo dal basso, tentano di ridurre la Rivelazione biblica ai suoi condizionamenti culturali pagani, senza vedere come la Scrittura ispirata li trascenda progressivamente, non tanto con concetti razionali quanto piuttosto con simboli poetici, attraverso i quali si compie la Rivelazione, intessuta di simboli più che di astrazioni.
Si può veramente essere teologi senza la forza di penetrazione intuitiva e poetica di cui era ancora testimone la grande generazione dei poeti, Péguy, Claudel e Bernanos?
È da più di mezzo secolo che studio Dio e la Vergine Maria, senza mai separarli né dissociarli, e vado di meraviglia in meraviglia; perché la coerenza, la verità, la luce sovrarazionale di questo mistero supremo, parte integrante della Incarnazione e della Redenzione, si concentrano così nella piccola frase che è la conclusione, lo scopo e il compimento pieno di tutta la Rivelazione: «Dio è amore».
Non è che amore, non ha creato che per amore e sovrabbondanza.
Quanto a Maria, lei è la prima nell’amore, perché è la più amata da Dio e insieme colei che più l’ha riamato, a immagine del Figlio, che riceve tutto dal Padre e gli restituisce tutto in una eterna e travolgente riconoscenza.
Così questa piccolissima creatura, questa ragazzina della città e della provincia più periferica, più disprezzata, Nazareth in Galilea (cfr. Gv 1,46), questo piccolo animale razionale tanto inferiore agli angeli per intelligenza e potenza naturale, è posta al di sopra degli angeli: Regina degli angeli, la prima in assoluto delle creature. Regina degli angeli, questa ragazzina! Perché solo l’amore conta. Ella poteva dire ancora meglio di Teresa di Lisieux, sulla soglia della sua grande consacrazione: «Sarò l’Amore»; e poteva dire ancora meglio di Yvonne-Aimée de Malestroit (mistica francese, 1901-1951) giunta al culmine della sua unione mistica con Dio: «Il mio Amore è l’essenza stessa dell’infinito» (tanto si sentiva identificata con l’Amore stesso che è Dio in tre Persone).

L’edicola di piazza Capo di Ferro a Roma, dedicata all’Immacolata Concezione
Come tutte le mamme, vorrebbe che noi fossimo belli quanto lei, più belli, se possibile, per lo stesso Amore: l’amore divino, tanto diverso da quello che gli uomini denominano con questa parola. Perché “ti amo” spesso significa: “Voglio averti, possederti, dominarti”, come dimostrano i violentatori assassini, a proposito dei quali la stampa francese è inesauribile. Ma “ti amo” secondo Dio e secondo la verità umana vuol dire: “Voglio il tuo bene e la tua felicità, farò tutto per servirti. Darò la mia vita per te”: è quel che quasi tutti i genitori sanno fare per i loro figli.
Così è l’amore di Dio, che ha posto la sua immagine più naturale nella famiglia. Non è che dono. Le tre Persone divine non sono che dono totale, le une alle altre, senza ombra di egoismo, di narcisismo, di individualismo.
Le Persone divine, queste persone supreme, nostro modello, non sono individui, dice Tommaso d’Aquino; non sono che altruismo. La loro vita è il loro mutuo dono che costituisce la loro pienezza infinita. Noi siamo tutti chiamati ad entrare in questa pienezza che è il vero nome della felicità. Maria ci trascina dentro.
L’immagine più bella dell’Amore di Dio sulla terra è l’amore delle mamme per i loro figli, ai quali esse danno la vita come il Padre la dà al Figlio che è eternamente nel seno del Padre (cfr. Gv 1,18).
Come il loro amore non è altro che dono, così l’amore di Maria per Gesù, così l’amore dei genitori che fanno tutto per i loro figli.
Maria ha generato corporalmente solo Gesù. Tutti gli altri uomini hanno un’altra madre. Siamo dunque suoi figli adottivi. Ciò non vuol dire che ci ami di meno. I genitori adottivi che conosco non amano i loro figli adottivi meno di quelli che hanno avuto insieme. Bisogna anzi dire che li amano di più, perché i bimbi sfortunati che hanno strappato dalla miseria e dall’infelicità sono spesso feriti nel corpo e nella psiche. Bisogna dare loro molto più amore per guarire le ferite. Così Maria fa con noi.
A immagine del Padre celeste, che prova più gioia per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (cfr. Lc 15,7), lei non ci ama meno di suo Figlio Gesù, e le costiamo più amore e più sofferenze. Ci deve amare di più per strapparci dal peccato, perché noi recalcitriamo.
La sua origine immacolata non la allontana da noi, come alcuni obiettano. Anzi. Perché non si capisce il peccato tramite il peccato, ma tramite l’amore. Ogni egoismo diminuisce in noi l’amore e mette i peccatori gli uni contro gli altri. Affinché Maria sia vera madre di Dio e madre degli uomini, Dio ha dilatato il suo cuore a misura del Suo senza misura. Non potremo capire adeguatamente lo splendore di quest’amore provato dai dolori della sua compassione se non in Dio stesso, quando saremo là, anche noi identificati, nella rivelazione finale.
Non potremo capire l’amore vertiginoso di Maria, alla prova nella compassione, che con lo sguardo e l’Amore di Dio, al di là di questo mondo.