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AFRICA
tratto dal n. 11 - 2004

Somalia: rinasce lo Stato


Per quasi 14 anni il Paese è stato territorio di battaglia tra signori della guerra. Dopo tredici tentativi falliti, la comunità internazionale è riuscita a mettere d’accordo i diversi capiclan. Così, a ottobre, è stato eletto un presidente e, da dicembre, la Somalia ha un nuovo governo


di Davide Malacaria e Giovanni Cubeddu


Nairobi: il neopresidente somalo Abdullahi Yusuf Ahmed, a destra nella foto, con Sharif Hassan Sheik Aden, presidente del Parlamento somalo

Nairobi: il neopresidente somalo Abdullahi Yusuf Ahmed, a destra nella foto, con Sharif Hassan Sheik Aden, presidente del Parlamento somalo

Il 10 ottobre scorso Abdullahi Yusuf Ahmed è stato eletto presidente della Somalia. E che notizia è? In effetti nel baccano che scuote il mondo, dove fondamentalisti terroristi e fondamentalisti dell’antiterrorismo si affrontano senza esclusione di colpi, questa notizia è passata quasi inosservata. Eppure la novità c’è, ed è di quelle che aprono uno spiraglio di speranza in un mondo impazzito. Già, perché erano quasi 14 anni, dalla caduta del regime di Siad Barre, che questo Stato del Corno d’Africa non aveva un presidente. Meglio, non era uno Stato e alle consuete disgrazie che normalmente funestano i Paesi africani aggiungeva quella di essere un perenne teatro di battaglia tra signori della guerra locali, intenti a disputarsi a suon di mitra (merce che nei Paesi poveri non manca mai) una strada, un ponte, un aeroporto. Uno scenario di caos e anarchia che ha reso il Paese un territorio chiave per traffici illeciti di ogni genere e un possibile brodo di coltura del fondamentalismo islamico, la cui presenza in loco è stata sovente segnalata da osservatori e media internazionali.
Per monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» di Mogadiscio, il pericolo del fondamentalismo ha svolto un ruolo non secondario nella riuscita di quest’ultimo processo di pace, che ha preso l’avvio circa due anni fa. Lo incontriamo a Roma, nella Casa del clero di via della Scrofa. «Dal ’91 a oggi, questa è la quattordicesima volta che la comunità internazionale cerca di portare i capi delle varie fazioni somale a sedersi intorno a un tavolo della pace». Spiega Bertin: «Questa volta c’è una speranza in più, perché il mondo sembra essersi reso conto che lasciare la Somalia in questa situazione è pericoloso per tutti. Lo scorso anno sono stato negli Stati Uniti, grazie ai buoni uffici dell’ex ambasciatore di Gibuti, e ho parlato con un team che aveva il compito di preparare la documentazione per l’amministrazione Usa. Erano ossessionati dal terrorismo. E qualcuno aveva anche ventilato l’ipotesi di un qualche “intervento chirurgico” nel Paese. Ho obiettato che tra i somali l’elemento religioso e quello politico sono sempre stati separati e la popolazione non ha mai visto di buon occhio i fondamentalisti. Certo qualche infiltrazione c’è, ma sono elementi isolati. Ma, se li avessero attaccati, avrebbero creato una saldatura tra questi elementi e il resto della popolazione. Spiegai che era necessario favorire la riorganizzazione di uno Stato unitario, che avrebbe potuto contrastare con più efficacia questo pericolo. L’elezione di Yusuf è stata faticosa, ma è un passo nella direzione auspicata allora. Speriamo sia la volta buona». Un processo di pace laborioso che è riuscito laddove era fallito un intervento armato degli Usa ai tempi di Bush padre, nel 1992, e anche la sfortunata – affrettata forse – missione Restore Hope, cui fece seguito il lungo intervento dei caschi blu, sotto l’egida Unosom, terminato nel 1995, che, nonostante tutto, ha avuto il merito di salvare migliaia di vite. Di seguito, gli altri, vani, tentativi promossi dall’Onu. «È vero, abbiamo fallito tante volte», afferma Winston Tubman, rappresentante delle Nazioni Unite per la Somalia, «ma da tutti i precedenti insuccessi abbiamo imparato qualcosa, noi come anche il popolo somalo e gli altri Paesi della regione. Questo ulteriore tentativo nasce sotto altri e più buoni auspici: infatti, per la prima volta, in questo processo di pace, oltre ai vari capi locali, si sono coinvolti tutti i Paesi della regione. Certo qualche malumore tra alcuni capi clan circola ancora, ma non troverà più il supporto delle nazioni confinanti».
Profughi somali a Mandera, in Kenya

Profughi somali a Mandera, in Kenya


Il lungo cammino della pace
A promuovere il processo di riconciliazione sono stati i Paesi dell’Igad (Intergovernmental authority on development, un organismo regionale teso allo sviluppo dei Paesi dell’Africa orientale, cui aderiscono Eritrea, Etiopia, Gibuti, Somalia, Kenya, Sudan e Uganda), a loro volta supportati da altri Stati e organismi internazionali, i cosiddetti Igad partners, come l’Unione europea e la Lega araba, ma anche, curiosità della politica, il Giappone. L’Italia, dice Tubman, ha dato un grande contributo (d’altronde i legami con l’ex colonia non sono mai stati recisi del tutto). Gli Stati Uniti invece si sono “defilati”, limitandosi a seguire i lavori. Ma il processo di pace è andato avanti lo stesso. Per prima cosa si è proceduto ad individuare degli interlocutori interni, dal momento che la società somala è divisa in diversi clan, sottoclan e fazioni tra i quali è difficile raccapezzarsi. Allo scopo sono stati individuati quattro grandi clan tradizionali, ai quali sono stati aggregati sub clan minori e fazioni. A questi è stato chiesto di eleggere dei propri rappresentanti in Parlamento, la cui sede, per ragioni di sicurezza, è stata posta provvisoriamente a Nairobi, in Kenya. I 275 parlamentari si sono insediati il 22 agosto e, dopo aver eletto un presidente dell’Assemblea, Sharif Hassan Sheik Aden, hanno proceduto alle elezioni per la nomina del presidente somalo. Due i contendenti: Abdullhai Yusuf e lo sconfitto Ahmed Addou, ex ambasciatore presso gli Stati Uniti. Secondo gli analisti, a giocare in favore di Yusuf è stato il suo passato di oppositore al regime di Siad Barre, oltre al prestigio che gli derivava dall’essere presidente dello Stato somalo del Puntland, regione del Corno d’Africa che, nel ’98, si è proclamata autonoma. Osserva Tubman: «Un fatto sicuramente positivo è che i candidati alla presidenza, al momento delle elezioni, hanno firmato un documento in cui s’impegnavano a disarmare i propri clan e a supportare chiunque fosse stato eletto». In effetti il disarmo delle milizie è il primo punto all’ordine del giorno nell’agenda del nuovo presidente. Secondo le stime in mano al suo staff, in Somalia circolerebbero circa due milioni di armi da fuoco, tra pesanti e leggere. Difficile pensare a un minimo di sicurezza con tanti strumenti di morte in giro. Per questo motivo si è deciso che il nuovo governo resti provvisoriamente a Nairobi. A questo proposito Yusuf ha chiesto all’Unione africana di inviare un contingente di 15-20mila soldati. «Yusuf non è il solo a pensare che servano truppe straniere per disarmare le fazioni in guerra», prosegue Tubman: «Anche il segretario dell’Onu, Kofi Annan, ha fatto una richiesta analoga al Consiglio di sicurezza. Ma questo deve andare di pari passo con la creazione di forze di sicurezza interne che affianchino le truppe straniere in un compito tanto difficile. In Somalia ci sono molti ex rappresentanti delle forze di sicurezza che potrebbero essere addestrati e inquadrati a questo scopo. Naturalmente questo è solo il primo passo. Occorre che il Paese ritrovi ordine e stabilità, in modo da poter ricreare le condizioni per attirare investimenti e realizzare nuove opportunità di lavoro».
Le tappe successive sono già state fissate: l’attuale governo di transizione resterà in carica per cinque anni, anni in cui si cercherà di dar vita, all’interno della società, ai partiti politici che prenderanno parte alle successive elezioni. Inoltre la comunità internazionale affiancherà e sosterrà le iniziative del nuovo governo, attraverso un’apposita commissione. Resta da definire la questione del Somaliland ­– regione del nord corrispondente più o meno ai territori dell’ex protettorato inglese – che, nel 1991, si è dichiarato indipendente e che non ha aderito al processo di riconciliazione. Per non complicare ulteriormente il percorso di normalizzazione del Paese, la questione dei rapporti tra il governo di Mogadiscio e il Somaliland è stata saggiamente rimandata a un secondo momento, e sarà definita in autonomia dai rispettivi governi.
Monsignor Giorgio Bertin

Monsignor Giorgio Bertin


La Chiesa e il caos
In attesa che l’ordine torni a Mogadiscio, alcuni dei signori della guerra mostrano i muscoli, chi per far capire che non accetta la pace, chi per alzare il prezzo. E la macabra contabilità dei morti ammazzati deve essere aggiornata quotidianamente. All’Onu dicono che il numero reale delle vittime di questo conflitto si potrà conoscere solo con il ritorno alla normalità. Ma diverse stime ufficiose indicano che, dal ’91 a oggi, i morti sono stati 300-500mila e i rifugiati 2 milioni, senza contare i decessi per fame e malattie che in questo caos sono aumentati a dismisura. Una lenta consunzione, che il vescovo di Gibuti, che per anni è stato in Somalia, ha potuto osservare da vicino. «La Chiesa un tempo qui era una presenza imponente e visibile: gestiva scuole, servizi sanitari e molto altro… Poi, nel ’69, c’è stato il colpo di Stato di Siad Barre e la nascita della Repubblica Democratica Somala, di ispirazione socialista. Il suo proclama rivoluzionario fu stampato dalla stamperia cattolica… D’altronde era la migliore». Sorride pensando alle giravolte del destino. E ricorda senza astio quel regime. In fondo, spiega, era come altri, con le sue luci e le sue ombre. Tra le luci, certamente, l’introduzione della lingua somala scritta e l’alfabetizzazione del Paese. Poi venne la nazionalizzazione delle scuole e tutti gli edifici scolastici privati, compresi quelli cattolici, furono espropriati. E anche le case dei missionari, se collegate a questi. Questo è il contesto che Bertin, dopo essere già stato in Somalia dal ’69 al ’71, trova quando vi fa ritorno da giovane sacerdote nel 1978. «Ci fu un periodo di sbandamento. Tanti di noi si trovarono senza occupazione, o almeno senza quella che erano abituati a svolgere, e andarono via. Fu un brutto colpo, ma, anche se finiva una presenza istituzionale, non finì affatto la presenza cattolica, che nella nuova situazione era chiamata a essere presente in altra forma, ovvero come servizio. Per me, che ero francescano, era tornare a quanto prescritto da san Francesco nella Regola cosiddetta non bollata, laddove spiega che ci sono due modi di andare in missione presso i Saraceni, come si chiamavano allora: il primo è non litigare con nessuno, essere soggetti alle autorità e dire di essere cristiani. Il secondo, se e quando a Dio piacerà, è annunciare apertamente che non c’è altro salvatore che Gesù Cristo. Abbiamo faticato a fare questo passaggio, ma poi, poco a poco, le suore sono state reintegrate negli ospedali statali e nelle scuole pubbliche. Una dinamica che già si era intensificata dopo la disgraziata guerra dell’Ogaden, quando, nel 1977, la Somalia fu sconfitta dall’Etiopia. Quelli che seguirono furono anni difficili, anche economicamente. Il regime di Barre s’indebolì. In quegli anni ci fu un tentativo di ribellione, ad opera di un giovane ufficiale a me allora sconosciuto, Abdullahi Yusuf. Il tentativo andò male e Yusuf si rifugiò in Etiopia da dove continuò la sua lotta. Poi nel Paese arrivò l’onda lunga della rivoluzione iraniana, che suscitò un’opposizione al regime a sfondo religioso.Ma la rivolta armata contro Barre veniva dai clan: si susseguirono diversi focolai di ribellione che poco a poco logorarono il regime, fino al crollo del ’91».
Per la Chiesa quegli ultimi anni furono particolarmente duri. Il 9 luglio dell’89 viene ucciso il vescovo di Mogadiscio, monsignor Salvatore Colombo. «All’epoca ero vicario episcopale», ricorda Bertin: «Dell’omicidio furono incolpati gli islamici, ma io non ne sono affatto convinto. Credo piuttosto che si sia trattato di una sorta di omicidio di Stato: è probabile che Barre, o qualcuno del suo entourage, volesse far balenare davanti agli occhi dell’Occidente il pericolo islamico. Andammo avanti, illudendoci che non ci avrebbero molestato ulteriormente. Ma poi, nel ’91, incendiarono la Cattedrale e fummo costretti ad andare via. E con noi è partito anche il 90 per cento dei cristiani, che erano per lo più stranieri». Il presule ricorda che, per un certo periodo, nel Paese rimasero alcuni catechisti, che svolgevano la loro opera pastorale in relativa tranquillità. Ma furono presto sopraffatti dalle mutevoli vicende della guerra tra bande. Ora in Somalia sono rimasti una quarantina di cristiani. Monsignor Bertin racconta di incontri fuggevoli durante i suoi viaggi apostolici, di scambi epistolari, di preghiere comuni rubate tra mille cautele. Non per questo la Chiesa ha cessato la sua opera a fianco del popolo somalo. A Mogadiscio operano le suore missionarie della Consolata. Lui e altri sacerdoti vanno e vengono dal Paese. «Data la situazione, è impossibile immaginare una presenza aperta», dice Bertin: «Ma la Chiesa è rimasta vicina a questo popolo, secondo modalità dettate da misure di prudenza, perché in quel caos è facile diventare un bersaglio. Per lo più la presenza cristiana in Somalia è affidata ai laici, come Annalena Tonelli, uccisa nel 2003, che era lì ispirata dalla propria fede. O come Graziella Fumagalli, direttrice dell’intervento umanitario della Caritas a Merca, uccisa nel ’95, proprio nella giornata missionaria mondiale. Questi sono solo gli esempi più impressionanti di una presenza cristiana che si è diramata attraverso le vie più diverse, soprattutto attraverso il lavoro all’interno delle organizzazioni internazionali».
Sopra, Nairobi: una seduta del Parlamento somalo; sotto, Miliziani a Mogadiscio

Sopra, Nairobi: una seduta del Parlamento somalo; sotto, Miliziani a Mogadiscio


Fiori profumati tra le tribolazioni
Saranno le prospettive aperte dal processo di pace, saranno le contingenze, ma il flusso di rifugiati che sta ritornando in Somalia negli ultimi tempi sembra in aumento. Solo quest’anno sono 13mila quelli che le Nazioni Unite sono riusciti a rimpatriare dall’Etiopia e da Gibuti. Il campo profughi di Hartisheik (uno dei più grandi del mondo), in Etiopia, che al suo acme ha ospitato più di 400mila rifugiati, a giugno ha chiuso i battenti. Quello degli esuli è un problema fortemente sentito da Angelo Masetti, responsabile del Forum Italia-Somalia per la pace e la ricostruzione, che sta lavorando dietro le quinte per facilitare la riconciliazione. Afferma Masetti: «La guerra civile ha allontanato dal Paese circa l’80 per cento delle figure professionali, che attualmente vivono per lo più nei Paesi occidentali. Una perdita enorme in termini di risorse umane. Il nostro progetto è di individuare, attraverso elezioni, dei rappresentanti della diaspora che possano supportare il processo di pace, e che diano alla Somalia quel contributo economico, d’intelligenza e conoscenze, indispensabile alla rinascita del Paese». C’è urgenza nelle sue parole. Anche perché, mentre faticosamente la diplomazia cerca di sovrastare il fragore delle armi, nel Corno d’Africa si continua a morire. La tragica situazione umanitaria del Paese è stata fotografata nell’ultimo rapporto dell’Onu, reso pubblico l’8 ottobre. Secondo il documento, da quattro anni la siccità attanaglia diverse regioni somale: sono circa 670mila le persone che hanno bisogno di un’assistenza immediata. Inoltre, nella valle inferiore del fiume Giuba, un conflitto tra clan rivali ha costretto diversi operatori umanitari a evacuare, nonostante il fatto che, nella zona, si sia registrato un deficit nei raccolti. Presto la popolazione di questa regione sarà alla fame: è a rischio la sopravvivenza di più di 165mila persone. Né si può dar conto delle sofferenze psicofisiche che gravano sui bambini, limitandosi il documento a registrare che la Somalia ha uno dei tassi di scolarizzazione più bassi del mondo. Varie organizzazioni internazionali tentano come possono di arginare il disastro e di portare un minimo di sollievo alle popolazioni stremate. È il caso della Coopi (Cooperazione internazionale), una Ong di Milano creata da padre Vincenzo Barbieri e affidata interamente a laici. La Coopi lavora in Somalia da circa vent’anni. Efrem Fumagalli ne supervisiona l’attività. Spiega: «Attuare un intervento umanitario in un territorio in cui non esiste uno Stato è più difficile che altrove. Per avviare un intervento occorre trovare un accordo con i capifazione locali, e il lavoro svolto è sempre a rischio. Quest’anno abbiamo dovuto evacuare il nostro personale quattro volte. Comunque in Somaliland, dove si concentra la nostra attività, la situazione è più tranquilla. Qui gestiamo diversi ospedali, tra cui quello di Borama, e da poco abbiamo concluso un accordo per gestire anche il centro per l’assistenza ai malati di tubercolosi creato dalla Tonelli. Ma in un posto così c’è bisogno di tutto. Per esempio abbiamo avviato due progetti, uno nel sud e uno sul labile confine tra Somaliland e Puntland, per la vaccinazione e l’assistenza del bestiame e per la creazione di punti di beveraggio nelle vie di passaggio delle mandrie. È un modo per permettere la sussistenza a tante famiglie che vivono di pastorizia. Il nostro modello è fare degli interventi i cui benefici non si concludano con il termine degli stessi: così affianchiamo il nostro personale sanitario e amministrativo a quello locale, per aiutarne la formazione e, allo stesso tempo, laddove possibile, cerchiamo di rifornirci di medicine presso commercianti locali, per favorire la ripresa di un’attività commerciale». Anche le cinque suore della Consolata lavorano per una Ong, l’organizzazione umanitaria Sos Kinderdorf. Suor Marzia, la superiora, è in Somalia da 36 anni. La sua voce, all’altro capo del filo, è di quelle che mettono pace. Racconta che una delle suore ora si trova fuori dal Paese, a Nairobi, dove la Congregazione gestisce una scuola per infermieri con ottanta allievi. «Sono bravissimi», dice felice; e continua: «Qui a Mogadiscio abbiamo un villaggio per bambini orfani e un ospedale con reparti di maternità e pediatria. Assistiamo donne e bambini. È l’unico ospedale della zona. La gente fa anche cinquecento chilometri per venire qui. Diamo assistenza e medicine gratis. C’è tanto da fare e le emergenze sono continue». Racconta che vestono l’abito religioso senza che questo susciti alcuna diffidenza, anzi. La gente è abituata a vedere suore negli ospedali, dicono che è grazie alle suore che l’ospedale funziona. Per loro, che un prete lo vedono solo quando le condizioni lo permettono, è difficile partecipare alla messa. Così ogni giorno si riuniscono per pregare, leggere le Sacre Scritture e per l’adorazione eucaristica. Usa così, in situazioni tanto difficili. Racconta che la nomina del presidente ha suscitato un’ondata di speranza tra quella povera gente, ma che senza il sostegno internazionale anche questo tentativo è destinato all’insuccesso. «Questa gente ha attraversato dolori indicibili», prosegue: «Ma se avessero un lavoro, un’occupazione, un’alternativa, cambierebbe tutto». Cade la linea, richiamiamo. Suor Marzia riprende e, garbatamente, ci rimprovera, noi giornalisti; attenti, dice, solo alle cose sensazionali: «Invece nessuno parla mai della bontà di cuore di questa gente. Se la Somalia ancora si regge, è proprio per l’aiuto vicendevole tra poveri. È una cosa commovente… se viene da noi una persona particolarmente bisognosa, gli altri fanno una colletta, racimolano qualcosa tra i loro già pochi averi e glielo fanno scivolare in mano con una delicatezza... Ad esempio ieri era qui una donna e gli altri le hanno dato qualche scellino per comprarsi qualcosa. Lei si alza, esce, ma subito dopo ritorna. Le chiedo perché non ha comprato niente e mi spiega che aveva dato quegli scellini ad un’altra, che aveva più bisogno di lei. Ecco queste cose non fanno notizia, ma sono dei fiori profumati, che è facile vedere stando qui».
«Dicono che io sia un signore della guerra», ha dichiarato il presidente nel suo primo discorso ufficiale: «Da oggi mi conoscerete come uomo di pace». Il 1° dicembre, il primo ministro somalo, Ali Mohammed Gedi, nominato da Yusuf, ha presentato a Nairobi un governo di unità nazionale. Certo, la ricostruzione dello Stato non sarà impresa facile. Ma oggi, in Somalia, la piccola, tenace speranza ha un profumo nuovo.


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