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BRASILE
tratto dal n. 07/08 - 2002

San Paolo. Intervista con il cardinale Cláudio Hummes

La carità è la cosa più importante


L’arcivescovo di San Paolo del Brasile, parlando di questa grande metropoli, descrive le contraddizioni che lacerano tutto il continente latinoamericano, dove masse di poveri vivono accanto a una straordinaria accumulazione di ricchezza senza poterne usufruire. E fa un bilancio dei suoi primi quattro anni alla guida dell’arcidiocesi paulista


di Stefania Falasca


Famiglie di poveri frugano tra i rifiuti di una discarica a San Paolo del Brasile

Famiglie di poveri frugano tra i rifiuti di una discarica a San Paolo del Brasile

«È l’ora di una nuova “fantasia della carità”, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione». Il cardinale Cláudio Hummes, da quattro anni arcivescovo della grande metropoli sudamericana di San Paolo del Brasile, ha fatto proprie queste parole della lettera apostolica Novo millennio ineunte. «Bisogna puntare sulla carità, la carità» afferma «è la cosa più importante, ed è l’indirizzo da seguire nell’attività pastorale di una grande città come quella di San Paolo». La megalopoli di cui è vescovo, con i suoi 23 milioni di abitanti, dove masse di miserabili vivono accanto ad una straordinaria accumulazione di ricchezza, racchiude in sé tutte le contraddizioni che lacerano il continente latinoamericano.
Sessantotto anni, francescano, figlio di emigranti tedeschi, il brasiliano Cláudio Hummes, è uno dei porporati di spicco dell’episcopato latinoamericano. Creato cardinale nell’ultimo concistoro voluto da Giovanni Paolo II, ha predicato nella Quaresima di quest’anno gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia romana. Prima di approdare alla guida della metropoli paulista è stato per ventuno anni, dal 1975 al 1996, vescovo diocesano di Santo André, il più grande polo industriale dello Stato di San Paolo. Durante quegli anni ha difeso le lotte degli operai rivestendo anche la carica di assistente nazionale della pastorale operaia. Nella recente riunione generale della Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb), nella quale i vescovi brasiliani hanno affrontato la grave situazione del Paese lanciando una campagna per il superamento della fame e della miseria, il suo intervento si è incentrato sulla questione dello sfruttamento del lavoro e sull’ingiustizia sociale. In ottobre si svolgeranno in Brasile le elezioni presidenziali. A dom Cláudio Hummes abbiamo chiesto di fare il punto sulla crisi economica e sociale che interessa attualmente il Brasile e attraversa tutta l’America Latina.

L’America Latina sta attraversando un momento convulso. In Venezuela e Perù lo scontro politico e sociale ha assunto livelli preoccupanti. In Colombia continua lo scontro militare tra esercito e forze della guerriglia. L’Argentina non riesce ad uscire da una crisi gravissima. Anche il Brasile corre il rischio di un tracollo economico?
CLÁUDIO HUMMES: Diversi Paesi latinoamericani purtroppo attraversano una fase di grave instabilità economica. Anche in Brasile attualmente si assiste ad un progressivo deterioramento della situazione economica e sociale. Tale crisi è dovuta fondamentalmente al sistema economico mondiale neoliberista che ancora non è riuscito a trovare le formule e gli strumenti per addomesticare e regolamentare l’indole selvaggia del capitale internazionale speculativo, in grado di provocare in tempi rapidissimi un devastante attacco alla moneta di Paesi di recente sviluppo o emergenti come il Brasile, e farli così sprofondare in una crisi economica e politica difficilmente reversibile. Un’altra causa della crisi in Brasile è certamente la portata del debito pubblico interno ed estero, che, secondo alcuni studiosi internazionali, a mio avviso forse troppo allarmisti, potrebbe comportare il rischio che il Brasile diventi insolvente. Secondo questi analisti, un’aggravante risiederebbe anche nell’incertezza riguardo alla politica economica che sarà seguita dal futuro governo brasiliano, visto che siamo nell’anno delle elezioni.
L’emergenza sociale latinoamericana interpella la Chiesa e il magistero ecclesiale. Settant’anni fa, nell’enciclica Quadragesimo anno, scritta dopo la crisi delle Borse del ’29, Pio XI aveva definito «imperialismo internazionale del denaro» il modello di economia speculativa capace di impoverire all’istante milioni di famiglie. Applicherebbe questa definizione alla realtà latinoamericana di oggi?
HUMMES: Anche se la situazione economica mondiale e dei Paesi latinoamericani si è evoluta molto rispetto all’epoca dell’enciclica di Pio XI, questo testo è senza dubbio attuale e applicabile ad aspetti fondamentali del nuovo ordine economico mondiale.
Il Brasile soffre di una delle più perverse distribuzioni della ricchezza nel mondo e di una grave situazione di ingiustizia sociale. Quali sono, a suo avviso, le cause principali che determinano questa realtà?
HUMMES: Le cause sono, innanzitutto, storiche, e risalgono all’epoca coloniale. A queste oggi se ne aggiungono molte altre. Una è, senza dubbio, la mancanza di una scolarizzazione ampia e profonda della popolazione. Senza un sufficiente livello di istruzione non si esce dal sottosviluppo e dalla sudditanza nei confronti dell’élite economica. È mancata anche, nel momento storico opportuno, una vera e ampia riforma agraria. Inoltre, la corruzione amministrativa, che da qualche anno viene denunciata con grande energia dalla società civile e dal governo, è ancora molto diffusa. L’enorme attuale crisi dell’occupazione in Brasile, riflesso anche della disoccupazione provocata a livello mondiale dall’economia neoliberista, rende infine ancora più difficile modificare l’iniqua distribuzione del reddito nel nostro Paese.
I vescovi brasiliani hanno affrontato la situazione del Paese nell’Assemblea generale dell’episcopato svoltasi lo scorso aprile. In vista delle elezioni presidenziali la Conferenza episcopale brasiliana ha diffuso anche un documento che espone alcuni punti di riflessione ed ha lanciato una campagna per il superamento della fame e della miseria. Quali sono le prospettive indicate?
HUMMES: La Chiesa in Brasile, dopo il Concilio Vaticano II, e in seguito, con le Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano di Medellín, Puebla e Santo Domingo, ha espresso in mille modi la sua predilezione e la sua solidarietà con i poveri, al punto di essere accusata a volte di occuparsi troppo del problema socioeconomico. Questa opzione preferenziale è oggi più che mai viva e si è manifestata ancora una volta nel documento della Cnbb approvato nell’Assemblea generale di quest’anno. In questo anno elettorale è importante che la miseria e la fame entrino seriamente nel programma dei candidati.
Contadini senza terra occupano 
un latifondo

Contadini senza terra occupano un latifondo

Lei nella sua relazione all’Assemblea generale della Cnbb ha voluto sottolineare la questione del lavoro e dello sfruttamento...
HUMMES: È valida ancora oggi, nonostante le numerose trasformazioni nel mondo della produzione economica, l’affermazione dell’enciclica Laborem exercens secondo cui «il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale» (Laborem exercens I, 3). Per questo motivo la disoccupazione è così devastante nella vita di una persona. La stessa cosa vale per la questione della remunerazione ingiusta del lavoro umano. Accanto alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoratore continua ad essere uno dei fattori principali della povertà e della miseria. La città di San Paolo è un’immagine viva e concreta di questa ingiusta distribuzione del reddito, poiché in essa coesiste una straordinaria accumulazione di ricchezza accanto a milioni di favelados, di miserabili lasciati fuori dal sistema economico. Sempre nell’enciclica Laborem exercens si afferma giustamente che «il giusto salario diventa in ogni caso la concreta verifica della giustizia di tutto il sistema socioeconomico e, ad ogni modo, del suo giusto funzionamento. Non è questa l’unica verifica, ma è particolarmente importante ed è in un certo senso, la verifica-chiave» (Laborem exercens IV, 19).
Lei è stato per ventuno anni vescovo nella regione industriale di Santo André, nello Stato di San Paolo. Durante quel periodo ha sostenuto e difeso le lotte degli operai. Cosa ricorda dell’esperienza di quegli anni?
HUMMES: Nei ventuno anni in cui sono stato vescovo di Santo André, una diocesi a quell’epoca essenzialmente operaia, con 220mila operai metallurgici, eravamo sotto il regime militare. I sindacati dei lavoratori non avevano voce, come del resto tutto il popolo. C’era molta repressione. Negli ultimi anni del regime militare, quando iniziarono i primi movimenti di democratizzazione, gli operai di Santo André realizzarono scioperi memorabili. La Chiesa si dichiarò solidale con le giuste rivendicazioni dei lavoratori e di tutti coloro i cui diritti fondamentali erano calpestati. Così aprimmo le porte della Chiesa per accogliere e difendere dalla repressione dei militari gli operai in sciopero. Era quello un periodo storico particolare, che richiedeva in quel momento dalla Chiesa una risposta adeguata. Il momento attuale è ben diverso e non avrebbe senso continuare ad agire allo stesso modo, anche se sotto certi aspetti le cose da allora sono peggiorate.
Il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace sta lavorando da tempo a un compendio che raccolga in maniera organica la dottrina sociale della Chiesa. Come pastore di una grande Chiesa sudamericana, quali sono i suoi auspici e le sue attese riguardo a questo documento?
HUMMES: Questa è una buona notizia. Abbiamo bisogno di un compendio come questo che ci presenti in una forma organica e metodica la ricca e preziosa dottrina sociale della Chiesa. Penso che si dovrà formulare un’alternativa valida all’attuale sistema unico neoliberista, un’alternativa che renda possibile un mondo meno diseguale e più giusto. In questa formulazione, la Chiesa può offrire un importante contributo con la sua dottrina sociale e la sua grande esperienza.
Da anni, quando si parla dello sviluppo economico dell’America Latina, si fronteggiano due modelli concorrenziali: l’Alca (Area di libero commercio delle Americhe, sponsorizzata soprattutto dai circoli economico-finanziari nordamericani) e il Mercosur (Mercato comune del Sud, che punta ad integrare le economie dei Paesi sudamericani). Tutti i progetti di sviluppo del Sud America (trasporti, infrastrutture, commerci) attribuiscono comunque un ruolo strategico a San Paolo, la città di cui lei è vescovo...
HUMMES: La città di San Paolo, una delle più grandi città del mondo, ha oggi un’importanza sempre crescente. È una megalopoli planetaria coinvolta nei grandi processi decisionali che riguardano l’alta finanza mondiale, l’economia e la ricerca scientifico-tecnologica. Quanto alle aree di mercato comune, il Brasile fa parte del Mercosur, l’area di integrazione economica che è decisiva, per i Paesi che la compongono [Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Cile e Bolivia come membri associati, ndr], al fine di esercitare maggior potere di negoziazione nel mercato mondiale. I rapporti economici bilaterali tra singoli Paesi sono sempre importanti, ma le aree di integrazione economica sono oggi indispensabili nel mercato globale. L’Alca rispetto al Mercosur è un progetto alternativo di integrazione economica che mira a includere tutti i Paesi del grande continente americano. Se funzionerà, sarà una grande potenza. Tuttavia, questo progetto sta ricevendo molte critiche e riserve. Innanzitutto a causa del protezionismo crescente da parte degli Stati Uniti. In secondo luogo perché dentro il medesimo mercato integrato occorre che a tutti i membri siano garantiti condizioni e vantaggi omogenei. Mentre nel caso dell’Alca, vista la supremazia economica degli Stati Uniti, gli altri Paesi del blocco corrono il prevedibile rischio di essere soverchiati dagli interessi del più forte. Per questo motivo la proposta dovrà essere negoziata con estrema attenzione, equità e reali garanzie di eguaglianza. Potrebbe anche non essere necessario optare per il Mercosur o per l’Alca: questi due modelli d’integrazione economica potrebbero coesistere. Ma considerato che il Mercosur è già operativo, a mio avviso dovrebbe incrementare di più i suoi rapporti con la Comunità europea, per controbilanciare il potere nordamericano.
L’episcopato brasiliano si è espresso ufficialmente riguardo a questo argomento?
HUMMES: Nella recente Assemblea generale della Conferenza episcopale brasiliana che si è tenuta lo scorso aprile, la Cnbb non si è pronunciata per votazione su questa questione, ma il suo vertice sembra appoggiare il Mercosur e sembra essere estremamente critico, se non contrario, all’Alca.
Giusto quattro anni fa lei entrava in San Paolo come nuovo arcivescovo di questa grande città. Quale è stata la sua impressione iniziale? E se dovesse ora fare un bilancio...
HUMMES: Quando fui nominato arcivescovo di San Paolo, questa città non mi era estranea, perché la diocesi di Santo André, nella quale ero stato vescovo, confina con quella di San Paolo e fa parte di questa grande metropoli. La responsabilità tuttavia è divenuta molto più grande, poiché si trattava comunque di un’altra enorme diocesi che solo da quel momento avrei dovuto cominciare a conoscere a fondo. Il mio primo gesto è stato quello di convocare tutti con il proposito di formare una Chiesa che viva la comunione e l’unità nella diversità. Tutti dovevano sentirsi convocati e accolti allo stesso modo. Manifestai subito anche quelle che sono (e sempre sono state) le mie priorità pastorali: la nuova evangelizzazione e la solidarietà con i poveri, che per me sono inseparabili e si alimentano reciprocamente. Abbiamo così camminato in questa prospettiva per andare incontro alle esigenze della nostra gente e per conoscere meglio le situazioni di povertà e di miseria della nostra città. Abbiamo «scommesso sulla carità», come è anche indicato dal Santo Padre nella Novo millennio ineunte, perchè «la carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole». Si tratta dunque, come è scritto nella lettera apostolica, «di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva» (Novo millennio ineunte IV, 50). La carità, in senso più ampio, include anche la giustizia sociale, i diritti umani, la dignità della persona, la pace. La carità è a mio avviso l’aspetto più importante di un’attività pastorale. È la cosa più importante, perché la carità tutto comprende, tutto abbraccia.
Nella prospettiva di questo indirizzo pastorale, quale compito hanno i laici?
HUMMES: I laici battezzati sono i soggetti della vita ecclesiale. Sono loro ad essere presenti in tutti i diversi luoghi e contesti che compongono la realtà urbana. È perciò necessario dare loro sostegno, appoggio, formazione, perché possano essere pienamente coinvolti nell’opera di evangelizzazione. I laici sono chiamati ad essere testimoni. Anche in una realtà urbana così complessa si diventa cristiani se si è condotti ad un incontro personale con Gesù Cristo, in modo da avere con Lui un coinvolgimento personale e incondizionato. In una società pluralista solo un simile rapporto resiste all’indifferenza religiosa e all’agnosticismo oggi crescenti. È da questo rapporto personale con Gesù Cristo che il cristiano trae alimento per la sua vita e per il suo operare, diventando testimone di una fede concreta, concreta anche nell’azione, diventando così testimone vivo della carità.
Lei è francescano. Quale contributo peculiare può dare la sensibilità francescana nella guida pastorale di una megalopoli come San Paolo?
HUMMES: Il francescanesimo devo dire che l’ho scoperto gradualmente. Sono entrato in giovane età nel seminario minore dei Francescani e lì ho cominciato ad essere attratto e a sentirmi chiamato a seguire il carisma francescano. Divenuto poi vescovo, ho voluto scegliere come motto la frase di Gesù Cristo: «Siete tutti fratelli» (Mt 8), pensando anche a Francesco. San Francesco d’Assisi è voluto ritornare al Vangelo e ha voluto che la fraternità fosse una caratteristica dei suoi frati, come la povertà, l’amore caritatevole e la solidarietà con i poveri. Ho seguito questa strada. Ed è su questa strada che intendo continuare il mio apostolato nella città di San Paolo. q


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