Una Europa diversa
Ma anche in virtù delle acquisizioni scientifiche sull’immediatezza della vita subito dopo il concepimento poteva sperarsi che tutti insieme ritornassimo sulle decisioni assunte nel 1978. Fu un compromesso strano.
Giulio Andreotti
I documenti delle riunioni internazionali sono purtroppo sempre molto lunghi, con il risultato certo che, salvo poche riviste specializzate, la stampa e gli altri mezzi di informazione o li ignorano del tutto o ne divulgano poche righe; con l’aggravante che estraggono le frasi piccanti o comunque sensazionali.
L’ultimo esempio di questo deficit informativo si è avuto nei riguardi del voto espresso dal Parlamento europeo il 2 luglio sotto il titolo: Sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi.
Con estrema sintesi le agenzie hanno reso noto che l’Europa è favorevole all’aborto, aggiungendo anche una avvenuta sconfessione di un accordo (che è una convergenza di opinioni) tra Santa Sede e Usa sui diritti dell’infanzia.
A questo punto credo prima di tutto necessario pubblicare il testo integrale, con le sue 38 premesse e 32 punti, compreso il ventinovesimo che riguarda appunto Roma Vaticano e Washington.
L’Assemblea di Strasburgo ha approvato questo testo (redatto da una socialista del Benelux) con 280 voti favorevoli, 240 contrari e 28 astenuti.
Non sono un ammiratore dell’eurodeputato Antonio Di Pietro, ma il suo commento è stato incisivo: «L’Europarlamento non dovrebbe entrare nel letto e nelle coscienze dei cittadini».
Quando si discute di spazi europei, per rendere sempre più integrata l’Unione, si sostiene una tesi giusta e opportuna. Ma se per agire con fattori comuni ci si deve arrendere a questo tipo di modernizzazione, siamo su una strada sbagliata e inaccettabile. Si apre anzi (e forse lo recepiranno gli irlandesi nel prossimo referendum circa “Nizza”) il quesito sulla accettabilità del passaggio dai voti unanimi a quelli a maggioranza.
È vero: la nostra legislazione interna in tema di legalizzazione dell’aborto (approvata anche nell’appello ai cittadini) è permissiva. Ma anche in virtù delle acquisizioni scientifiche sull’immediatezza della vita subito dopo il concepimento poteva sperarsi che tutti insieme ritornassimo sulle decisioni assunte nel 1978. Fu un compromesso strano. Perché prima di un certo numero di settimane si tratta di una pertinenza della madre e subito dopo diviene un soggetto autonomo, di cui è doveroso difendere il diritto a sussistere?
Può non essere matura una revisione ma è molto grave perseverare nell’errore, dando ad esso la legittimazione europea.
Non è soltanto per questo il dissenso dal testo del 2 luglio. Ma l’allarme andava subito dato perché sono all’esame altre sconcertanti proposte di risoluzione (questa volta di matrice italiana). Riguardano la Chiesa cattolica e invitano ad avviare le procedure per l’annullamento dello status ufficiale di cui gode la Santa Sede presso l’Onu.
Ma c’è di più. Censurando il Papa perché nella Giornata per la vita del 3 febbraio 2002 ha auspicato il riconoscimento della tutela giuridica del nascituro fin dalla fecondazione, si suggerisce questo: «Il Parlamento europeo denuncia le affermazioni del Pontefice come un tentativo di sovvertire il principio di imparzialità dell’ordinamento giuridico civile e di far prevalere il rispetto di prescrizioni religiose particolari sul rispetto di diritti civili acquisiti».
In altro documento, con le stesse firme, si deplora la Commissione dei vescovi europei per aver osato di chiedere «un riferimento a Dio come garanzia per la libertà della persona e riconoscimento della limitazione dell’entità pubblica».
C’è da sperare che questi testi restino come atti d’archivio. Ma non posso non esprimere il mio stupore per la firma di Marco Pannella. Quando è cisalpino offre persino la sua vita per non far ritardare adempimenti costituzionali o opinabili assegnazioni d’ufficio di seggi della Camera. Quando è transalpino va oltre anche i modelli classici degli anarchici.
L’ultimo esempio di questo deficit informativo si è avuto nei riguardi del voto espresso dal Parlamento europeo il 2 luglio sotto il titolo: Sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi.
Con estrema sintesi le agenzie hanno reso noto che l’Europa è favorevole all’aborto, aggiungendo anche una avvenuta sconfessione di un accordo (che è una convergenza di opinioni) tra Santa Sede e Usa sui diritti dell’infanzia.
A questo punto credo prima di tutto necessario pubblicare il testo integrale, con le sue 38 premesse e 32 punti, compreso il ventinovesimo che riguarda appunto Roma Vaticano e Washington.
L’Assemblea di Strasburgo ha approvato questo testo (redatto da una socialista del Benelux) con 280 voti favorevoli, 240 contrari e 28 astenuti.
Non sono un ammiratore dell’eurodeputato Antonio Di Pietro, ma il suo commento è stato incisivo: «L’Europarlamento non dovrebbe entrare nel letto e nelle coscienze dei cittadini».
Quando si discute di spazi europei, per rendere sempre più integrata l’Unione, si sostiene una tesi giusta e opportuna. Ma se per agire con fattori comuni ci si deve arrendere a questo tipo di modernizzazione, siamo su una strada sbagliata e inaccettabile. Si apre anzi (e forse lo recepiranno gli irlandesi nel prossimo referendum circa “Nizza”) il quesito sulla accettabilità del passaggio dai voti unanimi a quelli a maggioranza.
È vero: la nostra legislazione interna in tema di legalizzazione dell’aborto (approvata anche nell’appello ai cittadini) è permissiva. Ma anche in virtù delle acquisizioni scientifiche sull’immediatezza della vita subito dopo il concepimento poteva sperarsi che tutti insieme ritornassimo sulle decisioni assunte nel 1978. Fu un compromesso strano. Perché prima di un certo numero di settimane si tratta di una pertinenza della madre e subito dopo diviene un soggetto autonomo, di cui è doveroso difendere il diritto a sussistere?
Può non essere matura una revisione ma è molto grave perseverare nell’errore, dando ad esso la legittimazione europea.
Non è soltanto per questo il dissenso dal testo del 2 luglio. Ma l’allarme andava subito dato perché sono all’esame altre sconcertanti proposte di risoluzione (questa volta di matrice italiana). Riguardano la Chiesa cattolica e invitano ad avviare le procedure per l’annullamento dello status ufficiale di cui gode la Santa Sede presso l’Onu.
Ma c’è di più. Censurando il Papa perché nella Giornata per la vita del 3 febbraio 2002 ha auspicato il riconoscimento della tutela giuridica del nascituro fin dalla fecondazione, si suggerisce questo: «Il Parlamento europeo denuncia le affermazioni del Pontefice come un tentativo di sovvertire il principio di imparzialità dell’ordinamento giuridico civile e di far prevalere il rispetto di prescrizioni religiose particolari sul rispetto di diritti civili acquisiti».
In altro documento, con le stesse firme, si deplora la Commissione dei vescovi europei per aver osato di chiedere «un riferimento a Dio come garanzia per la libertà della persona e riconoscimento della limitazione dell’entità pubblica».
C’è da sperare che questi testi restino come atti d’archivio. Ma non posso non esprimere il mio stupore per la firma di Marco Pannella. Quando è cisalpino offre persino la sua vita per non far ritardare adempimenti costituzionali o opinabili assegnazioni d’ufficio di seggi della Camera. Quando è transalpino va oltre anche i modelli classici degli anarchici.