Reportage. La Chiesa e la società in Canada
Viaggio nel Paese delle mille nazioni
Reportage. La Chiesa e la società in Canada
di Stefano Maria Paci

Una giovane suora assiste alla messa di apertura del Gmg canadese
Toronto, nella lingua degli indiani Huroni, vuol dire “luogo d’incontro”. Un nome davvero appropriato. È qui, infatti, nella città «etnicamente più diversificata del mondo», come l’ha definita l’Onu nel 1989, che si sono dati appuntamento, dal 23 al 28 luglio, le centinaia di migliaia di giovani che Giovanni Paolo II ha chiamato a raccolta per partecipare alle Giornate mondiali della gioventù. Ad accoglierli c’è una città orgogliosa: orgogliosa come i suoi grattacieli svettanti e quella torre a forma di ago alta oltre mezzo chilometro che un ascensore percorre in meno di un minuto.
Viene da pensare alla Torre di Babele, a quel sogno ardito e sfrontato dell’uomo di raggiungere, con le proprie forze, il cielo e la sua perfezione. Ma qui è accaduto esattamente il contrario che a Babele: le lingue diversificate si sono fatte una sola lingua, le tante nazioni sono diventate un’unica nazione. Che ha preso nome Canada. Un Paese dalle tante contraddizioni, sospeso tra l’impeto di autosufficienza dell’uomo e la ricerca di un senso per la vita.
Un Paese di immigrati
Orgoglioso, il Canada, lo è soprattutto del suo miscuglio di razze e della loro perfetta convivenza. Anche tra etnie che in altri Paesi sono in conflitto. «Una specie di miracolo» ci dice Elisa Kaltcheva, del Ministero degli Affari esteri. «Qualche giorno fa, ho incontrato delle persone della Lituania che erano venute per vedere come, qui, la loro gente convive con i russi. Alla fine, erano talmente stupiti del fatto che non ci fossero tensioni, che mi hanno detto: “E adesso, come facciamo? Se lo scriviamo, da noi non ci crederà nessuno!”».
Non è semplice propaganda. Mora, alta, lineamenti slavi, Elisa, che proviene dalla Bulgaria, è l’incarnazione di questo sogno realizzato di integrazione razziale. Immigrati e profughi, anche di prima generazione, sono ai livelli direttivi più alti, qui in Canada. Una multirazzialità diventata ormai consuetudine. Spiega Susan Scarlett, del Ministero dell’Immigrazione: «Il nostro Paese è stato costruito da immigrati. E ancora oggi ne accogliamo 250mila ogni anno. Su una popolazione di 30 milioni di abitanti, è una cifra altissima, che fa di noi, in percentuale, il Paese con più immigrati al mondo. Ma ora i flussi migratori sono cambiati. Il posto degli europei è stato preso dagli asiatici. «Un’organizzazione come la nostra adesso ha dovuto cambiare obiettivo» ci dice Mario J. Calla, direttore del Costi, la grande organizzazione fondata 50 anni fa dalla comunità italiana in Canada per aiutare i nostri immigranti ad inserirsi nel Paese. «L’immigrazione italiana ora è scarsa, di alto livello, e per fortuna non ha più bisogno di noi. Ora ci occupiamo di oltre 30mila immigrati di quaranta nazionalità, ma il gruppo principale è quello cinese, seguito da indiani e pakistani».
Un’immigrazione, però, tenuta a freno da leggi severissime. Tanto che molti ragazzi che avevano chiesto di partecipare alle Giornate mondiali della gioventù si sono visti rifiutare il visto, perché non davano garanzie certe di rientrare nei loro Paesi di origine al termine del raduno. Ed è dovuto intervenire l’ambasciatore del Canada presso la Santa Sede, Wilfrid-Guy Licari, che tanta parte ha avuto nell’organizzazione di queste Giornate, per convincere le autorità a non perquisire, all’aeroporto di Toronto, i cardinali che venivano da Roma e il seguito del Pontefice. Il paradiso, ci dicono qui a Toronto, ha bisogno di angeli a sorvegliarne l’entrata. Ma davvero questo Paese, da decenni sogno di immigrati di tutto il mondo, è il giardino dell’Eden?
La Chiesa del Canada
«Abbiamo una società per molti versi splendida, ma con tante assurdità». Si lascia sfuggire un sospiro monsignor Peter Schonenbach, segretario generale della Conferenza episcopale, mentre si siede nel suo ufficio a Ottawa, la capitale del Canada. Ha appena terminato di rispondere all’ennesima intervista televisiva sullo scandalo dei preti pedofili. Appare quasi sollevato di poter parlare di altro. Anche se le sue parole sono dure. «Abbiamo un Paese che marcia bene, lo sanno tutti. Ma ci sono anche delle vistose mancanze. C’è una parte di nazione fatta da poveri e da disperati. Non se ne parla molto, perché in pochi spingono lo sguardo fin là. E non si tratta solo di immigrati, ma anche di strati della società canadese». Tira un altro sospiro, monsignor Schonenbach, questa volta di partecipe dolore. E parla di indifferenza. «Per questo abbiamo deciso che le Giornate mondiali della gioventù non debbano essere solo un momento di grande festa, ma anche di impegno sociale».
Strano destino quello della Conferenza episcopale del Canada: fare da ponte tra due culture, quella anglofona e quella francese. Perché il Canada ha due grandi centri di influenza: Toronto e Montréal. Il primo, anglofono, ha una tradizione protestante, anche se l’immigrazione da Paesi a tradizione cattolica (come l’Italia, il Portogallo, l’Irlanda dopo gli anni Cinquanta e oggi le Filippine) gli ha cambiato il volto. Il secondo, francofono, è sempre stato a stragrande maggioranza cattolica. E poi ci sono tutte le altre diocesi. Con situazioni ben differenti. Ci dice Christohe Potworowski, presidente del Newman Theological College, il Collegio teologico di Edmonton, in Alberta: «Ogni diocesi fa storia a sé, in Canada. Qui da noi, e nelle province vicine, non si è registrata la secolarizzazione brutale che ha colpito l’Ontario e il Québec. Da noi le chiese sono ancora piene di fedeli, e i vescovi trovano in loro appoggio e sostegno».
E il segretario della Conferenza episcopale vede il lato buono di questa situazione così differenziata territorialmente: «Siamo obbligati a mediare continuamente» spiega monsignor Schonenbach «e questo fa sì che si diventi meno rigidi sulle nostre posizioni, più flessibili e aperti agli altri. Una prerogativa che, per esempio, i vescovi degli Stati Uniti non hanno».
Venticinque anni di esperienza pastorale gli hanno dato un certo ottimismo sullo stato di salute della Chiesa. Lui, per esempio, non è mai stato preoccupato delle scarse iscrizioni alle Gmg di cui tanto hanno parlato i giornali. «Certo, le iscrizioni sono state molte meno di quelle che ci aspettavamo: lo confesso, pensavamo quasi al doppio. Ma in estate i giovani del Canada lavorano per pagarsi gli studi, quelli dell’America Latina hanno dirottato sul Messico, dove il Papa beatifica l’indio Juan Diego a cui apparve la Madonna di Guadalupe, negli Stati Uniti l’11 settembre ha cambiato tante cose e invece dei 200mila ragazzi annunciati se ne sono iscritti solo 50mila. Ma non mi sono mai preoccupato di questo: le masse sono sempre arrivate negli ultimi giorni alle Gmg». Appare più preoccupato delle finanze, che in un Paese pragmatico come il Canada sono importanti. «Avevamo un budget di 400milioni di dollari canadesi. Sapevamo che con un numero di partecipanti al di sotto dei 300mila, le nostre finanze sarebbero andate pesantemente in perdita. Ma in ogni caso valeva la pena rischiare: grandi sono i risultati che questo evento può suscitare sullo stato di salute della comunità cristiana e dell’intera nazione».
Alla ricerca delle radici
Non tutti sono d’accordo, naturalmente, sull’influsso che può avere sul Canada la visita del Papa e questo raduno di giovani cattolici provenienti da tutto il mondo. Vicino al palazzo della Conferenza episcopale sorge il Parlamento. L’architettura antica non deve ingannare: anche se il Paese è giovane, si può attingere alla memoria della sua gente. Il Canada non è forse una monarchia costituzionale, e la regina d’Inghilterra, un po’ anacronisticamente, uno dei tre pilastri del suo Parlamento, insieme al Senato e alla Camera dei Comuni? E allora il palazzo è moderno, ma concepito e costruito come il Parlamento di Londra. E le due Camere ne sono una quasi perfetta replica. Un effetto sconcertante, per chi proviene dalla vecchia Europa. Sorprendente come la basilica di San Pietro ricostruita, otto volte più piccola, a Montréal. Sconcertante ma comprensibile: si tratta di una ricerca di radici, in un Paese che ha una storia così recente, che accomuna la politica e la religione.
Ed è sulla piazza di questo singolare “Parlamento delle radici” che affaccia la finestra della senatrice Landon Pearson. Lei è notissima in tutta la nazione come “la senatrice dei giovani e dei bambini”, perché dirige lo speciale dicastero a loro dedicato. È lei che ci racconta l’altra faccia del Canada, quella soddisfatta e indifferente. Il suo giudizio è tagliente: «Sui nostri ragazzi, purtroppo, questi giorni non avranno nessun influsso. Quando il Papa passa per il Canada, come è già accaduto nell’84 e nell’87, la gente ci va. Ma è puro folklore. Cosa rimarrà? Niente. Questo raduno non farà storia. Proprio come la festa delle musiche caraibiche: stesso entusiasmo, solo che qui si canteranno canti religiosi. E la sua influenza sui nostri giovani sarà nulla. Perché hanno cose che ritengono più interessanti, come lo sport e le ragazze». Anglicana, la senatrice è la nuora di Lester Pearson, premio nobel per la pace per aver inventato i caschi blu dell’Onu durante la crisi di Suez del 1956. «La gente qui resiste alla Chiesa, perché ha memoria di cosa è stata. Si ricorda dell’influenza che ha esercitato in maniera autoritaria. La gente prima si è ribellata, adesso reagisce infischiandosene. Per questo le Chiese, qui in Canada, non contano più molto».
La “rivoluzione tranquilla”
A cosa si riferisce la senatrice Pearson lo spiega il professor John Zucchi, docente di storia del Canada alla prestigiosa McGill University di Montréal. Un’università costruita nel 1821 e che un secolo e mezzo fa si vantava di essere il contr’altare dell’influenza preponderante della Chiesa cattolica in Québec. «Qui c’è stata una “rivoluzione tranquilla”» dice «che all’inizio degli anni Sessanta, senza drammi apparenti, ha spazzato via la Chiesa come centro d’influenza reale per le persone. Un processo che in soli sei anni ha mutato il volto della Chiesa e dello Stato».
Fino ad allora, la Chiesa cattolica del Québec aveva avuto un potere enorme. Gestiva direttamente quasi tutte le scuole, le università e gli ospedali. E lo Stato supervisionava soltanto. Non c’era, per esempio, il Ministero della Pubblica istruzione. Il suo ruolo era svolto dalla Chiesa cattolica. Poi, con una impressionante accelerazione, tutto è cambiato. «In Québec c’era una morale giansenista che permeava tutta la società» ci aveva detto a Ottawa il segretario della Conferenza episcopale. «Ma la fede è una cosa ben diversa dalla morale».
La gente, però, non era stata capace di cogliere la differenza: per il peso eccessivo che quel formalismo comportava, si sono voltate le spalle alla fede e alla Chiesa. E questa brusca diminuzione di fedeli e di vocazioni fa sentire i suoi effetti ancora oggi: se si gira per Montréal, si possono vedere conventi e splendide chiese abbandonate, o con incredibili cartelli che indicano che stanno per essere vendute per farci condomini. Altre vengono cedute ad enti dello Stato o a privati. Dominique Charron è responsabile dei progetti di aiuto allo sviluppo nel Dipartimento della cooperazione internazionale dell’Uqam, l’Università del Québec a Montréal. «Vede l’ingresso della sede principale?», ci dice mentre ci accompagna: «sembra di entrare in una chiesa, e sul campanile c’è ancora la croce. Ma questa facciata è la sola cosa rimasta intatta: il resto è stato sventrato per farci l’Università. Una volta questa era la prima cattedrale di Montréal, dedicata a saint Jacques le Majeur. Adesso, i nostri studenti neppure lo sanno». Salita la scalinata e superato il portale in stile gotico, l’effetto è di disorientamento. Dentro, un’architettura moderna introduce alle aule, alla caffetteria, e all’ingresso della metropolitana. Nel 1980, questa ristrutturazione ha vinto il premio d’eccellenza dell’Ordine degli architetti del Québec. Il professor John Zucchi, occhi azzurri e t-shirt in puro stile americano, seduto nel suo ufficio dell’Università McGill, costruita, a secoli di distanza, sui modelli dei campus inglesi più antichi, aggiunge: «Nei cattolici la “rivoluzione tranquilla” ha lasciato un certo orgoglio per la bellezza di una storia, e insieme l’amarezza per il ricordo di una struttura di potere troppo invadente. E ha trascinato con sé un forte complesso antiromano». Ma adesso le cose sembra stiano cambiando. Dal suo osservatorio privilegiato, il professore osserva: «I ragazzi che incontro, oggi, non vengono coinvolti da queste storie che per loro appartengono al passato. Le aspre battaglie per il nazionalismo del Québec, il potere eccessivo che ha avuto la Chiesa: tutte storie del passato. Guardano con occhi nuovi il mondo, e non hanno pregiudizi. E così ci sono, affiancate, due generazioni: quei cattolici che si preoccupano delle vecchie battaglie, e i ragazzi che cercano qualcosa di nuovo per la propria vita. Forse non sono molti, ma ci sono».
Forse non sono molti... Ma i ragazzi delle Gmg che sono venuti da tutto il mondo per testimoniare la loro fede attorno a un vecchio Papa che non si stanca di percorrere il pianeta per dire che il senso del cosmo e della storia, di ogni storia, è Cristo, avranno di certo suscitato in loro una domanda. E certe volte, quando non viene soffocata, una domanda è la cosa più importante della vita.
Stefano Maria Paci