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MESSICO: IL CASO POSADAS
tratto dal n. 07/08 - 2002

CASO POSADAS OCAMPO. Parla l’attuale arcivescovo di Guadalajara

«Conoscere la verità per poter poi perdonare i veri colpevoli»


Intervista con il cardinale Juan Sandoval Íñiguez. L’arcivescovo ha sempre sostenuto la necessità di riaprire le indagini sull’assassinio del suo predecessore e di percorrere la pista più probabile, quella cioè di un omicidio premeditato e intenzionale


di Gianni Cardinale


Il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo

Il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo

Se c’è una personalità che si è battuta affinché si facesse piena luce sul caso del cardinale messicano Juan Jesús Posadas Ocampo, ucciso il 24 maggio del 1993, questi è proprio il suo successore nella guida dell’arcidiocesi di Guadalajara: il cardinale Juan Sandoval Íñiguez. È stato infatti proprio Sandoval Íñiguez a dichiararsi subito insoddisfatto di come le autorità giudiziarie hanno frettolosamente chiuso il caso liquidandolo come omicidio accidentale. È stato sempre in prima linea a sostenere la necessità di riaprire le indagini e di percorrere la pista più probabile, quella cioè di un omicidio premeditato e intenzionale, attuato per mettere a tacere una delle figure più autorevoli della Chiesa messicana e latinoamericana. Alla fine, a nove anni esatti dall’omidicio, lo scorso 24 maggio la procura generale della Repubblica del Messico ha dichiarato ufficialmente riaperto il caso Posadas.
30Giorni ha approfittato della presenza a Roma del cardinale Sandoval Íñiguez per porgli alcune domande sulle reazioni che questa riapertura ha suscitato in Messico. Il porporato ha accettato di rispondere anche ad alcune questioni sul dramma dei preti pedofili nella Chiesa statunitense.

Eminenza, è soddisfatto che la subprocuradora María de la Luz Lima Malvido ha riaperto il caso Posadas Ocampo?
JUAN SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Molto. Finalmente le nostre preghiere sono state esaudite e i nostri sforzi sono stati premiati. E potremo così, spero, sapere veramente cosa è successo il 24 maggio di nove anni fa. Il caso comunque era stato già riaperto nel luglio di un anno fa, ma si è preferito renderlo noto solo ora per evitare inutili strumentalizzazioni da parte dei mass media.
In questi nove anni lei ha ripetutamente chiesto di fare luce sull’attentato non accontentandosi delle versioni ufficiali. Perché questa sua insistenza per riaprire il caso?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Non è mio compito fare indagini e portare prove. Non sono un giudice né un poliziotto. Sono il successore del cardinale Posadas Ocampo e sono l’arcivescovo di una comunità diocesana, quella di Guadalajara, offesa per l’uccisione del suo pastore. Ed è mio preciso dovere chiedere che sia fatta piena luce su questa tragedia. D’altra parte fin dall’inizio mi è apparso chiaro che non si è trattato di un’uccisione casuale, avvenuta per sbaglio, ma di un assassinio perpetrato intenzionalmente.
Come fa ad avere questa certezza?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: L’assassinio è avvenuto alle 15 e 40 nel parcheggio dell’aeroporto, all’aperto. A quell’ora lo scalo era molto affollato: c’erano passeggeri, familiari dei passeggeri, taxisti, facchini, e anche dei muratori su delle impalcature di un hotel in costruzione. E tanti hanno visto e hanno raccontato come si sono svolti realmente i fatti. Tutta la comunità di Guadalajara sa come sono andate le cose, tutta la comunità è convinta appunto che non si è trattato di un omicidio casuale…
Eppure la versione fatta propria dalle autorità fu proprio questa…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Sì, le autorità giudiziarie sentenziarono subito che Posadas Ocampo era stato vittima del fuoco incrociato provocato da uno scontro armato tra bande di narcotrafficanti. Ma il medico legale che fece l’autopsia affermò che era impossibile: il cardinale era stato colpito da 14 colpi esplosi da vicino, da mezzo metro. Allora subentrò una seconda spiegazione: l’arcivescovo era stato ucciso perché la sua automobile era simile a quella del “chapo” Guzman, il capo di una banda di narcotrafficanti. Ma anche questa ipotesi era assolutamente inverosimile, perché le macchine erano in realtà molto diverse. Allora inventarono una terza spiegazione ancora più assurda: si era trattato di uno scambio di persona tra il cardinale e lo stesso “chapo” Guzman. Ma si trattava di una pista ancora più assurda perché Posadas Ocampo era alto, robusto, aveva 68 anni, ed era vestito in clergyman; mentre il capo dei narcos ha una corporatura minuta (“chapo” vuol dire infatti “piccolo”), aveva circa 35 anni e non mi risulta avesse nel suo guardaroba abiti sacerdotali… E così alla fine è stata offerta una quarta versione, che riprende un po’ la prima: il cardinale sarebbe rimasto ucciso durante una sparatoria avvenuta in un quadro di confusione generale…
Contro la riapertura del caso si sono pubblicamente schierati i cinque ex procuratori generali che dal 1993 al 2000 hanno indagato…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Sarebbe meglio dire che non hanno indagato… In questi anni invece di cercare la verità hanno perlomeno permesso depistaggi, occultamento di prove, manipolazioni. Si tratta di un documento in cui cinque procuratori generali solidarizzano tra di loro, tentando di autogiustificarsi.
Uno di questi ex procuratori, Jorge Carpizo McGregor, insieme allo storico Julián Andrade Jardí, ha scritto anche un libro sull’argomento: El asesinato de un cardenal. Contemporaneamente i giornalisti Héctor Moreno Valencia e José Alberto Villasana hanno mandato in libreria Sangre de mayo. Si tratta di pubblicazioni che espongono tesi diametralmente opposte.
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Nel suo libro il dottor Carpizo, procuratore generale all’epoca dell’omicidio, ripete e difende la tesi ufficiale senza prendere in minima considerazione i documenti e le testimonianze di segno contrario che pure sono emersi in abbondanza nel corso di questi anni. L’altro, scritto da due giornalisti, al contrario, fa tesoro di queste testimonianze e di questi documenti, cita i risultati delle indagini senza inventare nulla. I due autori non pretendono di risolvere il caso ma danno indicazioni sicure per chi vuole approfondire le ricerche e arrivare alla verità dei fatti. Si tratta di un lavoro ben fatto, per questo ho accettato di firmarne la prefazione.
La presentazione di quest’ultimo libro è stata piuttosto movimentata…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Il dottor Carpizo ha presentato alla stampa il suo libro invitando personaggi influenti, suoi amici. E non ci sono stati problemi. Invece la presentazione di Sangre de mayo, alla quale ero presente anch’io, è stata, diciamo così, disturbata da sedicenti nipoti di Luis Reynoso Cervantes – il vescovo di Cuernavaca scomparso nel dicembre 2000 – i quali hanno urlato contro di noi provocando la reazione del pubblico presente che li ha cacciati dalla sala. Il bello è che i giornali e la tv nel fare i resoconti di quest’ultima presentazione hanno parlato solo di questa confusione, guardandosi bene dall’entrare nel merito dei contenuti del libro.
Il vescovo di Cuernavaca era uno dei due prelati che condividevano la tesi dell’accidentalità dell’uccisione del cardinale Posadas…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Monsignor Reynoso Cervantes faceva parte, insieme all’arcivescovo di Chihuahua José Fernández Arteaga, della Commissione interistituzionale, composta dalla procura generale della Repubblica, dal governo dello Stato di Jalisco e dalla Chiesa cattolica, che ha lavorato sul caso Posadas dal luglio 1998 al 2000. In effetti questi due vescovi, che partecipavano alla Commissione come rappresentanti personali del presidente della Conferenza episcopale messicana, hanno appoggiato, secondo me in modo aprioristico, la versione ufficiale dei fatti. Devo aggiungere però che il vescovo di Cuernavaca, prima di morire in circostanze un po’ misteriose – nel corso di un’operazione chirurgica secondo alcuni non necessaria – aveva confidato ad un suo sacerdote che lui sapeva che quello di Posadas era stato un omicidio intenzionale, che sapeva chi fossero i colpevoli, ma che non poteva dirlo.
Comunque la Conferenza episcopale, nel corso della sua LXXIII assemblea plenaria di aprile, ha approvato una petizione rivolta all’attuale procuratore generale e al presidente della Repubblica Vicente Fox affinché l’inchiesta continui e si sappia finalmente la verità.
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Sì, e lo ha fatto con voto unanime. La Conferenza episcopale ha fatto un passo del genere dopo che finalmente è stata adeguatamente informata sul caso con delle audizioni concesse agli avvocati dello Stato di Jalisco e dell’arcidiocesi di Guadalajara.
Lei ha recentemente incontrato il presidente Fox. Avete parlato del caso Posadas?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: L’ho incontrato proprio per questo: ho esortato la sua buona volontà e la sua vigilanza affinché le indagini procedano come si deve. Il presidente mi ha dato ampie garanzie in proposito: il caso andrà avanti.
Juan Sandoval Iñiguez

Juan Sandoval Iñiguez

Fox è il primo presidente, dopo oltre settant’anni, a non appartenere al Partito rivoluzionario istituzionale (Pri). Questa significativa svolta politica ha aiutato la riapertura del caso?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Certamente. I due predecessori di Fox avevano tacitamente accettato la tesi insostenibile della confusione, per motivi politici, suppongo. Oggi con il nuovo presidente speriamo che al popolo messicano venga offerta la verità su questo caso come su altri casi non ancora risolti.
Ma è trapelata la notizia di manovre per sottrarre il caso alla subprocuradora Lima Malvido, “promuovendola” a qualche altro incarico…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Ho sentito qualcosa del genere. Voglio sperare che ciò non avvenga. La dottoressa Lima è persona onesta e capace, ed è anche grazie alla sua tenacia che il caso è stato riaperto.
La subprocuradora ha subìto per questa sua tenacia gli attacchi personali da parte del dottor Carpizo, il quale, oltretutto, ha rivolto accuse personali anche contro di lei…
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: La “tecnica” del dottor Carpizo è quella di distrarre l’attenzione, di insultare la mia persona o la Lima Malvido invece di rispondere sui fatti specifici che gli vengono contestati riguardo a come ha coordinato le indagini. Lo fa per perdere tempo, sperando che la gente dimentichi e i testimoni perdano la memoria.
La Santa Sede è stata informata di quello che è successo in questi nove anni. Ha avuto segnali di incoraggiamento da Roma?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: La Santa Sede è stata costantemente informata e certamente ho ricevuto segnali di incoraggiamento, anche se in maniera non ufficiale. Voglio ricordare comunque che durante la sua omelia ai funerali del cardinale Posadas, celebrati il 27 maggio 1993, il cardinale Eduardo Pironio, inviato speciale del Papa, affermò: «Vogliamo conoscere, abbiamo il diritto di conoscere chi e perché ha assassinato il cardinale Posadas Ocampo, affinché possiamo sapere a chi dobbiamo perdonare». A prescindere dalle vie che verranno eventualmente percorse dalla giustizia civile, è questa la nostra richiesta: conoscere la verità per poter poi perdonare i veri colpevoli.
Ha ricevuto minacce per la sua attività riguardo al caso Posadas?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Non personalmente, ma attraverso la nunziatura apostolica. Lì sono arrivate molte telefonate e un fax all’inizio di quest’anno in cui si diceva che ero segnato perché sapevo molto di questo caso.
Ha mai temuto per la sua vita?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: A fine maggio 1999 ho partecipato ad una cena. Subito dopo ho avuto dei dolori fortissimi e mi hanno ricoverato in ospedale dove mi hanno riscontrato una trombosi…
Ho dovuto subire un’operazione chirurgica di emergenza allo stomaco. Si è trattato di un intervento impegnativo in cui mi hanno asportato un metro e mezzo di duodeno in cancrena. Per grazia di Dio sono riuscito a superare quel brutto momento. Credo che in quella cena abbia mangiato o bevuto qualcosa di avvelenato. Prima di quella sera infatti non avevo avuto problemi di salute, né li ho avuti dopo il felice decorso postoperatorio.
Qual è l’eredità più preziosa che le ha lasciato il cardinale Posadas?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Il cardinale era una figura di assoluto rilievo nel panorama della Chiesa latinoamericana. Era vicepresidente della Cem e del Celam. Inoltre aveva giocato un ruolo importante nelle trattative con lo Stato per il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica. Ma soprattutto era una persona amabile, umile, un pastore amato dal suo popolo. Un vescovo dialogante con tutti, attento a tutti, specialmente ai poveri e ai bisognosi.
Eppure, anche di recente, sulla stampa messicana sono apparsi articoli ingiuriosi che alludono ad una collusione tra il cardinale Posadas e i narcotrafficanti.
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Questo è veramente indegno. È il modo di creare ulteriore confusione. Così si uccide il cardinale Posadas una seconda volta, prima fisicamente con le pallottole, poi moralmente con la calunnia. A tale proposito voglio ribadire che nel maggio 1999 la Commissione interistituzionale che ho già citato prima ha dichiarato unanimemente, e sottolineo unanimemente, che la figura del cardinale era limpida e onesta e che non aveva nulla a che fare coi narcotrafficanti che anzi denunciava pubblicamente.
Tra i cattolici di Guadalajara si è già diffusa la fama di santità del cardinale Posadas. Sono stati fatti dei passi formali per aprire il processo di beatificazione?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Non ancora. Sono sicuro che ci sono già gli elementi sufficienti per chiedere l’apertura formale del processo. Ma per evitare le accuse di strumentalizzazioni religiose, forse è più prudente aspettare che venga finalmente chiarito l’aspetto giudiziario della vicenda.
Eminenza, permette un paio di domande sul drammatico problema dei preti pedofili che sta sconvolgendo la Chiesa statunitense?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Certo. Innanzitutto voglio dire che ogni delitto commesso contro dei bambini è esecrando e che se un ecclesiastico si macchiasse di questa colpa deve essere pronto a subire dopo un regolare processo le censure canoniche e, se necessario, quelle civili che merita. Quello che sta succedendo negli Stati Uniti però riguarda, tranne rarissimi casi, non la pedofilia, ma l’omosessualità. E devo dire che in effetti sorprende che la società attuale, così compiacente con l’omosessualità tanto da organizzare gay pride in tutte le grandi città del mondo, si accanisca contro i sacerdoti accusati di questo vizio.
Come spiega questo accanimento?
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: I sacerdoti devono essere santi. Così vuole il Signore e così desidera la Sua Chiesa. E questo lo vogliono tutti, compresi quelli che non credono. Verso i sacerdoti quindi il mondo di oggi non usa quella misericordia cristiana e quella comprensione umana che di solito concede ad altri. Eppure bisogna ricordare che nella Chiesa gli scandali ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. E non solo quelli riguardanti il sesto comandamento. Anche gli uomini di Chiesa hanno il peccato originale. Lo stesso Signore Gesù è stato tradito, negato, abbandonato dagli apostoli.
A questo proposito vorrei aggiungere una considerazione. I santi, i veri virtuosi hanno misericordia verso gli altri. Chi non è santo, chi non è veramente virtuoso, non ha invece misericordia, non ha compassione. Al contrario è arrogante e presuntuoso. E così tanta gente che vive nel disordine e nell’immoralità quasi gode nel puntare il dito impietosamente sui peccati altrui. Così come, ad esempio, il marito infedele, che per coprire il proprio comportamento, accusa con più accanimento la propria donna.
La copertina di un nostro numero dedicato al caso Ocampo

La copertina di un nostro numero dedicato al caso Ocampo

I cardinali Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga e Norberto Rivera Carrera, in due distinte interviste pubblicate negli ultimi numeri di 30Giorni, per descrivere quello che sta succedendo negli Usa, hanno parlato di persecuzione nei confronti della Chiesa cattolica.
SANDOVAL ÍÑIGUEZ: Concordo pienamente con quanto affermato a riguardo da questi due confratelli. Si tratta di una persecuzione scatenata dai potenti di questo mondo. I motivi? A questi potenti non piace quanto la Chiesa afferma e testimonia riguardo alla difesa della vita e della famiglia. A questi poteri mondani non vanno giù le prese di posizione della Chiesa contro lo strangolamento finanziario dei Paesi del terzo mondo e a favore dei milioni e milioni di poveri derubati e sfruttati. Questi potenti non tollerano la posizione equilibrata della Chiesa riguardo la drammatica situazione in Terra Santa.
il cardinale Juan Sandoval ÍÑiguez
Successore di un martire
Il cardinale Juan Sandoval Íñiguez, 69 anni, è originario dello Stato di Jalisco. È entrato nel 1945 nel seminario di Guadalajara e nel 1952 è stato inviato a Roma per continuare i suoi studi nella Pontificia Università Gregoriana presso la quale, dopo otto anni di studio, ha ottenuto la laurea in filosofia e il dottorato in teologia. Ordinato sacerdote il 27 ottobre 1957, solennità di Cristo Re, nel 1961 è tornato a Guadalajara dove ha svolto per anni la sua attività nel seminario diocesano, fino a diventarne rettore nel 1980. Nel 1988 è stato nominato coadiutore di Ciudad Juárez, nello Stato di Chihuahua e nel 1992 ne è diventato il vescovo ordinario. Nell’aprile del 1994 è stato promosso a Guadalajara (arcidiocesi rimasta vacante dopo l’uccisione del cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo avvenuta il 24 maggio dell’anno precedente). Sette mesi dopo, nel concistoro del 26 novembre 1994, Giovanni Paolo II gli ha concesso la porpora. Nel 1997 è stato relatore generale all’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi.
Nella Curia romana è membro delle Congregazione per i religiosi e di quella per l’educazione cattolica; della Pontificia Commissione per l’America Latina e della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede. Fa parte inoltre del consiglio di cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede e del consiglio di amministrazione della Fondazione “Populorum progressio” istituita per aiutare economicamente le comunità più povere dell’America Latina. Un suo fratello, José, è missionario in Corea.
G . C.



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