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GLOBALIZZAZIONE E POLITICA
tratto dal n. 07/08 - 2002

A quasi un anno di distanza dallo spartiacque storico dell’11 settembre

Il mondo non si è fermato a Ground zero


Per Tommaso Padoa-Schioppa, economista ai vertici della Banca centrale europea, la politica deve tornare alla guida dei processi mondiali, sottraendosi alla dittatura dell’economia. Il vero conflitto non è tra l’Occidente cristiano e l’islam, ma tra assolutisti e temperati. L'intervista.


di Roberto Rotondo


I lavori al Ground Zero

I lavori al Ground Zero

A quasi un anno dai terribili attentati dell’11 settembre a New York e Washington c’è uno scontro in atto. E non è uno scontro tra civiltà: Occidente cristiano da una parte, islam dall’altra, come ci raccontano tanti osservatori. Il vero scontro è tra assolutisti e temperati e il fronte che divide questi due modi di pensare e di agire non solo attraversa trasversalmente cattedrali, sinagoghe e minareti, ma anche e soprattutto le stanze dei bottoni del potere politico, di quello economico, di quello intellettuale e militare. È una delle tante conclusioni a cui si giunge leggendo il nuovo libro di Tommaso Padoa-Schioppa Dodici settembre. Il mondo non è al punto zero, una riflessione aperta e senza pregiudizi che, partendo da quel tragico 11 settembre, ma anche dalle manifestazioni no global di Göteborg e Genova, fa una diagnosi della malattia che affligge il mondo. Malattia che può essere sintetizzata nel contrasto tra ciò in cui il mondo è già unito (negli scambi economici, nella rapidità della trasmissione delle notizie, nell’organizzazione del crimine) e ciò in cui il mondo è ancora diviso (i divari nelle condizioni di vita, le ostilità tra le culture, l’assenza di strumenti per impedire il degenerare dei conflitti economici e politici). Per l’autore, oggi ai vertici della Banca centrale europea, una vita spesa sui temi della finanza e della moneta, il mercato non è tutto, ed è necessario che la politica torni alla guida dei processi mondiali, per sottrarsi alla dittatura di un’economia mondializzata. Un elogio della politica non scontato da parte di un banchiere che nel libro riprende Agostino, Dante, Kant e che, citando François Mauriac, definisce la politica «forma superiore di carità».

Nel suo libro, fin dal titolo, lei sottolinea l’importanza di quel nuovo spirito collaborativo a livello internazionale che si era intravisto il giorno dopo lo “spartiacque storico” dell’11 settembre. Erano stati abbandonati schieramenti obsoleti, sembrava che il mondo volesse affrontare insieme il problema del terrorismo, ma anche prosciugare quel brodo di coltura fatto di ingiustizie, miseria e rancori in cui il terrorismo poteva proliferare. Ad un anno di distanza, cosa ne è di quello spirito nuovo? In Afghanistan si continua a combattere e si accumulano nuovi rancori e sofferenze, la situazione in Medio Oriente peggiora e, sul fronte della lotta alla povertà, il summit della Fao di giugno è stato un mezzo fallimento. Stiamo tornando indietro?
TOMMASO PADOA-SCHIOPPA: La percezione che tutti ebbero in quelle drammatiche ore dell’11 settembre 2001, ovvero che stava succedendo qualcosa che sarebbe rimasto uno spartiacque storico, a distanza di quasi un anno è pienamente confermata. Molte volte le date si riconoscono come storiche solo retrospettivamente, ma non in questo caso. Quanto al seguito di questo evento storico, esso è molto più difficile da valutare. È vero che non abbiamo ogni giorno l’impressione che le decisioni internazionali, militari, politiche e di cooperazione che vengono prese o il modo in cui si affrontano i problemi, abbiano pienamente interiorizzato il significato di quella data. Per esempio il processo di pace in Medio Oriente è diventato più difficile anziché più facile, lo sforzo di rafforzare l’azione delle Nazioni Unite non è così deciso quanto dovrebbe, ma questo non toglie nulla al fatto che quella data resta uno spartiacque.
Credo che una risposta militare agli attentati dell’11 settembre fosse indispensabile, così come, per il terrorismo interno, ci debbano essere operazioni di tipo repressivo con strumenti di polizia. Penso inoltre, e anche qui vale l’analogia col terrorismo interno, che ci voglia anche un’azione politica sulle cause, sui presupposti, sulle zone di reclutamento dei simpatizzanti che circondano sempre i fenomeni del terrorismo, senza i quali il terrorismo non riuscirebbe a svilupparsi. Vale l’antica immagine del pesce e dell’acqua in cui nuota. Sono anch’io convinto che su questo secondo piano, che è un piano politico e culturale, sarebbe stato bello vedere più iniziative. Nel mio libro non critico “il troppo” sul piano militare dell’operazione di sicurezza, casomai critico “il troppo poco” sul piano politico e culturale.
I mesi che ci separano dall’11 settembre sono stati segnati anche da clamorose crisi economiche come quella argentina che, dicono in molti, potrebbe allargarsi a tutta l’America Latina. Sul banco degli imputati c’è anche la cosiddetta ricetta neoliberista, che negli anni Novanta sarebbe stata imposta in maniera ideologica a molti Paesi, senza tener conto della loro reale possibilità di reggere questo tipo di cura. C’è un fondamentalismo anche nell’economia così come nella religione?
PADOA-SCHIOPPA: L’assolutismo, l’integralismo o l’intolleranza da un lato, e la moderazione, l’apertura al dialogo dall’altro, sono atteggiamenti umani e come tali li ritroviamo in qualunque campo dell’azione umana o dello sviluppo delle idee. Nel campo dell’economia, una manifestazione di estremismo, di integralismo radicale, è pensare che tutto dipenda dall’economia stessa. Nel bene, per coloro che sono incondizionati laudatores del mercato, o nel male, per coloro che pensano che tutti i mali della società e del mondo vengano dall’economia, dal capitalismo, dal mercato. Sono due atteggiamenti speculari che vivono dello stesso mito: i primi negano la malattia del mondo per difendere interessi particolari; i secondi sbagliano la diagnosi sognando un mercato non spinto dal desiderio di profitto. Una delle cose che cerco di spiegare nel libro è, invece, che i problemi, e se vogliamo anche i mali della globalizzazione, non nascono dall’economia, non nascono dal fatto che c’è la globalizzazione economica, ma dal fatto che c’è uno squilibrio nel mondo, che si integra sul piano economico ma rimane completamente diviso sul piano politico.
Alcuni economisti, che in passato hanno ricoperto ruoli chiave in istituti come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, oggi usano parole molto dure sul processo di globalizzazione economica. Michel Camdessus, per 13 anni direttore dal pugno di ferro dell’Fmi, oggi accusa «l’imperialismo del pensiero unico che ricerca solo la massimizzazione del profitto e che ha fatto crescere le ineguaglianze tra gli Stati e al loro interno». Joseph Stiglitz, ex vicepresidente della Banca mondiale, consigliere economico del presidente Clinton, premio Nobel per l’economia, afferma invece che il Fondo monetario internazionale e il Tesoro Usa hanno seguito un’ideologia tanto precisa quanto sbagliata. Ideologia che è stata imposta senza tener conto degli effetti devastanti che poteva avere sui Paesi poveri. Se questo non è fondamentalismo...
PADOA-SCHIOPPA: Il fondamentalismo è una caratteristica delle persone, di persone, non di intere istituzioni o interi Paesi. Conosco bene la critica che Stiglitz muove al Fondo monetario internazionale e non la condivido. Il Fondo monetario internazionale può avere commesso qualche errore, ma non è un’istituzione orientata sulla stella polare sbagliata. Credo che Stiglitz prenda in questo momento una posizione estrema. L’economia di mercato si serve di una forza che è la sete di guadagno e di benessere delle persone e questa forza non è in sé buona, come non è in sé buono l’impulso vitale che anima le persone: può essere indirizzato verso il bene o verso il male. Però un sistema di economia di mercato è un sistema nel quale questa forza – questa è l’esperienza storica – se inserita in un sistema di regole e di legalità, produce maggior benessere per tutti. Può darsi che ne escano forti disuguaglianze economiche, però tutti gli studi mostrano che non è vero che i più poveri si impoveriscono di più. È vero che, a volte, la distanza fra i più poveri e i più ricchi aumenta, ma è cosa molto diversa dal dire che i più poveri si impoveriscono di più. E se guardiamo le parti del mondo dove la povertà è effettivamente aumentata, come certe zone dell’Africa, non possiamo – e credo che Camdessus sarebbe pienamente d’accordo – attribuire questo al meccanismo di mercato. Possiamo dire un’altra cosa che sembra simile, ma è molto diversa, ovvero che il mercato non risolve tutti i problemi. Ma allora questo vuol dire che l’economia non basta, vuol dire che il mercato non produce tutti i beni di cui l’uomo ha bisogno, non che il mercato è male.
Una volta confutato il primato dell’economia, lei afferma che solo la creazione di un ordine politico mondiale può offrire una risposta valida ai problemi che pone la mondializzazione economica. Un governo mondiale fondato su obiettivi condivisi e dotato di strumenti adeguati. Lei chiama questo processo «la via aurea», perché è la ragione a suggerirla e spiega che abbiamo già cominciato a percorrerla. Cos’è che la rende ottimista, visto che anche l’Onu, invece di guadagnare maggior potere, viene scavalcato continuamente nelle crisi internazionali?
PADOA-SCHIOPPA: Io penso che l’intuizione che sta all’origine della creazione delle Nazioni Unite e che stava all’origine della creazione della Società delle Nazioni è la stessa che ispira Kant nel suo Saggio sulla pace perpetua e che ispira Dante nella Monarchia, e prima di lui sant’Agostino. Una intuizione tanto antica quanto il pensiero filosofico, politico, umano. Questa intuizione resta il riferimento, la stella polare da seguire. Ciò che l’umanità ha sperimentato nell’ultimo secolo sono i primi tentativi di trasformare questa intuizione in istituzioni reali su scala davvero mondiale. Questo non era mai successo prima perché “universale” mille anni fa si riferiva, grosso modo, all’area del Mediterraneo e dell’Europa. E nei discorsi politici solo da pochi decenni “universale” vuol dire veramente di tutta la terra. Quindi non è strano che un’intuizione di questo genere non si realizzi al primo o al secondo tentativo. Certamente le Nazioni Unite non sono state capaci di assicurare la pace nel mondo. Da quando sono state fondate si calcolano centinaia di guerre. Però gli ingredienti fondamentali di una “via aurea” cioè l’affermazione di certi diritti delle persone, del principio che lo strumento di regolamentazione delle controversie non deve essere la forza, della necessità di un’autorità superiore dotata dei mezzi necessari per realizzare questi principi, credo che questa intuizione fondamentale resti giusta. Se le Nazioni Unite hanno fallito non è perché i principi si siano dimostrati sbagliati, ma perché essi non sono stati realizzati a sufficienza. Oggi le Nazioni Unite non hanno sufficienti mezzi per intervenire. Vengono spesso, troppo spesso, nella loro capacità di decisione, bloccate dal disaccordo interno.
Disaccordo interno che sembra difficile da superare. Non le sembra utopistico pensare che gli interessi nazionali siano ridimensionati in nome della collegialità, della comune appartenenza al pianeta terra?
PADOA-SCHIOPPA: Se penso a quello che una persona della mia generazione ha visto nella sua breve vita... Ha visto farsi l’Unione europea, cosa che sembrava impossibile perché c’erano state guerre atroci; ha visto affermarsi un senso della protezione della natura che era totalmente assente ancora trenta o quarant’anni fa; ha visto affermarsi i principi di democrazia nei Paesi dove venivano completamente violati. Il cambiamento è possibile e non sono solo le istituzioni e gli uomini al potere a trainare, ci sono le spinte che possono venire dalla società civile, dalle persone, dai giovani in particolare. Il mio libro è indirizzato soprattutto alle persone che hanno l’età dei miei figli, ai ventenni e ai trentenni, perché io credo che le generazioni giovani possano avere la capacità di operare affinché qualcosa cambi nel mondo in una direzione positiva. Lei mi domanda se è possibile che chi esercita il potere si possa sottrarre alla morsa dell’interesse nazionale. Io penso che sia difficile pensare che uno statista governi mosso dall’altruismo. Certamente la ragione di Stato, l’interesse del proprio Paese, l’interesse nazionale, sono, nel meccanismo con cui la politica funziona, una spinta determinante. Però quell’interesse può essere servito in maniera più o meno illuminata. Può essere un interesse che guarda lontano o un interesse che guarda vicino. Pensiamo ad un politico come De Gasperi, a quello che ha fatto per l’Unione europea insieme con Adenauer e con Schuman. Servivano il vero interesse nazionale dei loro Paesi creando un’Europa unita, ma con una lungimiranza maggiore di altri. Lo stesso si può dire di Brandt. Chi aveva perseguito l’interesse nazionale senza questa lungimiranza, aveva scatenato guerre e distrutto, alla fine, la propria nazione.
Ma la via aurea, la strada che conduce ad una governabilità del pianeta, deve fare i conti anche con la molteplicità delle culture. Lei fa notare che il richiamo ai diritti umani, da noi così frequente, in altri contesti è percepito come uno strumento dell’imperialismo occidentale…
PADOA-SCHIOPPA: Sì, ma nel libro cito anche una bellissima ricerca che fu fatta dall’Unesco nel ’68 per i vent’anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nella quale si cercò di verificare se certi elementi fondamentali della nozione dei diritti umani che ispira la Dichiarazione universale del ’48 esistessero realmente in tutte le culture. E non si andò a cercare nei libri, perché è chiaro che un filosofo indonesiano, ad esempio, potrebbe aver derivato questi principi dalla sua conoscenza della cultura occidentale, bensì si cercò nelle canzoni popolari, nelle iscrizioni su pietra, nei proverbi, cioè in cose che hanno chiaramente una radice non importata. E Jeanne Hersch racconta come questa ricerca dette risultati assolutamente straordinari, mostrando che questo principio del diritto dell’altro e il fatto che una persona ha dei diritti in quanto persona, sono elementi presenti negli esseri umani di tutte le culture. Così come, dicevamo prima, è presente in tutte le culture anche una componente integralista, irrazionale e assolutista. Del resto nello stesso nostro Occidente c’è una guerra di religione in corso nelle isole britanniche. Dobbiamo essere abbastanza umili da riconoscere che non è che abbiamo solo da insegnare, abbiamo anche parecchio da imparare.
Un militare statunitense impegnato in Afghanistan

Un militare statunitense impegnato in Afghanistan

Un ruolo chiave, per procedere nella via aurea, è quello dell’Europa. Lei scrive che «lavorare per l’Europa significa lavorare per un mondo unito» e aggiunge che oggi che c’è un’unica potenza economica e militare, gli Usa, l’Europa può essere l’unica forza in grado di equilibrarne le possibili tendenze imperialiste…
PADOA-SCHIOPPA: Un mondo unito significa un mondo nel quale gli Stati riconoscono che il loro potere non è assoluto. Esattamente come una società unita è una società nella quale i cittadini riconoscono che la loro libertà non è assoluta, ma ha un limite nella libertà degli altri. Gli Stati devono riconoscere che al di sopra del loro potere, ci deve essere un potere superiore che impone di regolare le controversie con strumenti diversi dalla forza. Questo è il senso del patto sociale, del contratto sociale nella polis, nel comune, nel piccolo Stato, o nella grande democrazia continentale americana. E non può che essere questo il principio per la pace su scala mondiale, un principio politico oltre che etico. L’Europa è una zona del mondo che ha scoperto attraverso i propri errori, facendo un immenso male a se stessa e al resto del mondo (pensiamo alle guerre mondiali, o al colonialismo), l’importanza del principio della limitazione della sovranità assoluta degli Stati, e lo sta gradualmente applicando dal 1950. Oggi l’Europa è in grado di lavorare per l’affermazione di questo principio, che sta applicando a se stessa, anche su scala mondiale. Ha capito in casa propria che questa è la strada e ha potenzialmente i mezzi, le risorse economiche e materiali, l’influenza nel mondo, necessari per dare un apporto concreto a camminare sulla “via aurea”. Gli Stati Uniti, che pure sono nati da un’intuizione federalista dello stesso tipo, oggi che sono la forza maggiore nel mondo, che non hanno rivali, che non hanno nulla che apparentemente limiti il loro potere, trovano molto meno congeniale il riconoscimento di una limitazione del proprio potere. In questo senso l’Europa ha un ruolo unico da svolgere.
La Chiesa cattolica lamenta il fatto che nella futura Costituzione europea non si voglia tener conto delle radici cristiane dell’Europa e che anche il nome di Dio sia escluso. Cosa ne pensa?
PADOA-SCHIOPPA: È innegabile che alcuni principi di libertà politica e di libertà religiosa, principi di civiltà che non possono essere abbandonati e a cui tutti gli esseri umani aspirano, abbiano in Europa una matrice fortemente cristiana. L’idea stessa della separazione tra potere religioso e potere politico, che in altre religioni è ancora lontana dall’essere accolta, è un’idea cristiana che si afferma in Europa nel Medioevo, attraverso la lotta per le investiture nelle vicende dei rapporti tra papato e impero. Se una Costituzione europea afferma questi principi, anche se non nomina l’aggettivo “cristiana”, attinge di fatto a quella matrice. E questo non lo dico per affermare che questa matrice non debba essere nominata, ma perché non si deve sentire come assente la matrice cristiana dell’Europa solo per il fatto che non viene nominata esplicitamente. D’altra parte, come dicevamo prima, la tentazione e la radice dell’intolleranza e dell’integralismo esiste in tutte le culture, in tutte le confessioni religiose, anche in quella cristiana, e da questa tentazione bisogna sapersi guardare. Quindi qualunque affermazione che fosse intrisa di questo spirito di intolleranza non solo sarebbe indesiderabile, ma tradirebbe l’elemento più originale di quella tradizione cristiana che è tra i fattori che hanno costituito l’Europa. q


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