Repubblica democratica del Congo. Tra i bambini abbandonati della capitale
«Come mai così presto, don Matteo?»
Storia di una moderna missione in Africa. E di una vocazione nata nelle borgate di Roma
di Giovanni Cubeddu

Bambini di strada a Kinshasa. La loro occupazione è riuscire a trovare da mangiare almeno una volta al giorno
Giovanni Cubeddu
Come siamo arrivati
a Kinshasa
Raffaele era uno dei giovani che seguivo nella nostra comunità, che si chiama “Amore e libertà”, ed era originario di Kinshasa. Ha studiato da noi a Roma ed ha adempiuto la sua vocazione diventando sacerdote. Entrammo in contatto, tramite lui, con il vescovo di Kinshasa, il cardinale Etsou, in un momento in cui era di passaggio in Vaticano. Ricordo che il cardinale mi interrogò sulla comunità, sull’accoglienza che davamo ai bimbi abbandonati, e che sorrideva. In un attimo mi disse che anche lui aveva più di cento bambini, mi raccontò la sua storia di sacerdote di Scheut, di quando era parroco a Kinshasa e gli portavano i bambini di strada, che lui affidava alle famiglie per bene, come per un’adozione. Divenuto vescovo e cardinale gli era stato poi più agevole mandare i più meritevoli in Europa o in Italia a studiare, ed era stato contento di sentire quale era la nostra spiritualità e di visitare le nostre due case già esistenti a Firenze e a Matera.
Il cardinale ricambiò l’invito e nell’agosto del 1995 visitammo la diocesi di Kinshasa.
Rimasi abbastanza sconvolto, perché chi arriva a Kinshasa vede in un momento la povertà di milioni di persone. Non era ancora scoppiata la guerra, al potere c’era ancora Mobutu. Che dire? La situazione era già grave allora… ma poi è peggiorata. Vedendo la tragedia di tanti minori abbandonati, salì spontaneo il desiderio di una “avventura” missionaria, nonostante la nostra comunità fosse nata da pochi anni, nel 1988, e solo nel 1991 fosse stata canonicamente riconosciuta come Associazione privata di fedeli e avesse visto approvato lo statuto. Quella prima volta a Kinshasa fui ospite del cardinale Etsou nell’arcivescovado, e visitai con le jeep non solo la città ma anche la periferia, fino agli estremi confini di quella che sarebbe stata la nostra zona di missione cattolica. Ritornato in Europa cominciai a parlare di quegli enfants de la rue da cui ero rimasto impressionato: bimbi di due, tre, quattro anni, che si aggiravano per strada, sull’immondizia, nei mercati, lasciati negli “ospedali”. Si dice ne muoiano circa un centinaio al giorno, di fame o malattie.
Per accettare l’idea di stabilire laggiù una nostra nuova casa bastò guardarci in faccia tra noi: don Raffaele, don Gilbert (un altro ragazzo congolese della nostra comunità anche lui sacerdote), Silvia, una mia ex alunna che ora ha 28 anni e che nella nostra comunità ha emesso i voti, Leonardo, un altro ex alunno che è partito col primo gruppo per costruire la missione a Kinshasa, e che lo scorso anno è diventato sacerdote a Firenze. Potevamo donare la vita al Signore, andando tra i poveri. L’amicizia del cardinale Etsou ha fatto il resto, nonostante la nostra troppo giovane età come comunità, la mancanza di esperienza, di mezzi finanziari… Siamo partiti come pionieri, confidando nell’entusiasmo e nel Signore.
Il terreno su cui avremmo dovuto stabilirci era all’estrema periferia di Kinshasa: il quartiere di Masina, che confina con l’aeroporto. C’è lì una grandissima bidonville e una parrocchia, San Kibuka, che da ottantamila anime è arrivata in questi ultimi anni a 150mila. Mancavano i preti e la possibilità di amministrare i sacramenti per tutti e avere cura della gente, e difatti il cardinale aveva già avviato una “succursale”: San Luc Banabakintu, che ora stiamo cercando di trasformare in parrocchia vera e propria. Quando per la prima volta vedemmo l’area, non c’era nulla: né scuole né ospedali né dispensari. Settantamila persone nelle baracche, profughi di guerra o peggio, i più poveri.
Il terreno affidatoci era di sabbia molto fertile.
Una parte era di proprietà della diocesi, e la gente vi si ritrovava per la messa all’aperto, in edifici oramai diroccati. Accanto a questo lotto abbiamo acquistato altri 20mila metri quadrati, costruito un capannone, una prima casa per accogliere i bambini di strada e una seconda casa per le bambine. Poi abbiamo preso a coltivare il terreno, montato le cisterne dell’acqua, iniziato un’attività di falegnameria e una volta l’anno arriva un container con zappe, attrezzi e quant’altro per lavorare.
I soldi ci arrivano principalmente dalla Provvidenza: offerte, aiuti di parrocchie o di club Lions o Rotary, partite di calcio e cene di beneficenza. Una parte sono contributi della Cei o della Caritas, che al massimo coprono il venti per cento delle necessità.
È arrivato il primo bambino. Gli stregoni innocenti
Vacanze di Natale del 1997. Dopo aver goduto dell’accoglienza del vescovo e di una locale casa di spiritualità, avevamo voluto alloggiare per nostro conto, per tastare la situazione: comprati dei materassi, dormivamo in terra, e non ci mancavano gli scarafaggi. Stavamo verificando la situazione del terreno da acquistare e s’era avviata la costruzione della prima casa. Fu allora che dei volontari italiani ci vennero a dire di un piccolo bambino abbandonato in una struttura “adibita” a pediatria. Era ammalato, denutrito, nonostante già da qualche giorno venisse rifocillato, assai gracile per i suoi due anni (età che assolutamente non dimostrava), non camminava né parlava, era pieno di croste. In quel centro non avrebbero potuto tenerlo ancora, e ci chiesero di prenderlo, nonostante avessimo fatto presente che avevamo bisogno di qualche mese ancora per essere pronti. Chiedemmo il nome del bambino, e nessuno lo sapeva. Lo prendemmo e lo chiamammo, giacché era Natale, Emanuele, Dio con noi. I primi giorni ci chiedevamo se avrebbe mai parlato o camminato, era continuamente affamato e sempre triste, non pareva lo stesso fanciullo di oggi, radioso e intelligentissimo. Tutti gli altri bambini ospitati dopo di lui vengono da situazioni estreme di abbandono. I più gravi sono quelli considerati sorciers, stregoni. Una buona percentuale dei congolesi crede alla stregoneria, e l’accusa è crudelmente funzionale a sbarazzarsi dei bambini gracili che si ammalano o che vengono ritenuti la causa di qualche dramma accaduto in famiglia e cacciati di casa. Un bimbo cacciato, anche se ha tre, quattro o cinque anni, capisce che se si ripresenta a casa verrà ucciso, che se qualcuno nel quartiere lo riconosce può ucciderlo impunemente. Così noi abbiamo accolto questi “stregoni” infanti innocenti. Suscitando la diffidenza della gente che dietro le spalle ci pronosticava malattie e morte. Ma il tempo passava e, guarda un po’, eravamo ancora vivi. Allora i superstiziosi hanno iniziato a ricredersi, ipotizzando che quei bambini fossero solo “dei poveri malati o dei disgraziati”, fino a ricredersi sinceramente, dato che gli africani sono gente concreta. E questo fatto è stato un germe per delle conversioni. Nella liturgia congolese è previsto un cammino di riammissione per i superstiziosi, per gli adepti di sette o di culti satanici, e i sacerdoti congolesi della comunità, quando vado in Congo, mi raccontano dell’amicizia che nasce e che mantengono con i seguaci di tali riti, ragazzi e ragazze, che vedendo tali fatti, si riavvicinano alla Chiesa.
Dei congolesi mi ha colpito subito l’entusiasmo per la preghiera e la fedeltà alla messa – che può durare due o tre ore – e soprattutto la loro speranza nella fede quale unico sostegno per tirare avanti in una vita di tragedia, senza lavoro, senza poter mangiare… E la loro fede non è né una fuga né una droga.
La maggior parte della gente è cattolica, non per fatto ideologico, ma per una religiosità spontanea. I bambini accolti via via nella nostra casa si sono uniti al gruppetto della comunità spontaneamente. Peraltro tanti battezzati che aderiscono alle sette a volte non se ne rendono quasi conto, cioè non è un problema per loro: è semplicemente un modo per ascoltare la predicazione e fare dei canti, dato che, spiegano, dove vivono non c’è una Chiesa cattolica… Ma se la Chiesa cattolica c’è, la gente per lo più accorre.

Monsignor Dominique Bulamatari, vescovo ausiliare di Kinshasa, visita la missione, nella baraccopoli del quartiere di Masina
La vita quotidiana,
la loro e la nostra
I bambini portati alla comunità, perché soli o malati, vengono prima accolti, poi facciamo un po’ di indagine vedendo se uno spezzone di famiglia esiste. Se sì, parliamo con i genitori e con i parenti e proponiamo un’adozione a distanza. Se i bambini sono considerati sorciers o hanno gravi problemi, li teniamo. Oggi abbiano 24 piccoli ospiti fissi.
All’inizio avevamo intenzione di svolgere tante attività, poi cammin facendo ci siamo resi conto che in tutta la nostra zona non c’è una scuola, e che se i figli dei poveri non potranno studiare, apprendere il francese e avere almeno un po’ di formazione tecnica, non s’integreranno mai. Ogni anno adesso costituiamo una classe, siamo arrivati alla terza elementare e in autunno apriremo, spero, la quarta. Ci sono attualmente ottanta frequentanti dai 5 ai 12 anni, in classi di trenta. Se riusciremo ad allargare i locali, arriveremmo a 180.
Ma come si può chiedere di studiare a dei fanciulli che ogni mattina s’alzano con un punto interrogativo: oggi riuscirò a mangiare? Se passerà una distribuzione della Croce rossa o se diversamente avranno buona sorte riusciranno ad avere un pugno di riso: per loro questo è l’essenziale. La mattina sembra che dalle tane escano tanti animaletti ansiosi del loro poco indispensabile. Chi “sta bene” lucra da qualche lavoretto quanto basta per l’unico – questa è la prassi – pasto serale; chi s’ammala affronta la possibilità di morire, perché i soldi per le medicine, soprattutto per il chinino contro la malaria, non li ha nessuno. Tornando a Kinshasa da un viaggio in Europa, anche a me è capitato di chiedere che fine avesse fatto un certo ragazzo. M’hanno risposto che non s’era fatto vedere e che non aveva avuto i soldi per la penicillina, quindi…
Siamo all’equatore e ogni mattina il sole sorge alle sei. Iniziamo la vita della casa dicendo la messa, per noi e per le altre duecento persone (a volte anche il doppio) che partecipano, venendo dal quartiere. Celebrano don Raffaele e don Gilbert, e anch’io quando sono presente. La colazione si fa tutti insieme, poi i più piccoli restano a scuola da noi, i più grandi vanno col pulmino alla scuola più vicina. Da noi insegna Christiane, che è maestra e che sta facendo la verifica della sua vocazione, e poi abbiamo assunto alcuni insegnanti dell’epoca di Mobutu, che conoscono e insegnano bene il francese.
Ai lavori di casa pensano altri sei missionari e altri consacrati che aiutano, più qualcuno che stipendiamo.
Dopo pranzo i bambini fanno i compiti, c’è qualche incontro, continuano le attività, e c’è la preghiera personale e comunitaria.
Nella regola della comunità è stabilita un’ora di preghiera silenziosa, la mattina o la sera, che ciascuno di noi osserva personalmente, mezz’ora di adorazione eucaristica insieme, la messa, che generalmente è di mattina, infine si legge giornalmente un capitolo delle Scritture, così da completare ogni tre anni tutto il Vecchio e il Nuovo Testamento. La lettura è guidata dal capocasa e possono partecipare anche esterni.
Storie
Molti episodi sono legati ai bambini. Una bambina, Brigitte, è arrivata che era scheletro, aveva quattro anni e mezzo, pesava otto chili, uno straccetto addosso e i piedi pieni di piccole sanguisughe, che facemmo togliere dai medici. È un ricordo indelebile il suo sorriso quando le regalammo il suo primo paio di ciabatte. Ricordo pure quando le chiedemmo se da noi si trovava bene e lei rispose: «Qui ho il pane e sono contenta».
Philippe era avvolto in uno straccio, e fu lasciato davanti al cancello della nostra casa, non lo si poteva quasi toccare per quanto era gonfio per la denutrizione. «Non riusciremo a salvarlo» qualcuno disse, ma io questo non lo potevo accettare e chiesi che si tentasse con la terapia intensiva in ospedale. Ciò significava mandarlo in uno di quegli ospedali per i bianchi – più o meno gente di ambasciata o altolocata – naturalmente a pagamento... Philippe dovette stare lì due mesi, e mai soldi furono spesi meglio. Quando tornò era fisicamente guarito, ma restava sempre triste, solo e in un angolo, si vedeva che pativa quanto aveva subìto. Don Gilbert, tentava in tutti i modi di scherzarci, farlo ridere, col solletico, le scenette, e niente… Gilbert insisteva, e noi pure non perdevamo occasione di fargli un cenno, un carezza. Finché, sentendosi voluto bene, Philippe si è sbloccato, in una grande risata, che si è rivelata proprio espressiva del suo animo. Perché da allora lui è il più allegro di tutta la missione, uno scherzo continuo. Ma il bello è quando arriva un bimbo nuovo, viso mesto e occhi bassi per la tristezza. Philippe va da questo nuovo e comincia a giocarci, lo accudisce e insiste, insiste finché non lo fa ridere. Tanto Philippe è stato triste tanto adesso è felice. È lo spettacolo di chi non aveva niente.
Uno spettacolo che succedeva sempre all’inizio della missione accade oggi ogni volta che un bambino viene accolto, ed è ancora cupo e violento. A tavola, i primi tempi, ognuno aveva il suo piatto, la forchetta e il cucchiaio, però nessuno usava le posate: tutti mangiavano con le mani e difendevano il piatto a colpi di posate, perché fino ad allora qualcuno aveva sempre tentato di portagli via il cibo. Anche oggi l’ultimo arrivato fa sempre così. Poco dopo però tutti mangiano assieme allegramente, si servono a vicenda se occorre, si passano il pane.
Noi e la povera gente
La gente veniva da noi in missione i primi tempi aspettandosi la distribuzione di generi alimentari, qualche aiuto e almeno quel po’ di ragionevole “dovuta” assistenza. Hanno visto invece che il nostro desiderio era di lavorare con loro, aver cura dei bambini dandogli una famiglia, e sono rimasti un po’ interdetti quando mangiavamo alla stessa tavola dei ragazzi: erano forse abituati al refettorio dei bianchi o dei superiori. Nel tempo si è creato un posto per noi nel cuore della povera gente, che ci sente parte di loro. Quando nel passaggio da Mobutu a Kabila ci fu il colpo di Stato, Kinshasa è stata al centro degli scontri, e l’ambasciata italiana ci suggerì di lasciare pro tempore il Paese, perché la presenza di bianchi avrebbe senza dubbio attirato i miliziani sbandati alla ricerca di danaro. Dovemmo perciò affidare la nostra casa d’accoglienza ai ragazzi congolesi che avevamo accolto e formato. Quando siamo tornati abbiamo scoperto che la gente aveva difeso la missione e che, a differenza di altre, non era stato toccato nulla.
Il regime
Circa il rapporto della Chiesa col potere – allora Mobutu, poi sono arrivati i Kabila – il cardinale Etsou mi dette subito dei consigli, che io ho seguito attentamente: ogni missionario che vuole lavorare cerchi di imitare san Paolo, ricercando buoni rapporti con tutti e veda di non legarsi troppo al regime, e soprattutto a certi regimi africani. Peraltro scoprii che vi è un tacito consenso su questa formula, perché ogni governante sa che i missionari significano l’arrivo di container di aiuti, servizi alla popolazione.
Devo dire che lo stesso consiglio me lo dette l’ambasciatore italiano.
Il regime dei Kabila è stato per noi identico a quello di Mobutu. Al nostro livello di missionari non c’è grande necessità di collegamenti con il governo né tanti certificati da compilare, e siamo stimati perché lavoriamo con i più piccoli tra i poveri.
La prima comunità
All’inizio lavoravo come sacerdote in parrocchia a Sassuolo, diocesi di Reggio Emilia, e seguivo il gruppo dei giovani, stavo dietro a tutte le attività di gioco, di scout, le gite insieme. Una volta alla settimana proponevo un’adorazione eucaristica, con la lettura del Vangelo meditata e, per chi desiderava, anche un po’ di guida spirituale. Questo gruppetto di adorazione, dapprima esiguo, via via era arrivato ad essere anche di venti o trenta persone. Sono stati i ragazzi a chiedermi se potevamo vederci tutti i giorni: così abbiamo istituito la preghiera delle lodi al mattino, e di seguito s’è manifestata la necessità della messa quotidiana. Abbiamo preso a svolgere qualche servizio caritativo agli anziani e ai poveri del quartiere.
Qualcuno nel nostro gruppetto ha sentito la vocazione, e alcune ragazze hanno cominciato ad aspirare alla vita religiosa. La prima di tutti è stata Francesca, che però immediatamente non s’immaginava in un monastero, e come lei la pensavano Donatella, Leonardo e altri. Così, abbiamo dato tempo al discernimento… A Firenze c’era l’istituto per i bambini della Madonnina del Grappa e il sacerdote responsabile – un mio amico, ormai settantenne, che non ce la faceva più a gestirlo senza un aiuto – m’aveva chiesto di andare con alcuni dei miei ragazzi a custodire questa struttura, per un anno almeno. Il mio vescovo dette il consenso, e con l’accordo del cardinale di Firenze Piovanelli, andai.
Passato un anno sarei dovuto rientrare.
Una domenica, eravamo nel 1988, avevamo appena finito di mangiare, quando quattro dei ragazzi più grandicelli ospiti dell’istituto mi dissero: «Matteo, ti dobbiamo parlare». «Va bene». Già sapevo che cosa mi avrebbero chiesto: «Puoi chiedere per favore a don Carlo, il direttore, di farci uscire, magari a prendere un gelato… è domenica». Erano giusto in quattro, numero perfetto per venire in macchina con me. Il più grande, quindici anni, mi fissò: «Noi siamo dei perdenti nella vita, non abbiamo voglia di studiare, e anche se nell’istituto stiamo bene, prima o poi dovremo uscire. Ma abbiamo visto che tu ci vuoi bene. Non abbiamo mai avuto un padre e una famiglia, mai nessuno che ci seguisse. Ma se tu ci prendi a vivere con te avremo finalmente anche noi un papà che si occupa di noi, allora ci impegneremo a studiare, perché avremo una famiglia e un futuro». Quella notte non ho dormito, ho pensato ad una seconda vocazione del Signore, quando già credevo che con la prima avessi risolto i miei problemi. La mattina seguente fui il primo ad essere ricevuto dal cardinale Piovanelli. «Come mai così presto, don Matteo?». E spiegai l’accaduto, l’episodio, la chiamata, dicendomi disposto, con la sua benedizione, a restare a Firenze ed accudire quei ragazzi dell’istituto. Il cardinale suggerì di prendere tempo, nella preghiera, ma se la cosa veniva dal Signore non restava che benedirla e rimanere a Firenze.
Fu così che presi una casa, e quei ragazzi con me. Francesca, Donatella, Leonardo e altri di noi furono assieme a me a Firenze, lasciando tutto, per fare un po’ da padri e da madri ai ragazzi. In soccorso giunsero anche altri amici, coppie di sposati, coadiutori esterni: alla fine eravamo anche troppi. Decidemmo perciò che avremmo messo un po’ d’ordine e tenuto otto bambini per casa. Ma non mettemmo limiti, perché, per vocazione, non mandiamo via nessuno dei ragazzi che una volta cresciuti vogliono restare con noi: come in una famiglia…
Aumentando di numero abbiamo aperto un’altra casa in provincia di Matera. E da quando siamo a Kinshasa, la nostra attenzione per l’Africa è grande, e molti di noi sono lì.

Comincia la giornata della comunità: la colazione e la scuola
Amore e libertà
Ho vissuto a Roma, da studente, gli anni del ’68, che per me hanno significato una grande ricerca di libertà e amore autentico. Poi ho avuto la conversione, maturata mentre lavoravo nelle borgate di Roma, al Quarticciolo, al Borghetto Alessandrino… Come tutti gli studenti di allora m’ero dato alle attività che nascevano dall’impegno (politico) nella scuola. Ma quando vidi che nel nome della libertà certi valori si volevano, di fatto, imporre, non ho più condiviso, anche se io stesso avevo aderito a certi “princìpi”. La libertà si propone e non s’impone. Con la mia ragazza e un po’ di amici decidemmo allora che, dopo quel periodo studentesco, ci saremmo “impegnati” per l’uomo concreto. Siccome alla fine degli anni Settanta a Roma rimaneva la piaga delle baraccopoli, andammo lì. Anche allora cercavo di aiutare i minori, e a Roma, come poi sarebbe accaduto in Congo, mi chiedevo perché loro erano così poveri, mentre io avevo una famiglia, avevo la possibilità di studiare… Mi chiedevo dov’era la giustizia. In quegli anni io lavoravo nelle borgate e il Signore pian piano lavorava me. A Roma abbiamo riscoperto il Vangelo, un’intuizione nata da quell’«avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere». Perché nel Vangelo non c’era scritto – anche se magari qualche volta sarà pure giusto farlo – «avevo fame e hai progettato una mensa, avevo sete ed hai progettato l’assistenza». L’espressione di san Giovanni, «la rivelazione di Dio è amore», l’ho scoperta così: io nella vita non cercavo l’impegno per gli altri, o aiutare i bambini delle borgate, ma quell’amore. Che non mi avrebbero dato l’impegno per gli altri o il matrimonio con la mia ragazza. Io cercavo la sorgente dell’amore, e quando l’ho trovata, ho aderito a questo amore. Quando anni dopo è nata la comunità, non abbiamo creduto di aiutare nessuno se non da questo amore. Però, come dice san Paolo, «dove c’è lo spirito del Signore c’è libertà», si ama in maniera libera, creando uomini e donne liberi, portandoli verso la libertà e non al tuo progetto, verso la pienezza della persona.
San Francesco,
san Giovanni Bosco, la Chiesa
San Francesco è il primo patrono della nostra comunità, grazie alle baracche di Roma, perché quando lì è nata la mia vocazione ho preso lui come modello ideale. Da studente – nel ’68 e negli della contestazione – m’aveva affascinato che in un mondo in cui la Chiesa era potente e invadente, Francesco non s’era messo a contestare ma aveva affermato che lui, essendo allo stesso modo Chiesa, era povero. Se la Chiesa era nepotista, e i suoi preti erano uomini di malcostume e di malaffare, lui viveva assieme con santa Chiara nella perfetta purezza. Se la Chiesa voleva seguire la propria testa, lui diceva che solo Dio è padre.
Quel modello di contestatore m’aveva affascinato. Al punto che, pur avendo deciso di non sposarmi, per molti anni ho continuato a studiare teologia da laico, e da laico ho conosciuto le borgate e poi mi sono trasferito al nord in una fabbrica di ceramiche, perché volevo conoscere il mondo operaio. Lì, da laico, ho messo su dei gruppi di preghiera.
La scelta del sacerdozio fu dovuta a monsignor Gilberto Baroni, allora vescovo di Reggio Emilia, quando venne a sapere che nella sua diocesi c’era questo operaio un po’ particolare. Io ero contento, però soffrivo per le persone mie amiche, quando si rivolgevano a me oramai con cuore aperto, di doverle mandar via e non poter amministrare il sacramento della confessione e dell’eucarestia. Baroni comprese, mi chiese perché non volessi essere sacerdote. Risposi ancora una volta che san Francesco era rimasto sempre diacono… Però… dopo quel colloquio entrai in seminario.
Di Francesco mi affascina la persona, integralmente. Ho in mente il suo viso a terra nel bosco della Verna mentre chiedeva: «Chi sei Tu e chi sono io?». Ma l’episodio che più sento mio è quello in cui il cardinale Ugolino, il legato del Papa, chiede a Francesco che cosa gli avesse detto il Signore, che cosa dunque lui intendesse fare stendendo la sua regola. E Francesco, dopo momenti di silenzio, incalzato, risponde per obbedienza: «Dominus dixit mihi quod ego esse unum novellum pazzum in mundo».
La “contestazione”, la “rivoluzione” di Francesco è solo vivere integralmente il Vangelo. Alla mia prima messa vennero tutti i miei amici del tempo giovanile, gli amici rimasti tali, perché chiaramente aveva destato scalpore che io fossi diventato sacerdote… Qualcuno però prima della messa non si trattenne dal dire che rispetto al mio passato avevo perso in libertà. Era la festa della dedicazione della basilica di San Pietro, e nell’omelia dissi che io avevo liberamente sposato la Chiesa e l’avevo sposata per cercare di renderla più bella – essendo ben cosciente dello stato in cui si trovava. E questo m’era possibile solo amandola, e facendo ciò ero più libero e felice, cercando in ciò di imitare Francesco. Nella carità Francesco cercava di coprire le brutture della Chiesa, che pure conosceva bene. Nella pazienza e nella carità. Perché amava la Chiesa non la correggeva o contestava platealmente, ma indicava alla gente che la Chiesa era anche altrove, non solo nei peccati dei suoi vescovi; era in tanti sacerdoti e religiosi santi. La “contestazione” è anche quella di santa Chiara che, di fronte al Papa, resta nella libertà del suo voto di povertà.
E quale è la “contestazione” interna alla testimonianza di san Giovanni Bosco, l’altro patrono della nostra comunità? Per me don Bosco è l’intuizione dell’amorevolezza. Con i ragazzi, ma a qualunque livello, la fede viene come una conquista del cuore, dove non c’è costrizione. Un valore non funziona se non è proprio della persona. Ma quanti genitori, educatori e sacerdoti propinano princìpi e non capiscono… Dio ha dato il decalogo al popolo di Israele ma prima gli ha fatto sperimentare la bellezza della liberazione. Noi invece iniziamo sempre dalle regole, e alla fine tutto diventa una cappa soffocante, che può solo generare rigurgito. Quando ero parroco m’interessava che i ragazzi che frequentavano l’oratorio vivessero quei tempi come una storia d’amore, cioè volessero bene a Gesù. Don Bosco insegnava che anche il peggior ragazzo di strada poteva avere nel cuore un seme di bontà, e faceva leva lì… Se invece avesse fatto rispettare la sua autorità ecclesiastica, quante anime avrebbe perso, appena quel ragazzo, quei ragazzi, avessero girato l’angolo… Un genitore che vuole bene ai figli fa nascere in loro un desiderio, non gli dà una regola, e nel contempo propone dei risultati. Chi ama la propria moglie, liberamente incontrata e amata, non si fissa prima di tutto sul peso dei servizi che la convivenza chiede.
Oggi trovo che di tanti termini proposti nella Chiesa, s’è perduto il senso. L’amore, la castità, l’obbedienza, la povertà. La mia prima tesi in filosofia, svolta con Manlio Simonetti all’Università di Roma, discuteva che nella vita religiosa il voto di obbedienza potesse dirsi voto di libertà. Perché, storicamente, all’inizio della vita religiosa c’è stato uno slancio e un’adesione di libertà, l’organizzazione viene dopo, l’obbedienza viene dopo. Ed è comunque vuota l’obbedienza di chi non è profondamente libero. Allo stesso modo non c’è voto di povertà se non è basato su una ricchezza, e non c’è vera castità per chi non ha scoperto l’amore del Signore. Perché è vuota la castità di chi non è innamorato.
E l’eucarestia… Nelle nostre case chiediamo innanzitutto che ci sia un oratorio con l’eucarestia, per la preghiera e l’adorazione.
Quando siamo andati a Kinshasa, dormivamo con le zanzare e gli scarafaggi, ma la prima cosa che abbiamo fatto, e il cardinale Etsou ci ha subito autorizzati, è stato adibire a cappella la prima stanza che avevamo costruito. Le altre stanze le abbiano fatte dopo. Apriamo le case per farci abitare l’eucarestia, noi portiamo l’eucarestia. Perché Gesù che contemplo nell’eucarestia lo voglio vedere tutto il giorno, nel sacramento e quando accogliamo “uno di questi piccoli”. C’è Gesù affamato nel volto dei poveri a cui dare da mangiare. Girando come san Francesco, a fare la questua.
(testo raccolto
da Giovanni Cubeddu)
g.cubeddu@30giorni.it