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RECENSIONE
tratto dal n. 01/02 - 2005

«Il Volto di Cristo nel volto dei poveri e dei sofferenti»


È quel che afferma il cardinale Saraiva Martins nel saggio introduttivo al volume che raccoglie gli interventi dell’VIII Congresso promosso dall’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo. Il libro è corredato da una ricchissima serie di tavole a colori che illustrano il tema “Il Volto di Cristo e la riparazione”


di Lorenzo Cappelletti


La Madonna del prato, Giovanni Bellini, The National Gallery, Londra

La Madonna del prato, Giovanni Bellini, The National Gallery, Londra

Come sempre, è uscito con grande celerità (e non è l’ultimo dei meriti dell’iniziativa) il volume che raccoglie le lezioni dell’VIII Congresso promosso dall’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo, svoltosi a Roma il 23 e 24 ottobre 2004.
È raro vedere uscire gli atti a pochi mesi dallo svolgimento di un congresso, tanto più se si tratta, come nel caso in oggetto, di un volume arricchito da moltissime immagini a colori, che presenta a volte contributi di grande valore scientifico (e dunque con un apparato critico la cui cura costa in genere molto tempo e fatica) e, comunque, sempre a firma di autori di tutto rispetto italiani e stranieri. Ai quali ultimi si perdona volentieri un italiano non sempre in grado di passare al vaglio della Crusca, così come qualche piccola svista.
Il Congresso del 2004 è stato dedicato a “Il Volto di Cristo e la riparazione”, tema estremamente stimolante, seppure irto di difficoltà. A cominciare da quelle poste dal termine “riparazione/riparare”, vocabolo purtroppo equivoco e a rischio di volgari scivolamenti nella lingua italiana. Che, proprio per questo – rilevano molti dei relatori –, è da intendere alla luce del termine agostiniano “redamatio/redamare”. Espressione più antica, ma, come spesso accade, più capace di evocare in noi, rispetto a espressioni cronologicamente più vicine, l’attrattiva vincente e mobilitante della misericordia divina. È ben per questo che 30Giorni si è fatto banditore dell’attualità di sant’Agostino.
L’introduzione del cardinale Fiorenzo Angelini, promotore dell’Istituto, apre il volume, presentando i relatori e dando brevemente conto di alcuni dei 24 contributi, fra i quali compare anche quello del nostro direttore, che, se è ormai in parte superato dai fatti, come cronaca del Processo di pace in Medio Oriente (Arafat non c’è più), non lo è affatto nell’indicazione degli indirizzi di fondo: «Noi cristiani dobbiamo contribuire a recuperare e salvaguardare la pace, che è possibile solo nella giustizia» (p. 201). Come questo, anche tutti gli altri corsivi non sono farina del nostro sacco.
Il primo contributo, a firma del cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, anche se sembra parlare di tutt’altro (Il Volto redentore e riparatore di Cristo nel memoriale dell’Eucaristia), vedremo che si muove nella stessa direzione.
Valorizzando soprattutto la recente enciclica Ecclesia de Eucharistia, che giunge quasi a sugellare il «crescendo dei documenti del magistero della Chiesa dedicati all’Eucaristia» (p. 13), il cardinale Saraiva Martins afferma anzitutto che è dell’Eucaristia che la Chiesa vive. Per sostenere poi che «la conoscenza della spiritualità e la pratica della devozione al Santo Volto sono, per così dire, una via privilegiata per inoltrarci nella meditazione del mistero eucaristico» (p. 15), per rivivere cioè, nell’Eucaristia, «i lineamenti più intensamente umani di Gesù» (p. 15). Con essi siamo chiamati a immedesimarci, come hanno fatto i santi, che «hanno dimostrato quanto sia stretto nel vissuto cristiano quotidiano il rapporto tra l’Eucaristia e il Volto di Cristo, tra l’Eucaristia e l’annuncio del Vangelo» (p. 16). In modo del tutto speciale è Maria – «il volto della quale più di ogni altro assomiglia a Cristo» (p. 16), scrive il cardinale parafrasando Dante (Par XXXII,85), e che è pure per eccellenza «presenza e modello nella celebrazione dell’Eucaristia» (p. 16) – a raccordare quel Volto al mistero eucaristico. «Ma non solo: il Concilio Vaticano II, nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, ci ricorda con parole ferme il dovere di cercare e di riconoscere l’immagine, il Santo Volto, in chi oggi nella storia della salvezza con esso si identifica e lo personifica» (p. 17). Si tratta di riconoscere, afferma esplicitamente il cardinale, «nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore povero e sofferente» (p. 17). E proprio a questo riguardo la relazione del cardinale Saraiva Martins trova i suoi accenti più accorati. Ci piace riportare per intero le sue parole: «Il male, la sofferenza, l’ingiustizia contano oggi su di una visibilità totale. Mai nella sua storia millenaria l’uomo è stato testimone in tempo reale di tanta sofferenza: decine di guerre spietate insanguinano il nostro pianeta; il divario tra il nord e il sud del mondo è giunto a livelli insostenibili; le immense ingiustizie che si consumano soprattutto nei confronti dei più deboli e indifesi gridano vendetta al cospetto di Dio. […] Nessuno perciò oggi può dire: “Non sapevo”. Per noi, che in virtù del battesimo siamo incorporati a Cristo, l’espressione “non sapevo” andrebbe completata con la seguente: “Non sapevo che il Volto di Cristo insanguinato per le percosse e la corona di spine, umiliato dagli sputi, sfregiato dalle cadute sulla via del Calvario, fosse il volto stesso delle vittime di ingiustizie e di crudeltà che scorrono ogni giorno nelle immagini televisive, immagini di una evidenza persino esasperata”. E invece il volto di questa folla sterminata è il Volto di Cristo» (p. 17). Segue a proposito la citazione delle parole di Gesù sul Giudizio finale nella loro parte negativa, di condanna: «Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi ospitaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste…» (Mt 25, 410ss). Parole che il cardinale volge alla fine in una esortazione positiva e piena di speranza: «Ogniqualvolta ci nutriamo dell’Eucaristia noi ci immedesimiamo con Cristo e perciò – pur nei limiti della nostra fragilità, delle nostre paure, delle nostre esitazioni – siamo chiamati a immedesimarci in quanti, vicino e lontano da noi, hanno il suo stesso Volto» (p. 18).
Nella linea della riparazione vissuta dai santi, già richiamata dal cardinale Saraiva Martins, padre Giovanni Marchesi concentra il suo intervento sull’esperienza di santa Margherita Maria Alacoque. Ripete anzitutto che le sue rivelazioni private non costituirono l’inizio, ma solo la consacrazione della devozione ben più antica al Sacro Cuore di Gesù, che in ultima analisi si fonda già su dati biblici e patristici. E in particolare si sofferma sulla comprensione, suggerita dalle visioni del Sacro Cuore, dell’incarnazione come ordinata fin dal suo primo istante alla croce. Per fare questo padre Marchesi valorizza la lettera della santa del 1689 in cui ella ricorda come nella prima visione le apparve il Cuore divino (non a caso in occasione della festa di san Giovanni evangelista del 1674, nota Marchesi): «Con l’adorabile ferita, circondato da una corona di spine, a significare le trafitture inferte dai peccati e sormontato dalla croce, per dire che, dai primi istanti dell’incarnazione, cioè fin da quando il Sacro Cuore fu formato, vi fu piantata la croce e fu riempito, sin dai primi momenti, di tutte le amarezze che gli dovevano causare umiliazioni, povertà, dolori e disprezzo che la sacra Umanità avrebbe sofferto durante il corso della vita e durante la passione» (p. 163). Tale prima visione di santa Margherita, afferma padre Marchesi, «costituisce come l’ultimo epigono della corrente teologica che, partendo dai dati comuni del Nuovo Testamento» (p. 164), accomuna Padri orientali e occidentali. Infatti, «tutta la grande tradizione patristica dell’Oriente e dell’Occidente, come anche l’antica arte cristiana e la liturgia hanno compreso ed espresso questa verità fondamentale, attestata dalle prime pagine del Nuovo Testamento e confermata esplicitamente dalla vita storica del Cristo e dal suo evento conclusivo, qual è il mistero pasquale: nell’attuale piano della salvezza Dio si è fatto uomo per morire sulla croce e così salvare l’umanità peccatrice attraverso il sacrificio del Figlio» (p. 165).
Il bambino Gesù dorme sulla croce con un teschio sotto il braccio, Esteban Murillo, Galleries and Museum Trust, Sheffield

Il bambino Gesù dorme sulla croce con un teschio sotto il braccio, Esteban Murillo, Galleries and Museum Trust, Sheffield

La testimonianza nell’arte di questa verità – molto più che nell’opera di Pompeo Batoni da tutti conosciuta come l’immagine per eccellenza del Sacro Cuore e conservata al Gesù di Roma (peraltro fedele ai dati materiali della visione) – è rintracciabile in tante rappresentazioni della Natività, alcune delle quali sono commentate magistralmente da padre Gerald O’Collins in un saggio dal titolo La riparazione, luce della grotta di Betlemme (pp. 75-80). O’Collins rileva in primo luogo che già nella Scrittura, cioè nei Vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca, si trovano sottili elementi che fanno riferimento alla Passione. Elementi che la liturgia dei giorni immediatamente successivi al Natale, con le feste di santo Stefano, di san Giovanni apostolo ed evangelista e dei santi Innocenti, conferma e rafforza. Ma è nell’iconografia, fin dalle prime immagini paleocristiane e ben oltre il Rinascimento, che questa verità conosce delle attestazioni mirabili. Dal bassorilievo del IV secolo che sovrasta il sepolcro di papa Pio VI nelle Grotte Vaticane alla Natività di Geertgen tot Sint Jans della fine del Quattrocento conservata alla National Gallery di Londra, dalla Madonna del Prato di Giovanni Bellini sempre alla National Gallery, dei primissimi anni del Cinquecento, allo stupendo Bambino Gesù che dorme sulla croce appoggiato con confidenza sul cranio del Golgota di Esteban Murillo (Galleries and Museum Trust di Sheffield), della seconda metà del Seicento.
A conforto dell’interpretazione di padre O’Collins del bassorilievo del IV secolo ci permettiamo di osservare che il dubbio che egli esprime a proposito del terzo elemento, non ben identificabile, che insieme al vino e al pesce i Magi recano a Gesù (trattarsi cioè di una corona o di un pane), ci sembra facilmente risolvibile: si tratta molto probabilmente non dell’una o dell’altro, ma di un pane a forma di corona, la tradizionale eulogia, l’offerta del pane per l’Eucaristia. E, sempre a conferma dell’interpretazione di O’Collins della meravigliosa opera di Giovanni Bellini (dove vibra «cara bellezza, venerata religione, eterno spirito, vivo senso» per usare parole di Roberto Longhi), ci sembra di poter dire che anche i bovini e gli ovini sullo sfondo, oltre gli altri animali e le altre notazioni apparentemente solo di valore descrittivo, hanno un valore di rimando alla Passione. Essi infatti, con i loro pastori, non costituiscono solo l’ambientazione della nascita («c’erano in quella regione alcuni pastori», Lc 2,8) ma sono anche per eccellenza gli animali del sacrificio, rimandano come tali al sacrificio del Signore. Così come la singolare ambientazione, vicino alla città, della scena. Infatti «vicino alla città» o «fuori della porta della città» il Signore non solo nasce, ma muore (cfr. Gv 19,20 e Eb 13,12).
Proprio a quel rapporto fra Antico e Nuovo Testamento, che sta anche alla base della Lettera agli Ebrei, si dedica padre Bonifacio Honings nel suo saggio Mosè e il cammino sulla via della riparazione. L’economia divina della riparazione: da Mosè a Cristo. Nel delineare il legame tipologico fra Mosè e Cristo, egli ne nota la discontinuità ma anche la continuità essenziale. Infatti, se l’agire di Dio nell’Antico è come propedeutico a un compimento atteso, resta che tanto l’Antico quanto il Nuovo Testamento non sono altro che la registrazione dell’opera di Dio: «Possiamo dire che nell’Antico Testamento (Es, Lv, Nm, Dt), più che prestare attenzione alla persona di Mosè, i racconti rilevano l’opera di riparazione compiuta da Jahvè per mezzo di lui a favore di Israele» (p. 139). Interessante in particolare è il commento al passo di Es 9,16 citato da Rm 9,17: «Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato su tutta la terra». Scrive Honings: «Jahvè conduce la storia prendendosi gioco degli ordini del Faraone, salvando paradossalmente il futuro liberatore di Israele per mezzo della figlia del suo oppressore» (p. 139).
Su questa stessa linea, interessante è anche il parallelo operato da padre Aristide Serra fra la dispersione e la riunione del suo popolo operata da Dio tanto nell’Antico quanto poi insuperabilmente nel Nuovo Testamento. Fra l’altro, citando l’esegesi del termine tà ìdia, fatta a suo tempo dal compianto padre de la Potterie (non “per conto proprio”, ma “i propri interessi”), sottolinea che è per lo smarrimento della fede che la dispersione colpisce i discepoli: «Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno ai propri interessi e mi lascerete solo» (Gv 16,32). Commenta padre Serra: «La profezia di Gesù riguarda sì la fuga e la dispersione materiale dei discepoli, ma pone l’accento soprattutto sul motivo che l’ha determinata, cioè la defezione nella fede, il crollo della loro unità in Cristo. […] Essi non sono più discepoli di Cristo, quanto di sé stessi, poiché ognuno si ripiega sugli interessi propri. Questa è la “proprietà” che rimane a chi fa naufragio nella fede: “Chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11,23)» (p. 106).
Aa.Vv., Il volto dei volti. Cristo, Editrice Velar, 
Bergamo 2004, 324 pp., s. i. p.

Aa.Vv., Il volto dei volti. Cristo, Editrice Velar, Bergamo 2004, 324 pp., s. i. p.

Molti altri contributi meriterebbero di essere ricordati e citati. Non ce n’è modo, per ora.
Dobbiamo però dire almeno una parola sulla quarta sezione del volume, che occupa più di un terzo delle sue pagine, intitolata “Il Volto di Cristo attraverso i secoli”. Sezione che presenta riproduzioni a colori di opere figurative la cui logica, in una brevissima quanto acuta Presentazione delle tavole, è indicata dal gesuita Heinrich Pfeiffer. Presentazione necessaria per comprendere la disposizione delle immagini che non si susseguono secondo un criterio cronologico e neanche tematico. Sono piuttosto offerte perché si possano operare continui paragoni fra l’espressione dei diversi dogmi della fede cristiana, fra le epoche diverse in cui tale espressione ha avuto luogo, fra la differente sensibilità con cui l’Oriente e l’Occidente cristiano hanno concepito l’espressione artistica del Mistero cristiano. Dunque sono piuttosto offerte al discernimento e alla meditazione, perché ciascuno, come scrive Pfeiffer, possa «esaminare e rafforzare la sua fede in Cristo» (p. 208). La prospettiva di Pfeiffer, d’altra parte, non è ingenua. Egli non sottace il pericolo sempre più incombente nell’espressione artistica della «preminenza dell’immaginazione artistica sopra l’azione di Dio» (p. 208), che poi non è altro, nell’epoca contemporanea, che la fatica per gli artisti di una «fede che è sempre di nuovo da conquistare» (p. 208).
Un bel volume.


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