La riforma del rito del battesimo dei bambini
La grazia viene prima dell’aiuto educativo degli uomini
La riforma liturgica cambiò la struttura stessa del rito del battesimo dei bambini, operando un evidente spostamento dall’efficacia del gesto sacramentale di Cristo alla consapevolezza e all’impegno dei genitori e dei padrini
di Lorenzo Bianchi

L’interno del battistero annesso alla basilica di San Giovanni in Laterano, la cui prima edificazione risale all’epoca di Costantino (IV secolo)
Lo schema, nonostante questa e altre osservazioni e richieste di modifiche di Paolo VI, rimase sostanzialmente lo stesso, ed è il rito che tuttora viene utilizzato. Esaminiamo ora le tappe della sua formazione.
LA STORIA DELLA RIFORMA
La riforma del rito del sacramento del battesimo, così come codificato nel Rituale romano pubblicato da papa Paolo V nel 1614, fu compiuta tra il 1964 e il 1968, nell’ambito dei lavori del Consilium, in particolare da due gruppi di studio, il 22 e il 23, rispettivamente incaricati di occuparsi dei “sacramenti” e dei “sacramentali”, che, considerate la vicinanza degli argomenti da trattare e le strette relazioni fra di essi, lavorarono quasi sempre congiuntamente. Il gruppo 22 ebbe come relatore Balthasar Fischer, come segretario Xavier Seumois, come membri Emil Lengeling, Frederick McManus, Ignacio Oñatibia, Boniface Luykx, Alois Stenzel, Joseph Lécuyer, Jean-Baptiste Molin (nel 1967 fu integrato dal segretario aggiunto Louis Ligier e da un altro membro, Jacques Cellier). Il gruppo 23 ebbe invece come relatore Pierre-Marie Gy, come segretario Secondo Mazzarello, e come membri Jairo Mejia, Jean Rabau, Johannes Hofinger, François Vandenbroucke, Damien Sicard; ad essi si aggiunsero poi Antoine Chavasse, Bruno Löwenberg e Korbinian Ritzer.
Per quel che riguarda però il sacramento del battesimo, e in particolare il rito del battesimo dei bambini, i lavori furono svolti soprattutto dal gruppo 22 ed ebbero come estremi cronologici la IV adunanza generale presso il Consilium (9 ottobre 1964) e la IX (15 ottobre 1968). In questa ultima occasione fu presentato lo schema finale del rito, il terzo, che venne approvato definitivamente dal Consilium; i due precedenti schemi, parziali, erano stati presentati e discussi rispettivamente nell’ottobre 1966 e nell’aprile 1967.
La prima considerazione espressa dai riformatori nell’impostazione del lavoro, tratta anch’essa da quanto dettato dall’art. 67 della Costituzione conciliare de sacra liturgia, che prevedeva che il rito del battesimo dei bambini venisse riveduto e adattato alla loro reale condizione, fu che quello contenuto nel rituale di Paolo V in realtà non era altro che il rito del battesimo degli adulti abbreviato: una premessa fondamentale dalla quale dipende direttamente la decisa riforma della struttura del rito. Questa venne infatti ad essere caratterizzata da un lato, come già detto, da una forte sottolineatura del ruolo dei genitori e dei padrini, che divenne preponderante se non anche quasi determinante. Contemporaneamente, dall’altro lato, si operò una drastica riduzione degli esorcismi che precedevano l’amministrazione del sacramento, poiché essi «appartenevano agli antichi scrutini e non rispondevano certo alla condizione dei bambini» (A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), CLV-Edizioni liturgiche, Roma 1983, p. 582; da questo testo traiamo alcune delle note storiche sul processo di riforma del rito).
Vedremo oltre nel dettaglio alcune delle variazioni compiute nello svolgimento e nelle formule del nuovo rito rispetto al precedente: si vuole qui notare, per ora, che un’altra delle maggiori preoccupazioni dei membri del gruppo, ripetutamente sottolineata, fu quella di adattare il rito alle condizioni odierne dell’uomo. È però interessante evidenziare come il lavoro dei riformatori presupponga un’immagine ideale di uomo e fedele (intellettuale, impegnato, potremmo dire borghese) e non tenga invece presente la condizione dell’uomo e del fedele concreto (fragile, peccatore, povero), contraddicendo nella pratica l’indicazione di papa Giovanni XXIII nel radiomessaggio al mondo dell’11 settembre 1962, un mese esatto prima dell’apertura del Concilio (la Chiesa «si presenta quale è, e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri»). Péguy con il suo realismo direbbe: «Il povero domanda il necessario per vivere, il borghese parla», suggerendo un’ipotesi di lettura di tanta parte della riforma liturgica come un passaggio dalla domanda ai discorsi. Così, anche la riforma del rito del battesimo sembra essere stata compiuta «quanto meno senza percepire che cosa fosse realmente l’inimmaginabile scristianizzazione moderna, favorendo l’illusione, poi rivelatasi distruttiva, che bastasse cambiare parole e riti per attirare gli uomini di oggi al cristianesimo» (per ripetere qui ancora una volta il concetto che già abbiamo espresso a proposito di questi argomenti, ultimamente anche in L. Bianchi, Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?, Piemme-30Giorni, Casale Monferrato 2002, p. 9).
IL CREDO DEL POPOLO DI DIO
E IL NUOVO RITO
Ma ritorniamo alla storia dei lavori di riforma. Dopo l’approvazione da parte del Consilium dello schema del rito, il 30 novembre 1968 questo, come già detto, fu mandato a papa Paolo VI. L’esame del Papa, inframmezzato dall’udienza del 19 gennaio 1969 con il segretario del Consilium monsignor Annibale Bugnini, ebbe come esito alcune richieste di chiarimenti. Oltre a quanto già segnalato a proposito del timore del Papa che venisse ritardato il momento del battesimo del bambino, un’altra osservazione autografa di Paolo VI, riferita dallo stesso Bugnini, riguarda l’assenza della menzione del peccato originale («nil dicitur de peccato originali» [«non si fa alcuna menzione del peccato originale»]) nella formula di esorcismo prebattesimale.
Dietro queste notazioni di Paolo VI si può leggere la preoccupazione del Papa perché il nuovo rito, sottolineando i fattori reali del gesto del battesimo (peccato originale ed efficacia ex opere operantis Christi del sacramento) esprimesse fedelmente la dottrina della Chiesa, la regula fidei, che egli stesso aveva solennemente riproposto pochi mesi prima nel Credo del Popolo di Dio (30 giugno 1968) [cfr. box].
La sua richiesta di modifica dello schema del rito, come in altre occasioni nell’ambito dei lavori della riforma liturgica, rimase di fatto disattesa. Per quel che riguarda la menzione del peccato originale, il volere del Papa fu accolto solo in parte: così l’espressione originariamente proposta dai riformatori per la prima formula di esorcismo prebattesimale («ut hunc parvulum, e regno erutum tenebrarum» [«perché questo bambino, fatto uscire dal regno delle tenebre»]; cfr. la relazione di B. Fischer, relatore del gruppo 22, in Notitiae 4, 1968, p. 241) fu mutata in quella che compare tuttora nel rito («ut hunc parvulum, ab originali culpa solutum» [«libera questo bambino dal peccato originale»]); ma non si volle inserire la citazione del peccato originale anche nella seconda formula, proposta come alternativa alla prima. Per vedere accolta la richiesta di Paolo VI anche per questa formula, si dovette attendere il momento in cui nella questione poté intervenire anche la sacra Congregazione per la dottrina della fede. Questo accadde quattro anni più tardi, in occasione della seconda edizione del nuovo rituale. Il rituale del battesimo dei bambini era infatti stato approvato con lettera della Segreteria di Stato del 17 gennaio 1969, quindi approvato definitivamente da Paolo VI il 10 maggio 1969, e infine pubblicato con decreto della sacra Congregazione per il culto divino del 15 maggio 1969, senza però essere stato prima esaminato (nononostante le proteste dei dicasteri interessati) dalle sacre Congregazioni per la dottrina della fede e per la Disciplina dei sacramenti. Solo nel 1973 tutto il testo fu finalmente sottoposto all’esame della sacra Congregazione per la dottrina della fede (prefetto: cardinale Franjo Seper; segretario: monsignor Jean Jerôme Hamer) che richiese proprio che si precisassero quattro punti, relativi all’esplicitazione della dottrina del peccato originale. Tre di questi punti riguardavano le parti introduttive, il quarto invece il testo della seconda formula dell’esorcismo, dove venne introdotta, nella nuova edizione, l’espressione «ab originalis culpae labe» (strappare «dalla rovina del peccato originale») in sostituzione del generico «a potestate tenebrarum» («dal potere delle tenebre»).
ANALISI DEI TESTI
Si propongono, a conclusione di queste note, alcuni dei più significativi cambiamenti avvenuti nei due testi latini del rito del battesimo dei bambini, così come appaiono nella forma per il battesimo di un singolo bambino: quello precedente alla riforma operata dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, risalente sostanzialmente a Paolo V (1614), e quello susseguente alla riforma, obbligatorio dal 29 marzo 1970, utilizzato oggi nella seconda edizione, approvata con decreto della sacra Congregazione per il Culto Divino del 29 agosto 1973, che, come abbiamo visto più sopra, differisce nel formulario dalla prima unicamente nella seconda formula dell’esorcismo.
Prima di passare però all’analisi puntuale, occorre fare delle considerazioni di carattere generale, valide e riscontrabili in tutta la struttura del nuovo rito. Innanzitutto, come si è già detto, l’attenzione dei riformatori fu rivolta in particolar modo a dare «psicologicamente» al rito una «valenza catechetica nei confronti di genitori e padrini». Questo, oltre ad essere variamente dichiarato qua e là nelle pubblicazioni che descrivono l’opera di riforma, è facilmente constatabile nella struttura stessa del formulario, dove, a preghiere e invocazioni dirette e concrete, spesso vengono sostituite orazioni a carattere esortativo e didascalico.
Inoltre, è evidente la preoccupazione (più volte esplicitata durante i lavori dai riformatori) di rispettare la sensibilità dei genitori del battezzando: di qui la drastica diminuzione di ogni atto e terminologia esorcistica e «negativa», sostituiti da espressioni che possono sottolineare «maggiormente l’aspetto positivo della rigenerazione» (cfr. Bugnini, op. cit., p. 591).
Conseguenza di tutto ciò è la perdita del realismo e della concretezza che risaltavano in ogni parte nel vecchio rito, dove era evidente che il sacramento è gesto di Cristo e quindi opera x opere operantis Christi; mentre, nel nuovo rito, il valore sembra sottilmente spostarsi sulla consapevolezza e l’impegno dei partecipanti, come se fosse questo ciò che conta, con una concezione che, come già altre volte abbiamo segnalato, rischia di sconfinare in un soffuso pelagianesimo.
Dunque, venendo all’analisi puntuale dei testi, si possono fare degli esempi già dalle parti introduttive del rito.
La prima parte del rito ha subìto notevoli variazioni. La prima formula recitata dal sacerdote, nel vecchio rito rivolta al battezzando (e per lui al padrino), netta e grammaticalmente espressa con imperativi presenti e futuri («Si igitur vis ad vitam ingredi, serva mandata. Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex tota mente tua, et proximum tuum sicut teipsum» [«Se dunque vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso»]), diventa nel nuovo rito esortazione futura ai genitori («Baptismum pro infante vestro petentes, estisne conscii officii, quod suscipitis, illum in fide educandi, ut, Dei mandata servans, Dominum et proximum suum diligat sicut Christus nos edocuit?» [«Chiedendo il battesimo per il vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?»]), e invece dell’esorcismo contro lo spirito immondo del demonio («Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto Paraclito» [«Esci da lui, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito Santo Paraclito»]) si trova ora un’esortazione all’impegno del padrino («Esne paratus ad parentes huius infantis in suo munere adiuvandos?» [«Sei disposto ad aiutare i genitori in questo compito così importante?»]).
Così, sempre nella parte introduttiva, risultano eliminate le orazioni e gli esorcismi, compreso l’antico rito della benedizione del sale (nonostante i tentativi che qualcuno fece – in particolare padre Aimé-Georges Martimort – per farlo mantenere almeno come facoltativo).
Prima della celebrazione del sacramento vero e proprio, invece, eliminata la recita del Credo e spostata più avanti quella del Padre nostro, fu introdotta la liturgia della parola e anche l’omelia del celebrante (ad accentuare ancor di più, se possibile, il carattere didattico del nuovo rito): parti che i riformatori ritennero di dover inserire come obbligatorie, nonostante la stessa Congregazione per la dottrina della fede avesse insistito per ben due volte (24 luglio 1969, 8 febbraio 1973) per eliminarle o quantomeno prevederle come facoltative.
Prima dell’amministrazione del sacramento fu invece mantenuta l’unzione prebattesimale e la preghiera di esorcismo, però modificata. Il testo precedente alla riforma diceva: «Exorcizo te, omnis spiritus immunde, in nomine Dei Patris omnipotentis, et in nomine Iesu Christi Filii eius, Domini et Iudicis nostri, et in virtute Spiritus Sancti, ut discedas ab hoc plasmate Dei N., quod Dominus noster ad templum sanctum suum vocare dignatus est, ut fiat templum Dei vivi, et Spiritus Sanctus habitet in eo. Per eumdem Christum Dominum nostrum, qui venturus est iudicare vivos et mortuos, et saeculum per ignem» («Esorcizzo te, spirito tutto immondo, in nome di Dio Padre onnipotente, e in nome di Gesù Cristo suo Figlio, nostro Signore e Giudice, e in virtù dello Spirito Santo: esci da questa creatura di Dio N., che il Signore nostro si è degnato di chiamare al suo tempio santo, perché divenga tempio del Dio vivo, e lo Spirito Santo abiti in lui. Per lo stesso Cristo nostro Signore, che verrà a giudicare i vivi e i morti, e il mondo con il fuoco»); quello attuale invece è: «Omnipotens sempiterne Deus, qui Filium tuum in mundum misisti, ut satanae, spiritus nequitiae, a nobis expelleret potestatem, et hominem, ereptum e tenebris, in admirabile lucis tuae regnum trýnsferret: te supplices exoramus, ut hunc parvulum, ab originali culpa solutum, tuae templum perficias maiestatis, et Spiritum Sanctum in eo habitare indulgeas. Per Christum Dominum nostrum» («Dio onnipotente ed eterno, tu hai mandato nel mondo il tuo Figlio per distruggere il potere di satana, spirito del male, e trasferire l’uomo dalle tenebre nel tuo regno di luce infinita; umilmente ti preghiamo: libera questo bambino dal peccato originale, e consacralo tempio della tua gloria, dimora dello Spirito Santo. Per Cristo nostro Signore»). Scompare dunque il verbo “exorcizo”, che sembra forse troppo negativo, e, come spesso abbiamo visto nelle nuove orazioni, la domanda diretta imperativa viene sostituita da positive perifrasi. Venne invece privato del suo carattere esorcistico il rito dell’«Effeta», reso facoltativo e spostato più avanti, alla fine della celebrazione.
Il rito del sacramento vero e proprio fu mantenuto intatto, ma questo avvenne non senza discussioni, in particolare per quel che riguarda la rinuncia a satana: citiamo ancora Bugnini (op. cit., p. 591, nota 21): «Qualche vescovo del Consilium si era chiesto se fosse necessario conservare questa rinuncia al diavolo. Si osservò che è una pratica antichissima; è necessaria per esprimere il passaggio e la rottura dal diavolo a Dio; è la comunità di adulti che si impegna. Ma si sentì anche la necessità di fare qualcosa di più adatto al nostro tempo: “Non si devono certo togliere le rinuncie. Ma mi domando se le formule di Tertulliano non siano più rispondenti a quel tempo. Per i nostri giorni non sarebbe meglio una formula positiva?” [cardinale Pellegrino]. Così nacque il secondo schema». Fu dunque mantenuta la formula antica («Celebrans: “Abrenuntiatis Satanae?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Et omnibus operibus eius?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Et omnibus pompis eius?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”» [«Celebrante: “Rinunciate a satana?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “E a tutte le sue opere?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “E a tutte le sue seduzioni?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”.»]), e ne fu aggiunta, in alternativa, una seconda («Celebrans: “Abrenuntiatis peccato, ut in libertate filiorum Dei vivatis?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Abrenuntiatis seductionibus iniquitatis, ne peccatum vobis dominetur?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Abrenuntiatis Satanae, qui est auctor et princeps peccati?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”» [«Celebrante: “Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”.»]). In effetti, si nota ancora una volta, nella seconda formula, l’intenzione didascalica, evidenziata anche da una certa ben percepibile verbosità. Mentre l’omaggio ai nostri tempi non manca nella spettacolarizzazione del rito, esplicitamente segnalata, nelle istruzioni del rituale, dal richiamo all’opportunità di un’acclamazione (normalmente un applauso) dell’assemblea dopo il battesimo («Post Baptismum infantis opportune profertur brevis acclamatio populi» [«È opportuno che dopo il battesimo del bambino, il popolo intervenga con una breve acclamazione»]).
Anche le parti finali del rito furono modificate, soprattutto per quel che riguarda le espressioni usate dal celebrante. Tra queste, segnaliamo la formula dell’imposizione della veste candida (nel rito prima della riforma: «Accipe vestem candidam, quam perferas immaculatam ante tribunal Domini nostri Iesu Christi, ut habeas vitam aeternam» [«Ricevi la veste candida, e portala senza macchia davanti al tribunale del Signore nostro Gesù Cristo, per ottenere la vita eterna»]; nel rito riformato: «N., nova creatura factus es et Christum induisti. Vestis haec candida sit tibi signum dignitatis, quam, tuorum verbo et exemplo propinquorum adiutus, immaculatam perferas in vitam aeternam» [«N., sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna»]), in cui l’espressione «ante tribunal Domini nostri Iesu Christi», viene modificata con le aggiunte di «signum dignitatis» e di «verbo et exemplo propinquorum adiutus». Proprio questa ultima frase potrebbe suggerire il giudizio sintetico sul nuovo rito: dall’aiuto della grazia di Cristo all’aiuto educativo degli uomini.
Nota
I testi italiani del rito del battesimo riformato sono tratti dalla traduzione «tipica» (che non sempre è assolutamente letterale) approvata dalla Conferenza episcopale italiana con Decreto n. 1765/70 del 29 aprile 1970 e di uso obbligatorio dal 29 giugno 1970 (edizione del 1985, ristampa del 1999); per quelli del rito precedente la riforma, la traduzione invece è nostra.
Dal Credo del popolo di Dio di Paolo VI
Noi crediamo in un solo battesimo
per la remissione dei peccati
Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, «non per imitazione, ma per propagazione», e che esso pertanto è «proprio a ciascuno»1.
Noi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che – secondo la parola dell’Apostolo – «là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»2.
Noi crediamo in un solo battesimo istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano «dall’acqua e dallo Spirito Santo» alla vita divina in Gesù Cristo3.
Note
(1) Cfr. Denzinger-Schönmetzer 1513. (2) Cfr. Rm 5, 20. (3) Cfr. Denzinger-Schönmetzer 1514.