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CONVEGNI
tratto dal n. 06 - 2002

La traduzione, luogo del dialogo e dell’incontro con l’altro


Il professor Ivano Dionigi, latinista, ricorda la figura di Paolo Bufalini, senatore comunista e cultore del mondo classico: «Bufalini è stato grande perché è stato un mediatore, non solo in politica. La sua stessa attività del tradurre – fu un traduttore eccellente di Orazio – è stata sostanzialmente una grande operazione di mediazione e di dialogo». Intervista


di Giovanni Ricciardi


Paolo Bufalini

Paolo Bufalini

L’11 giugno, in una affollata sala della biblioteca della Camera dei Deputati, si è celebrato il ricordo di Paolo Bufalini, senatore comunista, a sei mesi dalla scomparsa. A ricordarlo non c’erano solo i politici, tra cui il segretario dei Ds Fassino e il senatore Andreotti, ma anche intellettuali e accademici. Tra gli altri, il professor Ivano Dionigi, latinista e direttore del Centro studi “La permanenza del classico” dell’Ateneo bolognese. Dionigi ha ricordato la figura di Bufalini come cultore del mondo classico e traduttore di Orazio. Un traduttore raffinato, attento, capace di cogliere l’essenzialità del testo oraziano e di riprodurla fedelmente senza mancare della “giusta misura”, tanto cara al poeta latino. «La traduzione, questo luogo del dialogo e dell’incontro con l’altro» ha detto Dionigi «doveva apparire a Bufalini l’esperienza intellettuale più naturale e simpatetica, essendo egli l’uomo delle due sponde: del confronto tra Pci e Urss, tra Pci e Vaticano, tra Pci ed eretici del Manifesto, tra Pci e Psi, tra Pci e Dc. Un rivale consapevole di dover condividere e non avvelenare il fiume all’altro rivale. Chi altro è il traduttore se non un mediatore linguistico, culturale e morale?».
Dionigi ha ricordato anche la battaglia condotta da Bufalini per evitare l’abolizione del latino dalla scuola dell’obbligo negli anni Sessanta, che egli condusse in maniera quasi isolata, in dissenso con il suo stesso schieramento politico. Una pagina della nostra storia politica che pochi ricordano, e che torna di attualità, alla luce del dibattito sulla permanenza dei classici nella scuola secondaria in via di riforma. Su questo tema Dionigi ha curato un volume a più voci, cui hanno contribuito, tra gli altri, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Vincenzo Cerami, Giuseppe Pontiggia (Di fronte ai classici. A colloquio con i greci e i latini, Bur, Milano 2002). Lo incontriamo al termine del suo intervento.

Lei ha rievocato la figura di Paolo Bufalini “latinista”. E ha rammentato la battaglia che portò la sinistra a chiedere l’abolizione del latino nella scuola dell’obbligo, alla quale Bufalini non aderì. Può ricordare quella vicenda?
IVANO DIONIGI: Negli anni Sessanta ci si divise e ci si accanì ideologicamente e politicamente sul latino nella scuola, in una polemica tra conservatori e innovatori, una sorta di avvilente riproduzione in sedicesimo della “Querelle des Anciens et des Modernes”. Lo schieramento di sinistra si pronunciò per l’abolizione dell’insegnamento del latino nella scuola dell’obbligo, contro la destra che si eresse a tutrice del latino. Allora Nenni sull’Avanti! pubblicò un articolo dal titolo emblematico: La lingua dei signori. Solo gli intellettuali più consapevoli, Palmiro Togliatti, Concetto Marchesi e Paolo Bufalini cercarono, invano, di opporsi a quella scelta. Eppure, lo stesso Gramsci, in una pagina dei Quaderni dal carcere, pur prevedendo il tramonto di quel sistema educativo, aveva colto l’unicità formativa della cultura classica: «Bisognerà sostituire il latino e il greco» scrisse «come fulcro della scuola formativa, e li si sostituirà, ma non sarà agevole disporre la nuova materia o la nuova serie di materie in un ordine didattico che dia risultati equivalenti di educazione e formazione generale della personalità».
La sinistra commise allora un errore di prospettiva?
DIONIGI: La sinistra fu vittima di una “illusione ottica”: poiché la destra si era appropriata maldestramente e indebitamente di una certa eredità e simbologia classica, allora, reattivamente e sommariamente, la sinistra sentì e bollò come reazionario e nemico il patrimonio linguistico, letterario e morale della classicità; proprio quel patrimonio che poneva l’uomo al centro di tutto. La sinistra non riuscì allora a guardare oltre lo schermo della polemica politica, scambiando la persona (la maschera) con la res (la sostanza, la cosa), il problema immediato con quello reale. E quel danno ce lo portiamo ancora dietro e dentro come ipoteca pesantissima.
A chi si riferisce?
DIONIGI: Una parte del mio intervento si richiamava all’operato del ministro Berlinguer e dei suoi pedagogisti. In un intervento sulla rivista Aufidus del 1998 scrissi che, a distanza di trent’anni da quella stagione politica, rischiavamo di essere ancora «vittime del pregiudizio manicheo per cui il latino è di destra e l’inglese, o magari il computer, è di sinistra». Ora, i nuovi legislatori perseverano nel danno, perché lo “slogan” inglese-internet-Novecento del passato governo e quello del governo attuale, inglese-internet-impresa, sostanzialmente si equivalgono.
Quale ruolo hanno, per lei, i classici nella formazione e nell’ordinamento scolastico?
DIONIGI: «Se» come scrive, nel volume Di fronte ai classici, Marc Fumaroli, «la scuola deve fare da contrappeso alle sollecitazioni dell’ambiente in cui viviamo e se deve essere un’alternativa agli stereotipi dell’universo mercantile e tecnologico», allora i classici hanno nella scuola il loro luogo naturale e necessario. Quanto poi alle modalità di intervento bisognerà certamente dosare lo studio delle lingue e della cultura classica in relazione ai diversi ordini di scuola. È però un dato di fatto che la cultura classica non ha più quel ruolo formativo di sintesi, formativo anche dell’uomo politico, come era una volta.
In che senso?
DIONIGI: Per esempio, se guardiamo a certi nostri uomini politici – oggi erano presenti Ciampi, Andreotti – o allo stesso Paolo Bufalini, pur divisi dalle idee e dalle opzioni politiche, erano tutti accomunati dallo stesso linguaggio. Pur essendo diversi, parlavano lo stesso lessico fondamentale, avevano una paideia comune, che derivava da quell’impianto culturale fondato quasi totalmente sulla medesima formazione classica.
E qual è allora, oggi, la funzione dei classici?
DIONIGI: In passato i classici hanno agito come elemento di coesione, mantenendo viva l’idea di patrimonio comune, e come elemento progressivo, come elemento fondante di un umanesimo laico e cristiano. Oggi non è più così. I classici semmai hanno assunto una funzione “di parte”, una parte però irrinunciabile. Di fronte al dilagare della “simultaneità” nell’era di internet, ci riportano continuamente al senso della storia, ci educano alla memoria, sottraendoci al flusso inarrestabile e indifferenziato dell’informazione.
Inoltre l’eredità classica ci aiuta a comunicare, perché ci fornisce “parole” e non già solo vocaboli, perché ripropone potentemente le domande più importanti, perché ci fa sentire comunità anche col passato. E così ci immunizza da quello che Eliot definiva il «provincialismo di tempo» per il quale «il mondo è proprietà esclusiva dei vivi, una proprietà di cui i morti non possiedono azioni».
Eppure si parla spesso oggi e si discute della “attualità” dei classici…
DIONIGI: Il problema è posto male. Domandiamoci piuttosto: cos’è che attrae, cos’è che crea l’interesse? Oggi invece si usa questo termine, “attualità”, che è estremamente ambiguo. Alla domanda se i classici siano attuali, Pontiggia, nel libro che ho curato, risponde che sono loro ad essere attuali, e siamo noi a non esserlo. Lui usa il termine attualità per indicare una cosa che attrae, che è interessante. Allora è attuale ciò che è diverso dalle parole che usiamo tutti i giorni, e che resiste al tempo e alle mode. Mentre noi confondiamo l’attualità con la moda. Un classico resiste perché esprime parole, idee e immagini che incidono attivamente sul presente. Attuale, insomma, è ciò che agisce.
Lei accenna nel suo libro al “demone della modernità”, di cui i classici rappresenterebbero in qualche modo un contrappeso…
DIONIGI: Oggi si assiste a questa vorace accelerazione di tutte le cose, che è una conseguenza della civiltà dell’immagine. E svanisce il thambos aristotelico, la meraviglia. Il demone della modernità ha eretto a sua divinità l’informazione. Tutto ciò che dovrebbe constare – cioè, etimologicamente, stare fisso – appare invece effimero e instabile. «I contemporanei» scrivevo nella prefazione del libro «non ci sono attuali: questi infatti parlano di purificazione, ma non conoscono la catarsi, hanno voci cavernose, ma non impauriscono, guardano il cielo stellato ma non si meravigliano, sono angosciati dall’esistenza ma non sono tragici, si sottopongono a tutti i test ma non si chiedono se la morte sia finis o transitus. Parlano d’altro, ma non di noi e per noi».
La processione per l’entrata in carica di un console, particolare, sarcofago conservato al Museo Nazionale Romano

La processione per l’entrata in carica di un console, particolare, sarcofago conservato al Museo Nazionale Romano

Nel libro, lei accenna anche al fatto che il mondo classico ha saputo assorbire gli elementi di diversità delle altre culture e portarli a maturazione. Oggi sembra scomparire la capacità di percepire la complessità.
DIONIGI: Uno dei messaggi più forti che viene dalla classicità è l’idea del duale e del plurale. Il mondo antico, e in particolare le lingue classiche, ci educano alla complessità, ci abituano a capire che di fronte a un problema non c’è mai una soluzione univoca. La classicità è caratterizzata dall’et-et e non dall’aut-aut: perché non azzera, ma recupera le diversità. Il mondo classico non è mai abitato da un pensiero unico. Oggi invece si va sempre di più verso la criminalizzazione della pluralità e del dissenso. Si tende ad essere sostitutivi, a liquidare l’avversario, il diverso da sé. Pensiamo invece al ruolo che hanno avuto le grandi civiltà del mondo antico. Tutta la nostra storia è un continuum di mediazioni, dai greci, ai latini, alla cristianità. Invece, nell’era della simultaneità, prevale la dinamica brutale della contrapposizione e della sostituzione. Per questo, soprattutto nella scuola, il mantenimento dei classici non deve rappresentare un problema, ma un patrimonio e una grande risorsa da valorizzare. I classici ci insegnano, come ho detto prima, la logica dell’et-et, non quella dell’aut-aut che è autoritarismo, né quella del nec-nec, del nichilismo. E per questo la pratica del tradurre dalle lingue classiche resta un elemento importante nella formazione della persona.
Perché ritiene così importante la pratica della traduzione?
DIONIGI: Bufalini, ad esempio, è stato grande, perché è stato un mediatore, non solo in politica. La sua stessa attività del tradurre – egli fu un traduttore eccellente di Orazio – è stata sostanzialmente una grande operazione di mediazione e di dialogo. Bisogna conoscere le due rive del fiume. Ortega parla di «miseria e splendore della traduzione». Quando si altera il testo di partenza, per attualizzarlo, nel senso deteriore del termine, se ne realizza la miseria. Lo splendore emerge quando si riesce a coniugare la fedeltà al testo di partenza con l’efficacia e la freschezza di quello d’arrivo. Viene fuori allora la parola necessaria, necessitante. Ed è quasi un miracolo. q


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