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ITALIA
tratto dal n. 06 - 2003

Intervista con don Andrea Pacini, direttore del Centro studi

Per dialogare dobbiamo conoscere l’interlocutore


Intervista con don Andrea Pacini


di Pina Baglioni


Quarant’anni, sacerdote, don Andrea Pacini dal 1988 lavora alla Fondazione Giovanni Agnelli come studioso dell’islam. Laureato in Storia delle religioni, è anche un esperto del mondo ortodosso. Due anni fa gli è stato affidato il timone del Centro di studi religiosi comparati Edoardo Agnelli, sorto per onorare la memoria del figlio di Gianni e Marella Agnelli, scomparso il 15 novembre del 2000, a soli 46 anni.

Lei lavora da quindici anni alla Fondazione Agnelli. Ha conosciuto personalmente Edoardo? E chi ha voluto il Centro a lui intitolato?
DON ANDREA PACINI: Personalmente non l’ho mai incontrato. Abbiamo avuto solo qualche conversazione telefonica, propedeutica a quello che poi si sarebbe realizzato. L’idea di dare vita a un Centro è stata dei suoi genitori. Un modo bello e utile per ricordarlo, considerando il grande interesse di Edoardo per le religioni. Interesse non solo teorico ma concreto. E, tenendo conto di quanto sta capitando, questa sua propensione si è rivelata profetica.
Qual è l’apporto originale che il Centro vuole offrire alla causa della rispettosa e civile convivenza tra le varie religioni?
DON PACINI: A noi interessa approfondire lo studio della teologia e della dottrina. Sia delle grandi religioni sia all’interno del mondo cristiano. Se dobbiamo dialogare non lo possiamo fare in maniera superficiale, approssimativa. Dobbiamo conoscere in profondità i nostri interlocutori. Il nostro approccio è di tipo interdisciplinare: ci interessa far interagire i diversi saperi che hanno per oggetto la religione. Quindi, oltre che ai teologi, ci affidiamo ai filosofi, agli storici, agli studiosi di scienze sociali e di diritto, ai letterati e agli storici dell’arte.
Faccio un esempio: c’è una grande necessità di comprendere la religione islamica per ovvi motivi. E negli ultimi tempi molti studiosi avevano individuato nel sufismo, cioè quell’insieme di correnti mistiche e spirituali dell’islam, la via d’uscita dal pericolo fondamentalista, il giusto interlocutore, per così dire. Proprio per questo abbiamo organizzato un convegno per venirne a sapere un po’ di più. Abbiamo capito però che non necessariamente deve essere praticata questa strada. L’elaborazione nei secoli delle correnti mistiche dell’islam è stata realizzata da confraternite che, a partire dal XIII secolo, trasformano e piegano la dottrina a seconda degli interessi e dei momenti politici. Insomma, dobbiamo andarci cauti.
Che tipo di pubblico interviene ai vostri convegni? I temi affrontati sono assai impegnativi.
DON PACINI: Due diversi tipi: professori universitari e persone meno specializzate ma non meno interessate, come per esempio i sacerdoti di diocesi grandi e piccole che vogliono porsi in maniera corretta nei confronti sia degli immigrati sia dei propri fedeli. Ormai l’ecumenismo non è più una dimensione lontana dalla vita quotidiana: abbiamo una gran quantità di induisti e musulmani nelle nostre scuole, nei quartieri, e bisogna “fare i conti” con loro in modo giusto. Infatti, un’iniziativa specifica del Centro è quella di conferire delle borse di studio finalizzate alla formazione di specialisti su temi attinenti al dialogo interreligioso, al dialogo ecumenico.
Uno dei filoni di ricerca che più sta a cuore a questo Centro è quello relativo ai rapporti tra cattolici e ortodossi. A che punto siamo secondo lei?
DON PACINI: Mai come in questo momento, in cui si sta discutendo della Carta costituzionale europea e del ruolo che deve essere riconosciuto al cristianesimo nella vita del vecchio continente, cattolici e ortodossi si devono riavvicinare, sentirsi più “complici”. Se ristabiliscono dei rapporti più cordiali hanno tanto da dare a questa nuova Europa che si allarga verso Est. Insomma, siamo così simili! I rapporti tra i cattolici e la costellazione delle Chiese ortodosse variano: grandi passi in avanti sono stati compiuti nei confronti della Chiesa greca e di quella rumena. Gli attriti, come tutti sanno, sorgono con il Patriarcato di Mosca.
Per quanto riguarda il primo caso, secondo me bisogna capire quali sono le priorità: se ci interessa ripristinare una coesione “cultural-strategica” per fronteggiare le sfide lanciate dallo spituralismo vago delle religioni “fai-da te” che tanto si stanno diffondendo in Europa; o sottolineare, da parte cattolica, il diritto a creare nuove diocesi. Certo, nessuno può negare alla Santa Sede questo diritto. Ma bisogna capire quali sono le priorità.
E il prossimo convegno?
DON PACINI: Affronteremo un’altra realtà: quella dell’induismo. Pochi lo sanno, ma i praticanti di questa religione stanno aumentando in maniera impressionante. Come impressionante è la sua produzione teologica. Senza contare che gli immigrati induisti in Italia sono raddoppiati negli ultimi anni. Sarà il caso di non farci trovare troppo impreparati.


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