Recensioni

Francesco Leoni, Il cardinale Alfredo Ottaviani carabiniere della Chiesa, Apes, Roma 2002, 30 pp.,(ed. fuori commercio)
Lo scritto di Francesco Leoni non vuole essere – come sottolinea il suo autore – un’indagine critica, quanto piuttosto la puntualizzazione di alcune posizioni del cardinale che sono state erroneamente interpretate e talora, a bella posta, sfruttate con abilità dai suoi detrattori, che spesso lo accusarono di un conservatorismo acritico e preconcetto. Il quadro che emerge dal volume in esame, se conferma sostanzialmente la fermezza e la sicura inclinazione del porporato alla conservazione, fa emergere inediti accenti, che consentono di penetrare nella sua mentalità e di coglierne istanze e motivazioni non sempre adeguatamente considerate dalla storiografia. Un esempio è fornito dalla famosa condanna per il comunismo del 1949: Ottaviani, per sua stessa ammissione, non si muove da solo in questa scelta, peraltro confermata dieci anni più tardi. I decreti, però, trovano in lui l’esponente che non ha timore di difendere la scelta compiuta anche più di vent’anni dopo. Così egli scriveva in una lettera inedita all’autore: «Ill.mo professore, riferendomi al Suo quesito circa i decreti del Sant’Uffizio contro il comunismo, mi reco a premura di significarle che essi sono ancora in pieno vigore, con tutta la loro efficacia di condanna. Il primo decreto è del 1949, promulgato durante il pontificato del papa Pio XII con cui veniva condannata la dottrina del comunismo e proibiva ai fedeli di aderire alle relative teorie; il secondo, poi, è del 1959 emanato durante il pontificato di papa Giovanni XXIII con cui veniva proibito di votare per il comunismo nelle elezioni sia politiche che comunali. Per il bene della Chiesa e dello Stato è da augurarsi che nelle prossime elezioni tutti i credenti si attengano a tali severe disposizioni» (p. 15).
Ottaviani appare intransigente sui principi, ma, contemporaneamente, uomo aperto al dialogo, se è vero che godeva della stima degli avversari e, anche, di Palmiro Togliatti. Il porporato, che era un paladino della romanità, non riteneva però opportuno il dialogo con le ideologie radicalmente ostili e inconciliabili con la fede, senza peraltro mai confondere l’errore con l’errante. Così diceva a proposito dei comunisti: «Il dialogo con i comunisti è sterile, perché essi usano una terminologia equivoca e insidiosa. Così, per esempio, per loro la guerra del Vietnam del Nord contro il Vietnam del Sud non è considerata un’aggressione, ma una liberazione! Più che il dialogo, occorre l’esposizione della verità contro gli errori e gli orrori del comunismo, dimostrando che esso è “intrinsecamente perverso”, come lo ha qualificato Pio XI. Naturalmente le responsabilità dei teorici e dei propagandisti del comunismo non sono da addebitarsi a tanti lavoratori che, ingannati dai motivi economici, si prestano inavvedutamente alle manovre conquistatrici del comunismo» (p. 14).
Analogo discorso va fatto anche nelle relazioni all’interno della Chiesa. Ottaviani è stato spesso descritto come un arcigno curiale, mentre dal volume di Leoni appare come un uomo capace di conservare anche nello scontro ideologico il pieno rispetto della persona che non la pensa a suo modo. Circa il suo atteggiamento sul Concilio Vaticano II confidava all’autore: «Ci furono contrasti non personali, ma di idee» (p. 21).
Francesco Leoni propone dunque una valutazione più equanime del porporato romano, che qui è “visto da vicino”, con uno sguardo che induce comprensione verso un personaggio, che non volle sempre leggere con ottimismo “i segni dei tempi”, ma che pure guardò lontano rimanendo attaccato alla tradizione e alla ortodossia consolidata. Non fu il suo timore delle novità, ma piuttosto – si direbbe – precisa e preoccupata consapevolezza dei pericoli che si aprivano per la Chiesa e per il mondo con la secolarizzazione della società. La sua prospettiva rimase quella della “cristianità” nella quale era cresciuto a contatto con le grandi figure dei pontefici Pio XI e Pio XII: prospettiva perdente nella valutazione storica dei nuovi equilibri curiali e teologici, ma sicuramente decisiva nel tenere nei binari della fedeltà alla tradizione e al magistero istanze e tendenze talora difficilmente conciliabili con la fede. Ottaviani si assunse questo compito ben consapevole di scegliere la parte più difficile, meno creativa, meno proiettata al futuro. È merito di Leoni averci ricordato, con queste brevi ma dense pagine, il ruolo di transizione equilibrata e fedele che quella assunzione di responsabilità comportò, e contemporaneamente di aver tolto dall’oblio la sua opera di fattiva e pronta carità, il suo zelo pastorale, prospettando la necessità di un approccio critico e sereno a un personaggio decisivo nella storia del cattolicesimo contemporaneo.
Le parole che Giovanni Paolo II pronunciò nell’omelia alle esequie del cardinale il 7 agosto 1979 costituiscono sicuramente il miglior compendio del volume: «Vivente espressione della sua divisa “Semper idem”, “Sempre lo stesso”, egli è stato un grande Sacerdote, insigne per religiosa pietà, esemplare fedele al servizio alla Santa Chiesa ed alla Sede Apostolica, sollecito nel ministero e nella pratica della carità cristiana. Ed è stato insieme un Sacerdote Romano, provvisto cioè di quel tipico spirito, forse non facile da definire, che chi è nato a Roma [...] possiede quasi per eredità e che si esprime in un particolare attaccamento a Pietro ed alla fede di Pietro, e, ancora, in una spiccata sensibilità per ciò che è e fa e deve fare la Chiesa di Pietro. Responsabile del dicastero, a cui è istituzionalmente demandata la tutela del sacro patrimonio della fede e della morale cattolica, egli espresse questa stessa virtù in un comportamento di perspicace attenzione, nella convinzione, oggettivamente fondata, ed in lui via via più matura per l’esperienza delle cose degli uomini, che la “rectitudo fidei”, cioè l’ortodossia, è patrimonio irrinunciabile ed è condizione primaria per la “rectitudo morum”, o ortoprassi. Il suo alto senso giuridico, che già in età giovanile lo aveva reso maestro celebrato ed ascoltato di molte schiere di sacerdoti, lo sostenne nel lavoro tenace che svolse a difesa della fede» (pp. 4-5).
Ulderico Parente
Il Vangelo letto da un medico

Felice D’Onofrio, Il Vangelo letto da un medico, Grafite, Napoli 2002, 114 pp., Euro 11,36
Più a lungo impegnato ad alleviare le sofferenze del prossimo che a redigere note a pie’ di pagina, gli si perdonerà volentieri qualche imperfezione di carattere metodologico quale l’uso non sempre corretto delle abbreviazioni, l’imprecisione delle indicazioni bibliografiche e la mancanza di una bibliografia che sarebbe stata utile, vista la dichiarata (cfr. p. 111) carenza di studi su questo aspetto della vita di Gesù. Anzi, gli si sarà grati di alcuni spunti di riflessione che emergono alla fine della lettura di questo breve testo senza pretese, che scaturisce da una relazione tenuta a un recente convegno dei Medici cattolici di Bologna. Innanzitutto del fatto che, alla prova di un clinico esperto quale è l’autore, non solo risulta confermata la veridicità dei racconti evangelici, ma la loro natura di testimonianza oculare: «La lettura dei prodigi operati da Gesù riportati nei Vangeli visti nell’ottica medica di chi si trova di fronte ad un racconto di un caso clinico del quale vuole indagare sulla diagnostica e sul comportamento terapeutico, a prescindere da qualsiasi considerazione del fatto prodigioso e del suo significato catechetico, mi ha portato alla convinzione che quei dati evangelici erano espressione del ricordo di qualcuno che aveva assistito all’episodio o ne aveva sentito il racconto da un testimone» (pp. 109-110. Cfr. anche pp. 57; 84 e passim). In secondo luogo, dai racconti delle guarigioni di Gesù letti da un medico, si percepisce con chiarezza ancora maggiore, se possibile, l’insegnamento sulla necessità di subordinare il rispetto del sabato al rispetto, anzi alla compassione e all’amore, per il prossimo (cfr. pp. 49; 51; 83 e passim). In terzo luogo, e questo crediamo valga soprattutto per i medici, i dati essenziali offerti dai racconti evangelici costituiscono una possibilità affascinante di diagnosi basata su «pochi sintomi obiettivi i quali, se valutati nella loro vera espressione, riescono a fornire una diagnosi di probabilità quanto più vera possibile. Era questa la famosa discussione diagnostica sulla base di rilievi semeiologici che fino ad alcuni decenni or sono era ancora essenziale al fine di rilevare la diagnosi, quando non erano a disposizione i mezzi diagnostici di alta tecnologia quali quelli oggi operanti» (pp. 56-57). Da profani, ci permettiamo di credere che tuttora non sarebbe inutile attardarsi un po’ nella discussione diagnostica.
Lorenzo Cappelletti