Lettere al direttore
Un santo perseguitato da un beato?

Lo stendardo per la canonizzazione di padre Pio esposti sulla basilica di San Pietro
durante una discussione tra amici su argomenti religiosi, è venuta fuori questa proposizione: com’è possibile che un santo sia stato perseguitato da un beato?
Sembra una bella incongruenza, eppure ciò si è verificato in occasione della recente canonizzazione di padre Pio da Pietrelcina e della precedente beatificazione di Giovanni XXIII.
Com’è noto, durante il pontificato del suddetto Papa c’è stata nei confronti del frate santo una pesante persecuzione a causa di malevoli dicerie sul suo conto, tanto che si arrivò addirittura a violare il sacramento della penitenza, mettendo microfoni nel suo confessionale; è evidente che tutto questo è accaduto con il consenso dei competenti dicasteri vaticani e con il beneplacito del Papa, trattandosi di una materia di importanza assai notevole. Come si dice oggi, quindi, il Papa non poteva non sapere, e pertanto si deve riconoscere che, in questa circostanza, è stato favorevole a che si arrivasse a profanare un sacramento; il che non sembra certamente un esercizio della tanto decantata bontà.
Poiché per essere dichiarati santi la Chiesa stabilisce che la persona deve aver esercitato le virtù in maniera eroica, e che, pertanto, non vi devono essere state pecche di alcun genere sia nel suo insegnamento sia nell’adempimento del suo dovere di stato, e questo in maniera particolare per un pontefice, si è arrivati alla conclusione che, probabilmente, la beatificazione di Giovanni XXIII è stata voluta e doveva farsi per il solo fatto che aveva indetto il Concilio Vaticano II e, quindi, per dare con questa al medesimo una maggiore autorità e cercare cosi di mettere a tacere tutti coloro che sono in posizione critica perché non vedono arrivare “la novella pentecoste” preannunziata. Tale ipotesi è stata sostenuta anche da don Gianni Baget Bozzo in un suo articolo sul Giornale del 3 settembre 2000.
Nella fattispecie appare evidente, inoltre, che, durante la loro vita, per lo meno uno dei due non sembra aver esercitato in modo eroico le virtù (in special modo la carità), come richiesto per il riconoscimento della santità.
Nel ringraziare per l’attenzione sarebbe gradita una qualche sua considerazione, anche se l’argomento, comprendiamo, non appare troppo ortodosso.
Verso le incomprensioni e le persecuzioni di cui fu vittima padre Pio dobbiamo mantenere lo stesso atteggiamento che ebbe il santo: lasciare a Dio i tempi del chiarimento, che vennero e con sovrabbondanza. I sospetti, le cautele, certe oggettive invidie (terribili nei buoni) fecero sì che la Curia presentasse anche al Papa rapporti se non negativi almeno di dubbio. Di qui le ulteriori ispezioni dei “visitatori”: da quella frettolosa ed infelice di padre Gemelli a quella meticolosa ma forse un po’ prevenuta di monsignor Maccari. È però documentato che prima di chiudere gli occhi, Giovanni XXIII espresse il suo rammarico per non aver potuto concludere lui la causa di beatificazione. La santità non ha fretta. Giovanni Paolo II ha potuto, anche con conoscenza diretta delle virtù eroiche del padre, proclamarlo beato e, poco dopo, santo.
La santità di papa Roncalli non è legata all’indizione e all’avvio del Concilio, ma a tutta una vita fatta, virtuosa ed esemplare.
Anche su di lui da giovane vi erano stati i sospetti e le preoccupazioni dei rigoristi di turno. Ma che giova ricordarlo?
I papi non sfuggono alla regola degli antichi imperatori romani che premettevano ad ogni deliberazione la sigla S.P.V.N. che, tradotta in buon italiano vuol dire: “se è vero quanto mi si è detto”.
D’altra parte si rifletta che sugli altari sono sia papa Pio X che il cardinale Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano che il rigido prefetto della Congregazione concistoriale rimproverava definendo il suo seminario un «semenzaio di modernismo».
Guai ad indulgere al relativismo.
Lavoriamo per il “trialogo”
Non crede che la nostra società democratica sia un po troppo "buonista" nei confronti di fatti come mani mozzate, come furti ed anche ammazzamenti in ville, continui problemi ed anche scontri nella mia città, propaganda subdola ma continua contro, persino, il crocefisso ("guarda un po che adorano"), ecc.?
Insomma, chiedo a lei, per la sua immensa esperienza, se il continuo afflusso di immigrati islamici costituirà in futuro un gran pericolo per la nostra "civiltà occidentale" ed anche per la nostra religione.
Io da tanti anni lavoro per il “trialogo” (cristiani, ebrei ed islamici) con la convinzione che questo sia giusto e che giovi anche in prospettiva a rendere possibile una effettiva convivenza. Siamo ancora lontani, ma è l’unica strada.
Le origini dei Giovani Turchi

Attivisti del movimento dei Giovani Turchi distribuiscono coccarde nelle strade di Costantinopoli nel 1923
Eccellenza,
ho letto con particolare interesse e attenzione ledizione del mese di novembre/dicembre 2002 della sua rivista che ritengo di successo e che seguo ininterrottamente, approfittando molto delle informazioni contenute. Come può immaginare, il motivo di questo mio interesse è dovuto al fatto che una gran parte del numero sopraindicato è stata dedicata alla Turchia.
Devo rilevare che ho apprezzato lobbiettività della vostra edizione e il fatto che avete divulgato delle informazioni dettagliate sul mio Paese. Presento i miei particolari ringraziamenti per aver dato spazio sulla vostra rivista, portando alla conoscenza dellopinione pubblica, la visita a Roma e le dichiarazioni del patriarca Mesrop II, che non sono state riportate dalla stampa italiana. Non cè nessun dubbio che lamico Giorgio Franchetti Pardo, che ho conosciuto durante la sua missione in qualità dambasciatore dItalia ad Ankara, abbia contribuito a togliere i dubbi sulladesione della Turchia alla Comunità europea in quanto ha riportato la sua conoscenza della Turchia e della sua storia con un approccio costruttivo.
Colgo comunque loccasione per accennare che ci sono delle affermazioni esagerate e non realistiche, nellarticolo intitolato Un possibile compromesso storico, firmato da Paolo Mattei e dedicato ad unintervista con uno dei giornalisti del quotidiano Avvenire, Maurizio Blondet. Prima di tutto bisogna evidenziare che in Turchia vive una comunità ebraica che ha accettato lislam durante la storia. I membri di questa comunità, come gli altri, sono cittadini eminenti del nostro Paese. Il fatto che ci siano degli influssi culturali in uno Stato eretto dopo la caduta dellimpero ottomano che includeva diverse nazioni appartenenti alle religioni differenti, deve essere considerato una conseguenza naturale. Invece, collegare il movimento dei Giovani Turchi, il Partito unione e progresso e poi la fondazione della Repubblica di Turchia con il movimento Sabbatai Zevi è unaffermazione immaginaria che forza i limiti della logica. Allo stesso modo, laffermazione che Atatürk sia un convertito, è completamente al di fuori della verità. Non è interessante che questaffermazione è sostenuta anche da parte dei gruppi fondamentalisti che volevano respingere le riforme di Atatürk, che ha fondato la nostra Repubblica moderna basata sulla laicità, separando la religione dagli affari di Stato?
Con questoccasione vorrei specialmente ribadire che anche la libertà religiosa, di culto e despressione dei cristiani, come quella di tutti gli altri che vivono in Turchia, una Repubblica laica e democratica, sono sotto la garanzia delle leggi e della Costituzione. Sono dellopinione che i problemi singoli e isolati che possono esserci in tutti i Paesi, non si debbano esagerare. Perché la Turchia è un Paese governato nel rispetto dei principi basati sulle leggi chiare e trasparenti. La politica seguita dai governi turchi si forma nellambito degli articoli principali della Costituzione.
Presentando alla sua eccellenza i miei migliori auguri e ossequi, la prego, se fosse possibile, di voler pubblicare questa mia lettera sulla vostra rivista.