Devolution e altre storie

Luciano Vandelli, Devolution e altre storie, Il Mulino, Bologna 2002, 154 pp., euro 11
Aiuta nella riflessione un libro di Luciano Vandelli, professore di diritto amministrativo all’Università di Bologna, attualmente assessore alle Autonomie locali dell’Emilia Romagna, che ha dato alle stampe, per le edizioni del Mulino, un serio e onesto saggio dal titolo Devolution e altre storie (paradossi, ambiguità e rischi di un progetto politico).
In esso ripercorre la storia più recente di questo “mito” della devolution: dalla questione autonomistica riaperta da Tony Blair per il Galles e la Scozia, al fascino scozzese esercitato sulla Lega originaria, alla ricerca di una nostrana secessione padana, fino all’attuale difficile attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione approvato nella fase finale della scorsa legislatura da un Parlamento a maggioranza di centrosinistra.
La terminologia che Vandelli usa – sulla quale peraltro spesso si fa confusione: devolution, secessione, federalismo – che è una cosa diversa dal decentramento, più o meno spinto, di poteri e funzioni all’interno di uno Stato unitario – , regionalismo, forme speciali di autonomia... – è molto appropriata e attenta: si direbbe che i termini sono dall’autore “meditati”, prima d’essere scritti e sviluppati, in quanto hanno delle specifiche connessioni col contesto amministrativo, giuridico e politico nel quale si inserisce la problematica, ed è bene usarli nella loro esatta accezione e significato; e Vandelli lo fa con l’ausilio anche di documenti ufficiali prodotti recentemente dalle associazioni delle autonomie locali. Dopo aver analizzato i paradossi della devolution, ne affronta le ambiguità (capitoli 3 e 4) arrivando a chiedersi: il governo Berlusconi è federalista? Già dal titolo del cap. 5, “La devolution sbandierata e il centralismo praticato”, si deduce molto chiaramente la risposta. E porta alcuni esempi delle tendenze accentratrici dell’attuale governo nel campo della sanità, delle infrastrutture (cfr. la “legge obiettivo”), dell’energia, ecc... Va detto che il problema non è solo italiano. Anche in Francia con la dècentralisation, oltre che in Inghilterra, ma credo un po’ in tutta Europa, è aperto un dibattito sul trasferimento di competenze dal centro alla periferia (uso apposta questi termini per non incorrere in travisamenti, molto facili in questi momenti ... ).
Nelle conclusioni l’autore si chiede – e se lo chiede anche il lettore – (p. 121): «devolution, bolla di sapone o bomba per le istituzioni... o proposta dirompente?». Una domanda, un dubbio che rimangono lì sospesi...
Una nota finale al riguardo. Il presidente della Repubblica Ciampi quando ha parlato dell’argomento della devolution ha richiamato all’uso – sacrosanto aggiungo io – della parola italiana, tanto più che questa parola deriva da un latino dal suono elegante e piacevole. In latino “devolvo” ha il significato di “far rotolare giù”, “far scorrere”, e in italiano ha mantenuto il concetto di “trasmettere a qualcuno un bene o un diritto”. Se è questo il suo significato: far rotolare verso il basso beni, diritti o poteri da un soggetto (collocato ad un livello più alto) ad un altro (collocato ad un livello più basso), perché non usare il termine italiano “devoluzione”? Beninteso, purché si intenda veramente questo per devoluzione!
Il suicidio dell’islam

Bernard Lewis, Il suicidio dell’islam, Mondadori, Milano 2002, 187 pp., euro 14,80
Per la verità il volume di Lewis era già pronto per la stampa prima dell11 settembre quando ebbero luogo gli attacchi terroristici a New York e a Washington: si tratta di conferenze tenute dallautore a Vienna nel 1999, di articoli e interventi addirittura precedenti, ora rimaneggiati e riscritti. Siamo comunque di fronte ad un notevole contributo alla conoscenza del mondo islamico contemporaneo e credo sia utile conoscere lo sviluppo della cultura islamica che, ad un certo punto della storia, costituì una civiltà mondiale, polietnica, multirazziale, internazionale, intercontinentale addirittura. Spesso ci troviamo prigionieri di luoghi comuni, ingabbiati in modi di pensare il complessivo fenomeno senza ben guardarlo e analizzarlo, evitando un approccio storico sistematico e rigoroso, lasciandoci andare ad analisi sentimentali ed epidermiche che poco hanno a che fare con lessenza del problema.
Lislam ad un certo punto della storia rappresentava la massima potenza militare del pianeta: i suoi eserciti invadevano simultaneamente lEuropa e lAfrica, lIndia e la Cina; era la prima potenza del mondo con una immensa rete commerciale e di comunicazioni in Asia, in Europa e in Africa. Il mondo islamico è stato allavanguardia della civiltà umana e delle sue conquiste almeno fino al 1300-1400. Con lavvento dellUmanesimo rinascimentale la civiltà europea ebbe una rapida grandissima evoluzione lasciandosi molto indietro il patrimonio culturale scientifico e tecnologico del mondo islamico. Partendo da qui, il libro di Bernard Lewis ci accümpagna lungo la storia del declino della civiltà mediorientale dal XVII secolo (Trattato di Carlowitz, 1699) ad oggi: declino fatto di guerre, di vittorie e di sconfitte, di avanzate e di tracolli, in terra e in mare, in un continuo confronto/scontro tra due mondi, islam e cristianità europea ("la rivale millenaria"), nei quali è difficile districarsi, ma bisogna pur farlo, partendo dalle due specifiche prospettive culturali, dai due punti di vista (notare che il sottotitolo del volume è: In che cosa ha sbagliato la civiltà mediorientale). Lautore lo fa con dovizia di particolari e di notizie, ripercorrendo gli avvenimenti più significativi occorsi nel corso dei secoli. La globalizzazione obbliga le diverse culture ad un confronto, al proprio interno e rispetto alle altre, e questo può produrre lacerazioni anche profonde. Lislam ad esempio, sostiene qualcuno, vive un trauma storico che è quello di essere stato escluso dai processi storici fondamentali negli ultimi tre secoli (lo documenta bene, sul versante storico, Bernard Lewis). Molti tra i musulmani pensano a un postislamismo che riposizioni altrimenti, rispetto ad oggi, lislam allinterno della società, nella sua funzione sociale, politica e culturale. Ma "se i popoli del Medio Oriente continueranno sulla strada attuale" conclude lautore (p. 175) "lattentatore suicida potrebbe diventare una metafora del loro destino...". Se riusciranno a smetterla con le lagne e il vittimismo, ad appianare le divergenze e a coniugare capacità, energie e risorse in uno sforzo creativo comune, potranno di nuovo fare del Medio Oriente, nellepoca moderna come nellantichità e nel Medioevo, un importante centro di civiltà" (p. 176).
Magistratura e crisi politica

Le copertine di Tenera è la legge di Giancarlo Bagarotto e Giustizia politica di Otto Kirchheimer
Giustizia politica
Volendo dunque approfondire il tema della giustizia, argomento più che mai attuale, lungo vie e sentieri non tradizionali, ecco tra le mani un libro di Otto Kirchheimer, Giustizia politica, la traduzione italiana del saggio Politische Justiz, giustizia politica appunto, uscito nel 1955, col compito di anticipare e illustrare le ragioni storiche, etiche e politiche della più vasta e originale ricerca che ha reso noto lo scrittore tedesco, Political Justice (Princeton 1961), La “giustizia politica” consiste nella utilizzazione di procedure giudiziarie per raggiungere fini politici che sono, in generale, l’eliminazione dell’avversario attraverso la sua criminalizzazione. Dopo la Prima guerra mondiale – sostiene Kirchheimer – è stata praticata un po’ in ogni Paese non solo nei regimi totalitari, da Stalin a Hitler, ma anche negli Stati di diritto, seppur con modalità più raffinate. In definitiva, la “giustizia politica” (e i processi politici) può prendere piede ovunque, è una sorta di cancro che può assalire qualsiasi organismo e che si fa strada all’interno di un processo di crisi del potere politico e di incertezza della democrazia.
L’analisi di Kirchheimer, nel ripercorrere esempi significativi nella storia delle persecuzioni per via giudiziaria, illumina anche i fatti dei nostri giorni (e qui sta la ancora viva attualità del libro). È un libro di storia con documentate e obiettive tesi sulla “giustizia politica”; certamente non di facile lettura, costituisce una cavalcata tra gli avvenimenti politici di un tempo – indagati filosoficamente – che anticipa in un certo senso i fenomeni che stiamo vivendo. A metà degli anni Sessanta del Novecento Kirchheimer non poteva sospettare i cambiamenti destabilizzanti che il mondo avrebbe conosciuto, trent’anni e oltre più tardi, ad esempio con la “globalizzazione”; ma nella sua opera fornisce già alcuni strumenti molto importanti per poterli analizzare. Non casualmente l’analisi di Kirchheimer giunge, infine, ad un esame largamente anticipatore delle trasformazioni del sistema partitico in Europa.
La “giustizia politica”, sostiene Roberto Racinaro (grande studioso di Hegel, è docente di storia della filosofia all’Università di Salerno) nelle trenta pagine introduttive del testo, è la forma che la politica assume nei momenti di passaggio, di transizione. «Quando il vecchio ordine – con le sue regole, le sue tradizioni, le sue fedi, i suoi valori, i suoi costumi intellettuali – va in pezzi. E quello nuovo non c’è ancora. Il diritto è, di norma, la forma di manifestazione perfetta di tutto ciò: in esso si condensano e si oggettivano regole, tradizioni, fedi, valori, costumi intellettuali. Quando questi entrano in crisi il diritto può affermarsi, provvisoriamente, nella forma per lui più contraddittoria, nella forma, appunto della “giustizia politica”... Che comunque non può rappresentare una forma politica stabile, tutt’al più una forma del tutto transitoria […]».
Tenera è la legge
È quasi impietoso Giancarlo Bagarotto nel suo Tenera è la legge («come molle cera nelle mani dei giudici», ecco perché “tenera”), un libro di recente pubblicazione edito dalla stessa collana Liberilibri (ottobre 2002). Cinquant’anni di esperienza nei tribunali di Bologna, Trento, Venezia, Roma e Trieste gli danno titolo per condurre, senza peli sulla lingua, un’analisi spietata sulle cause prossime e remote della attuale crisi della giustizia in Italia, arrivando anche a fare delle proposte interessanti e fortemente innovative che risolverebbero alcuni dei più gravi mali della giustizia: l’estrazione a sorte dei membri del Csm, il reclutamento dei magistrati anche dal foro, dall’Università e dalla società civile, retribuzioni secondo la produttività – come avviene per le libere professioni –, reintroduzione della giuria, ed altre. Bagarotto lo fa con uno stile letterario piano e coinvolgente, che rende accattivante e piacevole la lettura del libro, ripercorrendo e ripensando il recente fenomeno “mani pulite”, con la crociata contro “tangentopoli”, con le vicende giudiziarie che l’hanno caratterizzato nell’ultimo decennio.
L’analisi è apprezzabile (cap. I, “Magistratura e crisi politica”) e le considerazioni convincenti (cap. II, “Mondo di ieri”, cap. III “La lunga marcia”). Il libro è ben costruito e ripercorre, seppur attraverso un excursus storico veloce, alcune stagioni fondamentali della nostra storia più recente, dai problemi della giustizia negli anni della fondazione dello Stato unitario, attraverso gli anni del dopoguerra e della ricostruzione, al Sessantotto (e post) fino ai giorni nostri, con pagine ancora attuali. Sarebbe impossibile dar conto di tutte le “provocazioni” alle quali l’analisi di Bagarotto perviene; è un libro storiografico da leggere senza fretta. E da meditare, soprattutto da parte di chi è chiamato da diverse posizioni a riformare il nostro sistema giudiziario.
Gli avvenimenti e le scadenze giudiziarie che hanno segnato gli anni più recenti della giustizia italiana e che l’autore passa in rassegna con rigorosa fedeltà al fatto, all’accaduto, con rapide ed efficaci pennellate, «a prescindere dalle ormai storiche disfunzioni degli apparati, rivela un quadro degenerativo che corrisponde ad una vera e propria crisi della legalità, resa manifesta da un crescente distacco fra le norme scritte e l’evoluzione del diritto vivente» (p.77). E qui inizia la seconda parte del libro, più tecnica e scientifica, se si vuole, dove ricorre il tema della “giustizia politica” (pp.88-93), della quale abbiamo già parlato. Interessante la nota finale (pp. 161-176), suddivisa per temi; è di facile consultazione se si vogliono approfondire i principali capitoli della giustizia.