Recensioni
Una vita senza padre

Emilio Del Mese, I giorni dell’amore, Marco Tropea Editore, Milano 2006, 154 pp., euro 14,00
«Si può vivere tutta una vita senza padre?», continua a domandarsi Luca. La sua solitudine è incessantemente filtrata dal tempo, con la sua poesia, dai ricordi della scuola, dalla memoria quasi ossessiva degli odori delle cose e delle situazioni con le quali viene a contatto: l’erba, i pini, i marmi del Foro romano... Domina il tempo, dunque. Il tempo e i suoi colori, la sua ossessione e i suoi segni. «Lo sa che le rughe sono un segno di ricchezza? Sono le orme del tempo scolpite sulla pelle» esclama Maria Attardi quando incontra Luca per parlargli del padre. «Raccontano la nostra storia agli altri, ma soprattutto a noi stessi, ricordandoci quanta strada abbiamo fatto...». E ancora: «Di rughe ne aveva tante il vecchio, un mare ondoso, alcune più leggere, altre così spesse da sembrare tagli provocati da una lama affilata. Rughe su tutto il viso, un vero reticolo che si accentuava incontro agli occhi e alla bocca. La storia di quell’uomo era tutta incisa sulla pelle. Anche se non sapeva leggerla, Luca intuiva che doveva essere stata dura, travagliata, penosa» (pp. 76-77).
È un po’ la celebrazione della solitudine, e delle solitudini, questo libro di Del Mese. Solitudini che si incontrano, si intrecciano e si scontrano nelle varie stagioni della vita che il tempo segna inesorabilmente, anche nell’anima oltre che sulla pelle. In fine l’incontro di Luca col padre, nel momento della morte, accompagnata da una carezza e da un lungo sguardo. Ancora, c’è molta poesia nelle pagine del romanzo.
Le organizzazioni internazionali e le politiche educative

Antonio Augenti-Luciano Amatucci, Le organizzazioni internazionali e le politiche educative, Anicia, Roma 1998, 223 pp., euro 18,00
L’Italia spezzata

Bruno Vespa, L’Italia spezzata, Rai-Eri-Mondadori, Milano 2006, 448 pp., euro 18,00
Sono le ore decisive dello spoglio dei voti su cui Vespa sofferma inizialmente l’attenzione. L’incredibile ansia e trepidazione dei candidati lasciano poi spazio a una severa polemica nei confronti dei sondaggisti, tutti rei di aver sottovalutato la portata del recupero finale di Berlusconi. Il giornalista non manca di trattare il tema del voto degli italiani all’estero, la grande novità di quest’elezione, risultato decisivo nell’attribuzione della maggioranza al Senato. Lo spunto più originale del libro, però, è trovato dall’autore nel tentativo di tracciare un parallelo tra le elezioni del 2006 e le altre consultazioni che assunsero toni drammatici per l’incertezza e l’importanza del risultato, quali quelle del ’48, del ’53 e del ’76. Vespa si sofferma soprattutto sulla prima, tracciandone la cronaca ed evidenziandone le analogie con le elezioni dell’ultimo aprile, a partire dall’altissima affluenza al voto, che in entrambi i casi è risultata svantaggiare i partiti cosiddetti progressisti.
Vespa prosegue con l’approfondimento dell’elezione delle tre maggiori cariche dello Stato, cioè dei presidenti delle Camere e della Repubblica. Interessante soprattutto la corsa tra D’Alema e Bertinotti per lo scranno più alto di Montecitorio, sfida serratissima cominciata parecchi mesi prima delle elezioni politiche. Il saggio termina con l’analisi dello “scandalo Telecom”, della polemica tra Prodi e Tronchetti Provera, e della querelle politica per la scoperta del piano di risanamento suggerito all’industriale dal consigliere economico di Prodi, Rovati, costretto poi alle dimissioni. Una lettura, quindi, sicuramente interessante per chi desidera avere una conoscenza più profonda delle tematiche politiche degli ultimi importantissimi mesi, in cui l’Italia si è spezzata.
Paolo Ravaglioli
Venti di guerra a Baghdad

Franco Tempesta, Ostaggi e venti di guerra a Bagdad, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2006, 192 pp., euro 12,00
La descrizione dei fatti e di alcune situazioni è coinvolgente. Con la puntigliosità di un cronista che vuole registrare e raccontare tutto e fissare anche gli atteggiamenti e i sentimenti delle persone che incontra, Tempesta descrive scrupolosamente gli avvenimenti e le sensazioni di quei mesi. Colpisce il lavoro svolto dall’ambasciatore a favore dei connazionali italiani ostaggi in Iraq, le apprensioni e i problemi anche pratici cui l’ambasciata doveva far fronte: erano circa quattrocento gli ostaggi, quasi tutti tecnici specializzati e dirigenti, funzionari internazionali e non mancavano tra di loro donne e bambini, che vedranno conclusa la loro avventura il 9 dicembre. «Non è difficile» annota Tempesta «immaginare quanto frenetica fosse la mia giornata: ricevere gli ostaggi in crisi depressiva, commentare gli avvenimenti con i giornalisti, presiedere in residenza riunioni [...], sempre con delle parentesi di convivialità italiana che diveniva ogni giorno più problematico organizzare a causa delle crescenti difficoltà negli approvvigionamenti. E poi seguire il lavoro in ambasciata, intervenire – purtroppo quasi sempre senza esito – presso le autorità irachene in favore dei connazionali, parlare a lungo via radio tutti i giorni con il nostro Ministero per risolvere mille problemi pratici, tenere ben saldo il gruppo dei collaboratori, leggere la stampa locale e quel poco che si poteva ricevere della stampa estera, [...] scrivere dei rapporti [...] a Roma. Tutto questo occupava totalmente la mia giornata e gran parte della notte» (p. 60).
Il racconto di Tempesta, che riporta anche alcuni fatti mai conosciuti, ha il pregio di narrare, anche in modo piacevole, la situazione vissuta con preoccupazione dagli ostaggi, italiani e occidentali in generale e i tentativi per la loro liberazione, in un pericoloso scenario di guerra. Nel racconto, a tratti delicato, spesso prevale il sentimento; bella la descrizione di «quel lunghissimo 9 dicembre 1990» che siglò la partenza di tutti gli italiani.
Gli appunti finali sembrano quasi liberatori: la fermezza, le doti professionali e l’integrità dell’uomo ambasciatore Tempesta si mescolano al succedersi di alcuni eventi che hanno segnato la nostra storia più recente.
Dietro uno storico ciak

Stefano Roncoroni, La storia di Roma città aperta, Cineteca di Bologna-Le Mani, Bologna-Recco (Ge) 2006, 480 pp., euro 38,00
Il bel libro, La storia di Roma città aperta, di Stefano Roncoroni, studioso e critico cinematografico affronta uno dei temi di ricerca filologica più dibattuti in questo mezzo secolo di storia del cinema. Esiste, o esisteva, una sceneggiatura di Roma città aperta? Rossellini ha sempre sostenuto di aver lavorato su un canovaccio scritto da Sergio Amidei, uno dei nostri più grandi sceneggiatori, ma di aver, poi, aggiunto impressioni personali, correzioni in corso d’opera, adeguandosi al clima del periodo e alla recitazione dei suoi straordinari attori. Roncoroni è, però, fra quelli che ritiene che una sceneggiatura piuttosto corposa e dettagliata esisteva, anche se poi è andata persa negli anni; sostiene, anzi, di averla letta e qui, in questo volume, la riporta completa, forse con l’aggiunta di qualche nota di immaginazione, ma riprendendone la struttura portante, lo spirito originario.
Il volume è arricchito da un bellissimo apparato fotografico, con foto di scena anche molto curiose e poco viste. Tra i documenti, editi e inediti presentati nel volume, spicca La disfatta di Satana, soggetto scritto da Alberto Consiglio, che non appare citato nel cast & credits del film. Unica pecca del volume di Roncoroni è quella di non aver citato, tra i luoghi delle riprese, via Tasso, dove erano rinchiusi decine di ebrei e di reclusi politici.