Il legame tra la Sardegna e Roma

La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, in Atti del Convegno nazionale di studi, Cagliari 10-12 ottobre ’96, Pontificia Facoltà teologica della Sardegna, Cagliari 1999
Il momento più significativo per lo sviluppo del cristianesimo in Sardegna, almeno negli insediamenti delle parti costiere dell’isola, fu l’età immediatamente successiva alle grandi persecuzioni, in particolare quelle disposte dagli editti di Diocleziano degli anni 303-304 che ordinavano la distruzione dei luoghi di culto dei cristiani e la confisca di tutti i loro beni. All’epoca di questa persecuzione risalgono i primi martiri sardi, Lussorio a Forum Traiani (Fordongianus), Gavino a Turris (Porto Torres) e Simplicio a Olbia. L’Editto di tolleranza emesso nel 313 dall’imperatore Costantino – personaggio caro alla prima Chiesa sarda, che lo venera come santo probabilmente molto prima dell’età bizantina e indipendentemente dagli influssi provenienti dalle Chiese orientali – assicura anche in Sardegna la libertà di culto, e proprio a Costantino, secondo quanto si legge nel Liber pontificalis, si attribuisce la donazione all’epoca di papa Silvestro (314-335) dei proventi derivanti dalle proprietà imperiali in Sardegna alla Basilica dei Santi Pietro e Marcellino in Roma (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, vol. I, Paris 1886, p. 183).
Fin dal IV secolo la Chiesa sarda è inquadrata in quella d’Africa, alla quale è legata anche per ragioni geografiche e amministrative. Ma la prima trasmissione del cristianesimo in Sardegna si deve alla vicenda di Callisto, futuro vescovo di Roma (217-222), esiliato, dopo il fallimento della banca di Carpoforo, eÉw métallon Sardoníaw, nelle miniere del Sulcis. La Sardegna, come anche certe regioni della Spagna, era nel II secolo terra d’esilio e luogo di deportazione per i forzati delle miniere. Lo schiavo Callisto e gli altri cristiani esiliati con lui verranno liberati attorno all’anno 190 su richiesta del papa Vittore, grazie alla disponibilità del locale procurator metallorum imperiale e, soprattutto, grazie alla liberta e concubina di Commodo Marcia Aurelia Ceionia Demetrias, che convincerà l’imperatore a concedere l’amnistia. Anche se alcuni ritengono che questa vicenda abbia soltanto sfiorato la storia dell’isola, è difficile pensare che i primi nuclei di fedeli in Sardegna non abbiano avuto origine dalla occasionale presenza dei primi cristiani là esiliati alla fine del II secolo.
Questo episodio, unito a quello dell’esilio del papa Ponziano nel 235 in Sardegna insieme con il presbitero romano Ippolito sotto Massimino il Trace, e alle testimonianze dei martiri sotto la persecuzione di Diocleziano, dovettero essere ben presenti nella mente del sardo Eusebio, nato tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, al quale è dedicata la maggior parte dei contributi del volume. Le vicende personali di Eusebio – che lascia giovanissimo la Sardegna alla volta di Roma e dal 345 è vescovo di Vercelli – e del suo contemporaneo Lucifero vescovo di Cagliari, ebbero un ruolo determinante nella storia della Chiesa del IV secolo. Entrambi difesero, contro l’eresia ariana, la verità proclamata dal collegio episcopale e confermata dal Vescovo di Roma nel Concilio di Nicea del 325, e per la fedeltà a Roma subirono, come lo stesso vescovo di Roma Liberio, l’esilio. Ed è proprio in seguito a queste vicende che si verifica lo scisma di parte della Chiesa sarda da Roma, ad opera dei seguaci di Lucifero, oltranzisti antiariani che si ostinano a non accettare la politica di conciliazione della Chiesa.
Le testimonianze archeologiche illustrate nei vari contributi del volume mostrano che l’isola si mantenne a lungo pagana, soprattutto nelle zone interne. I primi indizi di una presenza cristiana provengono tutti dalla costa, e si collocano cronologicamente al IV secolo, anche se la prima iscrizione cristiana sicuramente datata, l’epitaffio di Musa, risale solo al 394, alla vigilia della separazione dell’Impero tra Oriente e Occidente. A questo stesso periodo risale anche la statuina bronzea di san Paolo rinvenuta negli scavi condotti dal 1978 a Cornus (Oristano) da Letizia Ermini Pani. Della persistenza del paganesimo in Sardegna anche durante l’occupazione, dal 456 al 534, dei Vandali ariani (che fecero dell’isola terra d’esilio per i cattolici d’Africa) è segno, tra l’altro, la storia personale del papa Simmaco (498-514), sardo e pagano di nascita, che ricevette il battesimo solo una volta giunto a Roma. E ancora nell’età di Gregorio Magno la regione interna abitata dai barbari – la Barbaria – appare tutta da evangelizzare, come dimostra la pratica di antiche consuetudini religiose pagane.
La conquista araba di Cartagine nel 698 provocherà il distacco politico della Sardegna dall’Africa, e dunque l’arrivo nell’isola, prima di quello degli Arabi stessi, di numerosissimi profughi africani e, insieme ad essi, delle reliquie di sant’Agostino, trasferite da Ippona a Cagliari, da dove Liutprando le farà trasferire a Pavia, luogo in cui sono tuttora conservate.
Lorenzo Bianchi
Ma il nucleare era così male?

Olimpio Guerra, Lo sviluppo sostenibile. Consumare pensando alle generazioni future, Bibliosofica, Roma 2000
L’autore spiega come si debbano studiare i problemi economici secondo una scala di valori moralmente corretta, tenuto conto che incombono due sfide: quella dell’energia e quella dell’ambientazione umana.
Anzitutto sottolinea le differenze tra l’uomo e l’animale, in particolare la diversa capacità intellettuale e la fede in Dio rilevando che però è sopraggiunto il denaro: la sete di ricchezza ha trasformato la comunità umana da società di semplice sopravvivenza a società consumistica. È suggestiva l’osservazione che analizzando attentamente l’organizzazione delle formiche non si riesce a percepire la superiorità dell’homo sapiens. Osserva che l’Onu si dovrebbe trasformare in un organismo capace di imporsi con decisioni non di parte per la convivenza e la sopravvivenza degli uomini sulla terra. Considera estremamente importante fissare la definizione di sviluppo sostenibile che è quello che permette alle generazioni future di avere le stesse opportunità di quelle attuali per la soddisfazione dei propri bisogni; afferma che in pratica il primo esperimento di sviluppo sostenibile è stato condotto in Italia nel 1992 dalla Fiat che elaborò un piano di riciclaggio per più dell’85% delle automobili.
Su questo tema, tra l’altro, scrive che l’Italia ha commesso un incredibile errore rifiutando l’energia nucleare. È vero che l’energia per lo sviluppo sostenibile sarà quella prodotta dal vento e dal sole, ma nell’attesa, o si compromettono i diritti delle generazioni future accelerando l’esaurimento dei giacimenti di petrolio e metano, oppure si deve utilizzare l’energia nucleare.
Successivamente vengono esaminati, sia pure in sintesi, molti problemi pratici a partire da quelli trattati dal piano agricolo mondiale.
Qui Olimpio Guerra si occupa proprio della guerra a suo tempo scoppiata tra l’Italia e la California che aveva cominciato a impiantare i suoi orticelli copiando i nostri.
Segnalo in particolare il terzo capitolo intitolato «Spunti per l’approfondimento personale». In questo capitolo ritorna sulla questione dell’energia nucleare e suggerisce qualche meditazione sul problema ambientale, sul capitalismo distorto (strozzinaggio industriale), sulla sfida dell’economia all’etica, sul consumismo, sulla capacità di carico del pianeta. Su questo punto dimostra che il capitalismo selvaggio non paga e non è sviluppo sostenibile. Quando una nazione industrializzata come gli Usa inquina più di una nazione in via di sviluppo come la Cina che conta più di quattro volte la popolazione degli Stati Uniti vuol dire che non ha un’economia di sviluppo sostenibile.
Liliana Piccinini