Rubriche
tratto dal n.05 - 2003


La bellezza che salva il mondo


Istituto internazionale 
di ricerca sul Volto di Cristo 
(a cura di), Il Volto dei Volti. 
Cristo, Velar, Gorle (Bg) 2002, 
379 pp., s. i. p.

Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo (a cura di), Il Volto dei Volti. Cristo, Velar, Gorle (Bg) 2002, 379 pp., s. i. p.

Scorrendo le pagine del volume che raccoglie gli Atti del VI Congresso internazionale sul Volto di Cristo, svoltosi a Roma nel 2002, colpisce innanzitutto la scelta dell’apparato iconografico. La ricca galleria di ritratti di Cristo presente nel libro, curata da Heinrich Pfeiffer S.I., professore di storia dell’arte cristiana nella Pontificia Università Gregoriana, accosta opere della tradizione occidentale medievale e soprattutto rinascimentale – a partire dallo splendido crocifisso ligneo dell’abbazia di Sant’Antimo in Toscana – a immagini meno consuete: i dipinti di Luca Ch’en, fondatore di una scuola di pittura cristiana in Cina a partire dal 1928, che «dipingono personaggi ed eventi biblici come se i primi fossero cinesi dei tempi passati, e come se i secondi fossero accaduti in Cina»; o le opere di Watanabe Sadao, pittore giapponese nato a Tokyo nel 1913, che, scrive monsignor Giuseppe Pittau, «ha dedicato tutta la sua vita per riprodurre il Volto di Cristo e molti temi biblici dell’Antico e Nuovo Testamento in un modo tipicamente giapponese, preservando, allo stesso tempo, il significato biblico originale».
Questo singolare accostamento vuole celebrare un duplice anniversario: ricorrevano infatti, nel 2002, i 450 anni dalla morte di san Francesco Saverio (1506-1552) e dalla nascita di Matteo Ricci (1552-1610), i più importanti missionari cristiani dell’Estremo Oriente. Perciò il Congresso, organizzato e promosso dall’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo, che intorno a questo tema riunisce ormai ogni anno illustri studiosi di ogni parte del mondo e di diverse discipline, ha sottolineato questa volta anche l’aspetto dell’inculturazione e della missione. Il volume degli Atti, personalmente curato dal cardinale Fiorenzo Angelini, promotore e anima di questi convegni, si presenta come sempre in una veste grafica elegante e ricca, per i tipi della casa editrice Velar.
La raccolta degli Atti testimonia ancora una volta la ricchezza di spunti che il convegno di Roma offre da anni agli studiosi, secondo varie prospettive. Un tema come quello del Volto di Cristo costituisce un punto d’incontro fecondo per discipline talora distanti per oggetto e campo d’indagine, dall’esegesi biblica alla teologia dogmatica e morale, dalla storia dell’arte alla spiritualità dell’Oriente cristiano, dalla storia della Chiesa alla mariologia, fino all’attualità politica, rappresentata dalla relazione che ogni anno il senatore Andreotti presenta sullo status quaestionis del processo di pace in Terra Santa, il luogo fisico della vicenda terrena di Cristo, quasi un’immagine drammaticamente presente del Volto sfigurato di Gesù nella Passione.
A fare da trait d’union ai diversi interventi è stato quest’anno il magistero di Giovanni Paolo II sul tema, suggellato dalla recente lettera apostolica Novo millennio ineunte, che contiene una parte specifica dedicata alla contemplazione del Volto di Cristo. Notevole, in ogni campo, l’elenco degli studiosi e delle personalità, che hanno contribuito ai lavori del convegno. Oltre al cardinal José Saraiva Martins, che ha trattato il tema del “Volto di Cristo nei santi e nei testimoni della Chiesa”, a monsignor Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede e al senatore Andreotti, spiccano i nomi di Gianfranco Ravasi tra i biblisti, Bruno Forte per i teologi, e ancora quelli dei gesuiti Tomas Spidlik, esperto di spiritualità dell’Oriente cristiano, e Marco Ivan Rupnik, pittore e professore di teologia orientale presso il Pontificio Istituto Orientale. Non poteva mancare al convegno un forte riferimento al tema della bellezza, che è stato al centro della relazione del teologo Bruno Forte (“Il volto di Cristo: la bellezza che salverà il mondo”) e di altri relatori. Degno di nota l’intervento del gesuita Heirinch Pfeiffer sul “Volto di Cristo nell’arte del Novecento”, che sintetizza e pone a tema la delicata questione del rapporto problematico tra l’arte contemporanea, con la sua tendenza all’astrazione, e la conseguente difficoltà per essa di rendere il contenuto storico e fattuale dell’evento cristiano. Ragion per cui oggi si tende a guardare con rinnovata attenzione alla ininterrotta tradizione orientale delle icone, a cui il convengo ha dato ampio spazio, come a una fonte di ispirazione valida e capace di creare un ponte di dialogo, non solo a livello artistico, tra spiritualità occidentale e ortodossia.

Giovanni Ricciardi





La verità nel comunicare


Mario Di Ianni, La verità 
nel comunicare, Edizioni Vivere in, Roma 1999, 341 pp., 
euro 12,00

Mario Di Ianni, La verità nel comunicare, Edizioni Vivere in, Roma 1999, 341 pp., euro 12,00

Conserva ancora la sua viva attualità il volume di Mario Di Ianni La verità nel comunicare.
È un libro di oltre 300 pagine che non ha scadenza, come del resto il tema della comunicazione, soprattutto oggi che lo sviluppo tecnologico dei mezzi della comunicazione di massa ha ingrandito le possibilità di trasmettere una grande quantità di notizie e, al tempo stesso, di raggiungere in tempi brevissimi milioni di persone. Questo comporta anche il pericolo di mentire a più persone in maniera più consistente e veloce che in passato, attraverso la manipolazione dei fatti: la notizia nuda e cruda difficilmente trova posto. Tutti si è d’accordo che bisogna dire la verità e non si deve mentire, eppure nella vita concreta si sperimenta che in certi casi ben precisi, quando la verità nel comunicare entra in collisione con altri valori, come la salvaguardia della vita di un innocente o il bene di terze persone, si deve mentire almeno materialmente. L’argomento è ancora aperto: il volume aiuta a capire, a capirsi e a gestirsi nell’etica del comunicare.
Il problema della verità viene considerato e analizzato da Di Ianni da angolazioni diverse (Di Ianni è docente di teologia morale e di metodologia scientifica presso la Facoltà di teologia della Pontificia Università Urbaniana di Roma, per cui il taglio dato al volume è coerente con la preparazione e attività culturale e scientifica dell’autore). Ecco allora che nella prima parte del libro (“La dottrina della Chiesa”) il problema della verità viene considerato sotto l’aspetto filosofico, teologico e morale; nella Sacra Scrittura, nel pensiero dei Padri della Chiesa, nella riflessione dei teologi da san Tommaso, punto di riferimento obbligato, e prima (particolare attenzione è riservata a sant’Agostino il cui pensiero ha avuto un grande influsso su tutta la teologia cattolica dell’argomento) fino ai giorni nostri, al magistero della Chiesa nella seconda metà del secolo scorso, da Pio XII a Giovanni Paolo II. Ogni capitolo viene opportunamente siglato da “conclusioni” con le quali l’autore cerca di fissare brevemente ed obiettivamente i concetti delle considerazioni esposte sull’argomento con la sensibilità di chi vive la complessità del problema nell’attualità del presente.
La seconda parte affronta i “Tentativi di soluzione del problema dell’assoluta illiceità della menzogna” per arrivare ad affrontare, nella terza parte, la verità che non si deve comunicare, cioè il segreto. È questo un tema di attualità sempre scottante, ieri come oggi, per le numerose implicazioni sociali e di relazioni interpersonali che richiedono una preparazione dal punto di vista conoscitivo, ma specialmente una formazione al controllo non solo di quello che si trasmette con il linguaggio ma anche di quello che si comunica con il silenzio, gli atteggiamenti, le allusioni, ecc...

Walter Montini





C’era il sole a Nikolajewka


Alfio Caruso, Tutti i vivi all’assalto, Longanesi & C., Milano 2003, 386 pp., euro 17,00

Alfio Caruso, Tutti i vivi all’assalto, Longanesi & C., Milano 2003, 386 pp., euro 17,00

Nel 1943, gli alpini italiani della "Tridentina", della "Cuneense", la "Vicenza" e la "Julia", tutti del nord d’Italia, hanno scritto una bella pagina di storia del Novecento italiano, di epico e silenzioso valore. Affrontano centinaia e centinaia di chilometri nella neve e nel ghiaccio pur di non arrendersi alle armate sovietiche di Stalin che cercano di completare la loro opera di occupazione con le divisioni tedesche, italiane, rumene e ungheresi schierate lungo il Don. Camminano, combattono le nostre penne nere; muoiono a temperature tra i 40 e 45 gradi sottozero, male armati, peggio equipaggiati, in condizioni disumane, soli con la propria baionetta e con delle bombe a mano, senza artiglieria, carri armati o protezione aerea. Tutti i vivi all’assalto è il titolo dell’ultimo libro di Alfio Caruso; è anche il grido di riconoscimento e l’estremo atto di fede nei confronti del commilitone, del conoscente, dell’amico al quale si arriva anche a chiedere la morte piuttosto di cadere vivo nelle mani del nemico.
Alfio Caruso, scrittore e saggista, non è nuovo alla "scoperta" di queste nostre storie. Già con Italiani dovete morire, pubblicato due anni fa, con onestà intellettuale e rigore storico, aveva avuto il coraggio di ricostruire l’eccidio di Cefalonia, l’isola greca che nei giorni che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu teatro di uno degli episodi più controversi della Seconda guerra mondiale: il massacro, per mano dei tedeschi, della divisione Acqui.
Per ricostruire questi fatti, Caruso si è avvalso dei racconti e della documentazione fornita da uno di quegli alpini che fecero ritorno, Giuseppe Prisco, recentemente scomparso: aveva ventun anni, studente di legge, ed era penna nera nella "Julia".
La folle e sciagurata decis�one d� Mussol�n� d� inviare un corpo di spedizione in Unione Sovietica di circa 230.000 uomini (gli alpini a combattere in pianura!) — settembre 1942-marzo 1943 — sprofonda altrettante famiglie italiane nel buco nero della storia. In seguito all’offensiva sovietica del dicembre del ’42, comincia una disperata e disastrosa "ritirata" (una "straordinaria avanzata all’indietro") dell’Armir, che continua per oltre trecento chilometri nella sterminata pianura russa: la stagione del massacro si spinge fino a Nikolajewka, al confine con l’Ucraina. Splende il sole a Nikolajewka il 26 gennaio 1943, ma è una iattura perché così gli alpini si vedono meglio: inizia l’assalto, con le poche munizioni disponibili, e il coraggio italiano non basta per evitare la trappola e la mattanza. I morti furono oltre centomila, settantamila uomini vennero fatti prigionieri (ci vorranno dieci anni per far tornare a casa tutti i prigionieri); la maggior parte morì di stenti nei campi di prigionia staliniani.
Caruso sessant’anni dopo riesce, con una nuova documentata ricostruzione, a dare una visione organica dell’eroica resistenza italiana, raccontando dal principio alla fine gli ultimi undici giorni che segnarono il calvario del Corpo degli alpini italiani: il ritratto che ne esce, non retorico, è in grado di trasformare un esercito sconfitto in esercito di eroi, soli con la loro dignità e il loro coraggio. "Il meglio di sé" scrive Ettore Botti "l’esercito lanciato nel conflitto da Mussolini lo espresse quando c’era da tenere la posizione, da resistere, non mollare, non arrendersi: nei momenti critici, nelle ore drammatiche. Così a El Alamein, così a Cefalonia, così sul fronte del Don". Il libro fa giustizia, finalmente, di un periodo storico, di una immane tragedia sulla quale per decenni la storiografia ufficiale preferì glissare, che forse si voleva rimuovere, ma che oggi viene riconosciuta per quello che è stato sul piano politico, umano, storico.
L’autore ridà vita a un’infinità di vicende personali di valore e altruismo: dall’ufficiale che resta a morire per cedere il posto sulla slitta a un ferito più grave, all’alpino che si fa uccidere per proteggere il compaesano isolato nella sparatoria.
Sono molti i nomi, i testimoni della epopea russa. Odoardo Ascari, un ventenne di Cuneo, si prepara per andare in Russia: scuola di Bassano, viene assegnato alla "Cuneense" (sul Don la "Julia" e la "Cuneense" hanno preceduto la "Tridentina"). Da oltre un anno non ha più notizie del padre; sa che è stato prigioniero all’Amba Alagi assieme al duca d’Aosta, ma ignora che fine abbia fatto.
Il sottotenente Ascari si vergogna di avere i nazisti per alleati, e li detesta; li ha visti impiccare due donne nude accusate di aver danneggiato con la ruota della carriola una linea telefonica posata in terra. Non è al fronte, è dislocato in una posizione meno pericolosa ad Aidar, vicino a Roventi, alla XXI sezione salmerie. Il 16 gennaio del ’43 deve abbandonare la postazione coi suoi 120 alpini per raggiungere coi muli e con il materiale trasportabile Veidelevka e Valujki: l’onda avversaria è inarrestabile. Ma lasciamo la parola all’autore: "I tedeschi controllano ancora in forze questo importante snodo ferroviario e stradale. Valujki appare ben difeso, molto lontano dall’avanguardia del VII Corpo d’armata di cavalleria... Il reparto di Ascari percorre i 42 chilometri di cammino in 11 ore. Li attende una sorpresa: l’evacuazione della città. Il presidio germanico rinuncia alla difesa, fugge avendo avuto notizia che tra loro e il VII Corpo d’armata non c’è nient’altro che la steppa innevata. Il 19 mattina la XXI sezione, allarmata dal crepitio delle mitragliatrici, riesce a scappare.
In marcia verso Kupjansk, sorpassati di continuo dagli ultimi veicoli della Wehrmacht, gli allibiti alpini vedono sfrecciare su una strada parallela a sinistra le colonne sovietiche. Naturalmente Ascari non sa che le divisioni italiane puntano su Valujki, ma, anche se lo sapesse, non ha una radio per mettersi in contatto con la "Cuneense" e avvertire che Valujki è una trappola...
Ascari scoprirà il martirio degli alpini ai primi di febbraio a Oltchanj, durante una delle innumerevoli soste prima dell’approdo finale a Terekovka, ore 11 del 9 marzo. La XXI sezione salmerie della "Cuneense" sarà l’unico reparto delle tre divisioni alpine a rientrare in Italia con tutti gli effettivi, uomini e animali" (pp.124-125).

Walter Montini




Le due tradizioni


Aa. Vv., Parigi o Filadelfia? 
Un confronto decisivo per il futuro dell’Europa, Fondazione Liberal, Roma 2002, 153 pp., s.i.p.

Aa. Vv., Parigi o Filadelfia? Un confronto decisivo per il futuro dell’Europa, Fondazione Liberal, Roma 2002, 153 pp., s.i.p.

Il titolo del libro è strano: Parigi o Filadelfia? (sottotitolo: Un confronto decisivo per il futuro dell’Europa); la copertina, molto semplice, non è proprio accattivante, ma comunque ti viene voglia di vedere di cosa parla. E scopri un libro denso di contenuti.
Spetta a Massimo De Angelis, della Fondazione Liberal, illustrare nel prologo le ragioni della pubblicazione che raccoglie gli atti delle giornate internazionali del pensiero filosofico tenutesi a Trieste, sul concetto delle due libertà che stanno alle origini della modernità politica: Parigi (e cioè la rivoluzione francese) o Filadelfia (ovvero quella americana)? Un confronto tra idee diverse di libertà e tra le diverse esperienze ideali che le hanno prodotte in un momento in cui, dopo la crisi e il tramonto delle esperienze politiche legate al marxismo, sembra che siamo diventati un po’ tutti, o quasi tutti, liberali.
È difficile dar conto di tutti i contributi di alto profilo intellettuale, storico e culturale offerti, anche perché il tema non è dei più semplici. L’assetto del libro è chiaro: un dibattito a più voci con Ferdinando Adornato (“Dimenticare Parigi”), Angelo Panebianco (“Il potere, lo Stato, la libertà”) che tengono le relazioni introduttive; Sergio Belardinelli con “Patria, Stato e religione nel XXI secolo” (sua è anche la laudatio in onore del cardinale Joseph Ratzinger “collaboratore della verità”). Contributi qualificanti del politologo Gianfranco Pasquino (“Perché non dimenticare Parigi”), di Philippe Nemo, Angelo Maria Petroni, Ernst Nolte (“I nuovi giacobinismi: da Robespierre a Bin Laden”). Nel testo trova adeguato spazio anche il tema, più che mai attuale, dell’identità cristiana dell’Europa che è, a sua volta, legato alla stesura della nuova Costituzione europea. Le questioni sottese a tale querelle riguardano non tanto l”’omaggio” da tributare o meno, nella Carta fondamentale europea, a una identità culturale dell’Europa, ma il fatto se si debba riconoscere che è dalla tradizione cristiana che ha origine il peculiare modo di vivere l’esperienza della libertà da parte di noi europei e di noi occidentali; una modalità legata alla persona e al suo valore infinito che discende dall’essere e dal concepirsi a immagine e somiglianza di Dio.
Illuminante, su questo versante, il contributo del cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, su “Libertà e religione nell’identità dell’Europa” (pp. 105-118), al quale fa eco il vescovo Fisichella con un intervento su “Quale filosofia politica per la nuova Costituzione europea?”. Il riconoscimento e la difesa dell’identità dell’Europa che nel cristianesimo trova la sua comune radice e la sua originalità permanente è stata la premessa costitutiva del suo discorrere: «Da queste origini è impossibile prescindere» (p. 123). «Popoli che per storia, tradizioni, educazione, caratteri, erano in tanto contrasto da opporsi spesso in guerre feroci, si sentivano però tutti cristiani, tutti credenti in Dio, tutti per la fede figli del medesimo Padre celeste e della Chiesa di Roma. La medesima lingua latina, parlata comunemente dagli uomini di cultura e usata nella liturgia, era vincolo ed espressione di questa ideale unità» (Giovanni Paolo II). Il cristianesimo appartiene a pieno titolo all’Europa ed è a fondamento della sua storia e dei suoi popoli; un rinnovamento dell’antico continente può avvenire solo nella misura in cui gli si permette di riscoprire ciò che è stato, la sua identità, la sua missione (p. 126).

Walter Montini





Un sorriso per l’Africa


Padre Guido Fabbri, In  Africa con humour. Aneddoti, Ferrara 2003, 95 pp., euro 15,00

Padre Guido Fabbri, In Africa con humour. Aneddoti, Ferrara 2003, 95 pp., euro 15,00

Padre Guido Fabbri nell’introduzione fa sapere che gli aneddoti sono stati vissuti in due Paesi dell’Africa centrale, il Burundi e lo Zaire in parte sugli altipiani della cresta Congo-Nilo e in parte nella foresta equatoriale in un arco di tempo che va dal 1965 al 1993.
Il libro di 96 pagine è diviso in due parti: raccoglie, oltre la presentazione di Maurizio Panconesi che cura la pubblicazione, i cenni biografici sull’autore e l’introduzione. Nella prima parte sono contenuti 22 aneddoti, nella seconda 44.
Gli aneddoti si leggono con piacere e nell’insieme sono divertenti. Fanno conoscere il modo di pensare degli abitanti di quei Paesi. Il volume è arricchito da molte illustrazioni che testimoniano i fatti raccontati.
La fede fa da sfondo a tutti i racconti e mette in rilievo come i missionari facciano precedere ogni realizzazione da lunghe riunioni di coinvolgimento degli abitanti perché siano informati su quanto si sta facendo.
Un aspetto importante preso in considerazione è quello che viene svolto da catechisti tutti preparati dai missionari che da questi vengono aiutati nel loro lavoro.
Da sottolineare è anche l’aspetto che riguarda la mentalità femminile consapevole dei suoi diritti.
Chi fosse interessato al libro, i cui proventi andranno per la costruzione di scuole e piccole chiese in Africa gestite dai padri bianchi, può scrivere a: Agostino Cannarozzo, via Tovalieri 213, 00155 Roma

Liliana Piccinini



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