Rubriche
tratto dal n.06 - 2003


Kosovo, una guerra evitabile


Alberto L’Abate, Kossovo: una guerra annunciata, Edizioni La meridiana, Molfetta (Ba) 1999, 176 pp., euro 7,75

Alberto L’Abate, Kossovo: una guerra annunciata, Edizioni La meridiana, Molfetta (Ba) 1999, 176 pp., euro 7,75

In un parallelismo con la odierna minaccia, almeno nell’annuncio, di “guerra preventiva” all’Iraq, viene riproposto questo libro di Alberto L’Abate, Kossovo: una guerra annunciata.
Quella del Kosovo venne allora definita “guerra umanitaria”. Nella pubblicazione vengono raccolte, attraverso specifiche schede di analisi con una loro comparazione finale (p. 153), le attività e le proposte della diplomazia non ufficiale per prevenire la destabilizzazione dei Balcani: sono le proposte della Comunità di Sant’Egidio, di associazioni “non violente” italiane, svedesi, tedesche..., di sette Organizzazioni non governative (Ong), cioè, che si sono occupate dei problemi del Kosovo, e che possono essere d’aiuto e d’esempio oggi, possono fare luce cioè sulla situazione presente.
La prevenzione va costruita e radicata nella cultura politica, nel sentimento dei popoli interessati, non con l’attacco militare “preventivo”: i costi economici, sociali, politici, ecologici e umani di una guerra sono immensi. Se si fosse dato maggior ascolto alle proposte di soluzione indicate nel 1999 e riproposte nel libro – scrive la responsabile della “Campagna Kosovo”, organizzazione che dal 1993 opera nei territori balcani «per la non violenza e la riconciliazione» – la situazione attuale in Kosovo, lungi dall’essere risolta in pace, sarebbe sicuramente diversa e migliore di quella esistente. La parola prevenzione dà unità al lavoro e se può apparire utopico parlare di diplomazia non ufficiale, gli accordi che gli Stati hanno firmato rendono ancora necessario e indispensabile il lavoro di chi ricerca infaticabilmente le possibilità per una convivenza tra i popoli, per prevenire una ulteriore destabilizzazione dell’intera area dei Balcani e dell’Europa.
Il libro può essere senza dubbio utile per una migliore comprensione della situazione balcanica, massacrata da una guerra “umanitaria”, ma anche per suggerire indicazioni in un momento in cui la storia lascia inquiete le coscienze di molti.
Walter Montini




L’Italia e i Balcani


Carlo Scognamiglio Pasini, La guerra del Kosovo, Rizzoli, Milano 2002, 284 pp., euro 20,00

Carlo Scognamiglio Pasini, La guerra del Kosovo, Rizzoli, Milano 2002, 284 pp., euro 20,00

È ancora di grande attualità, in questo tempo di guerre, l’ultimo libro di Carlo Scognamiglio Pasini sulla guerra nel Kosovo, un racconto che nasce dalle annotazioni di diario, appunti e ricordi personali del periodo in cui ricoprì la carica di ministro della Difesa, nel governo D’Alema, dall’ottobre 1998 al dicembre 1999 (fu anche Presidente del Senato dal 1994 al 1996). Scognamiglio svolse un ruolo di primo piano nelle decisioni politiche e militari che all’epoca – 1995-1999 – furono assunte e il suo nuovo libro, La guerra del Kosovo. L’Italia, i Balcani e lo scacchiere strategico mondiale, ben documenta, anche con molti particolari inediti, il ruolo di primo piano svolto dall’Italia nell’area dei Balcani. In undici capitoli l’autore ricostruisce un periodo importante della nostra storia più recente e tocca questioni fondamentali quali la posizione dell’Italia, la sicurezza e la costituzione di un sistema di difesa comune, in un tempo in cui la guerra ci riguarda sempre più da vicino, rivendicando, pur con toni pacati, il comportamento coerente del nostro Paese nella vicenda dei Balcani. Fornisce poi un quadro esauriente e dettagliato dell’intervento delle forze armate italiane, delle strategie e dei mezzi militari impiegati, e della delicata situazione politica interna e internazionale determinatasi in quei giorni (non dimentichiamo che eravamo in presenza del primo governo guidato dalla sinistra che acconsentì l’inizio delle ostilità e la partecipazione del nostro Paese alla guerra). L’Italia uscì da questa drammatica vicenda avendo conquistato il rispetto e la considerazione degli alleati in una misura che mai si era espressa in passato, e avendo offerto un contributo insostituibile all’azione militare.
A corredo del volume: una sequenza fotografica al centro del libro e, infine, due appendici: le lettere inviate a Scognamiglio ministro della difesa da Washington e dalla Casa Bianca; le principali operazioni delle forze armate nei Balcani a partire dal 12 aprile 1993 (fonte: il ministero della Difesa).
Walter Montini




Enrico Zuppi, storia di un vaticanista cattolico


Valerio De Cesaris, Enrico Zuppi e «L’Osservatore della Domenica». Un giornale da leggere e da vedere,  Studium, Roma 2002, 274 pp., euro 20,00

Valerio De Cesaris, Enrico Zuppi e «L’Osservatore della Domenica». Un giornale da leggere e da vedere, Studium, Roma 2002, 274 pp., euro 20,00

Alla fine del 2002, nella ricorrenza del X anniversario della scomparsa del giornalista vaticano, vide la pubblicazione un bel libro di Valerio De Cesaris, Enrico Zuppi e «L’Osservatore della Domenica». Un giornale da leggere e da vedere. La presentazione e l’introduzione sono di Giancarlo Zizola e di Andrea Riccardi.
nrico Zuppi (1909-1992) …iresse e collaborò a quotidiani, settimanali e periodici, sempre nell’ambito della stampa cattolica (a Bologna lavorò al quotidiano L’Avvenire d’Italia con Raimondo Manzini); promosse iniziative spirituali, apostoliche, assistenziali e culturali; ebbe carteggi “storici” con Giovanni Battista Montini-Paolo VI, del quale era amico (l’amicizia risale agli anni Venti, quando Montini era assistente della Fuci), e con lo scrittore fiorentino Prezzolino. Le Lettere a un giornalista vaticano di Montini, quattro da Milano e altrettante da Papa, sono state pubblicate, a cura di Nello Vian, sul Notiziario n.28 dell’Istituto Paolo VI (pp.7-17); come pure Vian curò, con la moglie di Zuppi Carla Fumagalli, il Carteggio di amicizia: Giuseppe Prezzolini-Enrico Zuppi (oltre 40 lettere) pubblicato nel 1994 in un estratto del bimestrale Studium.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questa corrispondenza intercorsa con un grande Papa e un grande intellettuale non cattolico. «Il confronto spirituale» scrive Guidotti in un articolo apparso su Studium «fra un credente militante cattolico... e un non credente che avrebbe voluto avere una fede ma era rassegnato, pessimisticamente, a non riuscire ormai a raggiungerla, come del resto l’intellettuale fiorentino aveva icasticamente sintetizzato nel libro pubblicato nel 1969 Dio è un rischio e per il quale lo stesso Paolo VI scrisse a Prezzolini l’invito... del Cristo: “Camminate mentre è giorno”».
Ma torniamo al recente volume di Valerio De Cesaris, opportunamente presentato all’Istituto Sturzo il 13 febbraio scorso. È uno spaccato di storia della Chiesa del Novecento, un saggio di storia contemporanea che ci fa guardare dentro il Vaticano, dentro il mondo cattolico, sulla linea di una delicata frontiera tra memoria (il ricordo degli affetti spesso non coincide con la ricostruzione storica) e storia.
Enrico Zuppi fu direttore del settimanale vaticano L’Osservatore della Domenica per oltre trent’anni, fino al luglio del 1979 quando cessò l’autonomia della pubblicazione, sostituita da un inserto quotidiano, e Zuppi cessò il suo servizio per raggiunti limiti d’età: all’incarico era stato chiamato nel gennaio del ’47 da monsignor Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato (cfr. il cap. V, “Gli anni di Paolo VI”). Zuppi era un appassionato comunicatore; aveva una solida formazione culturale umanistica, ma anche sociale, storica, politica, teologica che gli consentiva di essere «un giornalista e un uomo immerso nella vita contemporanea, non solo come osservatore, ma anche come “attore”, autore, animatore: un cattolico militante... fra la gente» (M. Guidotti).
De Cesaris è un giovane ricercatore dell’Università Cattolica di Milano. Nella sua ricerca non tralascia niente; con puntigliosità quasi ossessiva e con meticolosa precisione di analisi riporta documenti, fornisce notizie, indaga tutte le tappe di una vita si può dire spesa al servizio e sulle frontiere della comunicazione e della stampa di un «ingegnere della notizia», come ebbe a definire Zuppi Raimondo Manzini: alla fine ne esce un ritratto completo dell’uomo e del giornalista. Attraverso una vasta documentazione riesce a ricostruire non solo la figura di Zuppi fedele servitore della Chiesa, da laico, ma anche il ruolo del settimanale vaticano nei confronti della società civile: De Cesaris, cioè, riesce a collocare il personaggio nella storia (e qui non siamo più nella “memoria”). Non si dimentichi il periodo storico nel quale Zuppi “lavora”: sono gli anni della guerra, del dopoguerra (nel secondo dopoguerra, su invito del cardinal Schuster, Zuppi era ritornato a Milano quale caporedattore del quotidiano L’Italia); del Concilio Vaticano II, quello straordinario evento ecclesiale che cambiò in un certo qual senso gli orizzonti della vita ecclesiale aprendo una stagione di rinnovamento per alcuni versi non ancora compiuta (la copertina del libro riproduce l’immagine d’apertura del numero dell’Osservatore dedicato al Concilio Ecumenico Vaticano II, 1966) e del post Concilio. Importanti i collaboratori del settimanale, uomini di cultura italiani e stranieri, coi quali Zuppi coltivava un rapporto di amicizia che andava al di là dell’arido rapporto di lavoro (cap. IV): Giuseppe De Luca, Piero Bargellini, Igino Giordani, Davide Turoldo, Salvatore Garofalo, Cesare Angelini, Gilberto Martire, Adriana Zarri. E ancora Giovanni Spadolini, Giuseppe Prezzolini, François Mauriac, Damelle Klitsche Annesi, Henri Daniel-Rops e tanti altri.
La storia di Enrico Zuppi, ha scritto giustamente Marco Impagliazzo sull’Osservatore Romano del 18 dicembre 2002, «si inserisce in quella tradizione di giornalismo cattolico, fatta di tante pubblicazioni, che ha contribuito a dare visibilità alla Chiesa e al movimento cattolico anche in anni difficili. Questa tradizione ha fatto sentire a tanti giornalisti cattolici il loro mestiere come una missione e una battaglia». L’augurio e l’auspicio è che questo importantissimo libro segni la traccia per scrivere la storia del giornalismo cattolico in Italia, la storia dei rapporti tra Chiesa cattolica e media, tra Chiesa e opinione pubblica.
Walter Montini





Prima che il Galli canti


Giorgio Galli, Il prezzo della democrazia, Kaos edizioni, Milano 2003, 277 pp., euro 15,00

Giorgio Galli, Il prezzo della democrazia, Kaos edizioni, Milano 2003, 277 pp., euro 15,00

In linea con il sostanziale laicismo ed anticlericalismo che animano la sua posizione culturale, la Kaos edizioni pubblica un nuovo lavoro che, come è perfettamente naturale che avvenga quando non sono i fatti a scrivere la storia, appare sostanzialmente basato su una serie di accuse assertorie e non fondate su alcuna seria documentazione.
Trascurando non di rado l’imperativo categorico crociano secondo cui la storia non si fa che sulla base delle concrete testimonianze offerteci dai documenti storici, considerate nella loro globalità e mai parzialmente (evitando soprattutto qualsiasi forma di stravolgimento o strumentalizzazione del loro contenuto), il volume, curato dal politologo Giorgio Galli ed intitolato Il prezzo della democrazia, si propone l’obiettivo di ricostruire il ruolo e la figura storico-politica dell’attuale senatore a vita Giulio Andreotti, il quale, nella vicenda dell’Italia repubblicana uscita dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, ha assolto una funzione di straordinaria rilevanza, non solo per l’avere ricoperto l’intero cursus honorum della politica, ma soprattutto per l’essere stato chiamato, dalle contingenze storiche, a traghettare il nostro Paese verso un reale compimento democratico, senza, per questo, venire meno alle esigenze internazionali (dettate dalla guerra fredda e dalla politica dei contrapposti blocchi di potere) che attribuivano all’Italia la basilare funzione di estrema trincea orientale verso il cosiddetto “impero del male”.
Il lavoro di Giorgio Galli (già autore, come reca la nota di copertina, di numerosi altri saggi, il più noto dei quali intitolato Il bipartitismo imperfetto) si propone di attraversare la storia dell’Italia repubblicana seguendo le tracce della biografia politica di Giulio Andreotti.
Come lo stesso Galli precisa nell’introduzione, «in termini di crescita economica, di miglioramento del livello di vita e dei diritti civili» questo periodo storico è stato senza dubbio il più positivo della nostra breve storia unitaria (pur presentando squilibri e pericoli generati dal processo di globalizzazione occidentale), anche per i legittimi meriti che devono essere riconosciuti, nel suo complesso, ad una classe politica che ha avuto in Giulio Andreotti uno dei suoi punti di riferimento più eminenti.
Uno sviluppo positivo che sarebbe certamente dovuto alla storia di quella “guerra fredda” (definita da Ernst Nolte «una guerra civile europea e mondiale») originata dalla volontà di «contenere l’espansione del comunismo», ma anche, nello specifico del nostro Paese, dal consolidarsi di «consorterie di potere e di una diffusa cultura dell’illegalità» che, del tutto estranee alle minacce agitate dagli spettri della guerra fredda, hanno imposto, «in termini di prestigio delle istituzioni, di etica sociale, di corretto funzionamento dell’economia e di peso del crimine organizzato», un elevatissimo prezzo alla nostra società.
Costo in relazione al quale diverso ruolo è stato svolto dalle varie personalità politiche della cosiddetta “prima Repubblica”, contribuendo ora a ridurlo, ora ad innalzarlo. E Giorgio Galli non esita ad affermare che Giulio Andreotti, nella sua lunga carriera, ha chiaramente dimostrato di appartenere alla categoria di coloro che quel prezzo, attraverso il loro agire politico, hanno contribuito ad elevare.
Secondo l’autore, inoltre, quel “prezzo della democrazia” che dà il titolo al volume, sarebbe stato alimentato non poco anche dal nucleo dirigente del Partito comunista italiano (del cui operato lo stesso Galli è profondo conoscitore) costituitosi attorno alla figura di Palmiro Togliatti, che, pur avendo fornito un impulso notevole alla democrazia rappresentativa, con le sue contemporanee scelte di allineamento al blocco sovietico, ha sostanzialmente limitato la possibilità d’instaurare, nel nostro Paese, una sana e corretta logica politica dell’alternanza di governo, sostituita, invece, dalla necessità (quando non addirittura dall’obbligatorietà) di una conventio ad excludendum.
Il volume di Giorgio Galli, considerato nel suo impianto complessivo, somiglia molto anche nella forma argomentativa all’ultima sentenza emanata dal tribunale di Perugia; nella quale, senza alcuna documentazione riguardo al rapporto tra lui e gli esecutori materiali, Andreotti appare come un “ipotetico mandante” delle più terribili e complesse vicende politiche italiane. Nel volume come nella sentenza, inoltre, viene non poche volte adombrata addirittura l’ipotesi che il mandato fosse tacito, oppure che ad Andreotti facesse comodo che le cose andassero in un certo modo.
Non si può negare che la vicenda andreottiana si inserisca in un contesto storico quanto mai complesso e aggrovigliato, e pertanto sarebbe stato opportuno esaminare anche il ruolo di molti altri personaggi complessi o enigmatici, nonché il dramma sia dei partiti che, oltre alla Democrazia cristiana, hanno avuto responsabilità nazionali ed internazionali, sia di una situazione estremamente complessa derivante da una concezione della vita politica fondata sulla contrapposizione di due blocchi egemoni, in continuo confronto e lotta tra loro.
Tutto ciò avrebbe certamente trovato adeguato spazio qualora si fosse trattato di un serio volume di storia, il quale non avrebbe corso il pericolo di far apparire Giulio Andreotti (più che nella veste di un Talleyrand dei nostri giorni) come uno strano personaggio isolato da un contesto, il quale, grazie alla sua eccezionale capacità, sarebbe riuscito a raccogliere nelle sue mani tutti i lati oscuri di una lunga vicenda politica.
Un’incontestabile altra inesattezza storica, contenuta nel volume di Giorgio Galli, è quella riguardante l’intervento di Adriano Ossicini (ancora giovanissimo ma già dirigente di primo piano dell’allora neonata formazione politica della sinistra cristiana), nel corso del convegno regionale organizzato dalla Fuci per l’Italia centrale (svoltosi ad Orvieto, presente Andreotti, dal 20 al 23 aprile del 1938), con il quale si affermava, nonostante un generale tono etico-politico, la necessità di trasformare in azione concreta l’opposizione, fino a quel momento ancora ideale, al fascismo. Galli esclude con disinvoltura la veridicità di questo episodio, sostenuto invece da una ricca documentazione scritta di molti storici, tra cui l’allora presente Emanuele Giuntella.
Aggiungiamo che a testimonianza dell’autenticità dell’episodio, oltre ad Adriano Ossicini e Giulio Andreotti, ci sono ancora le memorie di molti fucini allora presenti, e che l’episodio viene ricordato anche in un carteggio riservato tra Benito Mussolini, duce del fascismo, e la Santa Sede, a proposito della detenzione in carcere alla quale venne sottoposto lo stesso Ossicini.
Fabio Silvestri





Il genocidio degli armeni


Alice Tachdjian (a cura di),
Pietre sul cuore. Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni, Sperling & Kupfer, Milano 2003, 200 pp., euro 15,00

Alice Tachdjian (a cura di), Pietre sul cuore. Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni, Sperling & Kupfer, Milano 2003, 200 pp., euro 15,00

In un cestino della carta straccia, Alice Tachdjian trova, dopo la morte della madre, Varvar, nel 1990, tre manoscritti redatti a più riprese tra il 1974 e il 1989. È il diario terribile e poetico di un’esistenza individuale, che s’inserisce, come in un grande romanzo storico, nel quadro della tragica vicenda del popolo armeno. Varvar nasce nel 1909 a Ulas, uno dei villaggi armeni che subiranno i massacri e la deportazione del 1915 ad opera dei turchi. Il “grande male” (metz yeghérn), il genocidio dimenticato dalla storia, e tuttora negato dal governo di Ankara, è raccontato attraverso il filtro dei ricordi, gli occhi di una bambina che non riesce a dimenticare. L’effetto narrativo è sconvolgente. Un libro scritto senza pensare alla pubblicazione: il resoconto sobrio, essenziale, quasi cronachistico di eventi che solo oggi si rendono presenti alla memoria storica collettiva.
In Italia, negli ultimi vent’anni, sono stati fatti molti passi in avanti per diffondere la conoscenza e sostenere il riconoscimento del genocidio del popolo armeno, fino al pronunciamento ufficiale del Parlamento italiano, avvenuto nel 2000. Ogni anno nel nostro Paese si pubblicano sei o sette titoli di un certo rilievo sulla questione; oltre alle case editrici Guerini, che cura una vera e propria collana dedicata alla questione armena, e Mimesis, che pubblica sull’argomento studi storico-scientifici, ora, per la prima volta, una casa editrice “commerciale”, Sperling & Kupfer, ha il merito di proporre al grande pubblico questo libro, che si legge tutto d’un fiato, che lascia stupiti per la limpidezza della prosa, la lucidità del racconto, e che ha il pregio artistico di essere stato scritto senza alcun artificio: la storia di una donna, straziata dalla propria vicenda umana, in cui prevale comunque, in ogni circostanza, un tenace e drammatico desiderio di vivere e di ricordare. Vengono alla mente, nel leggere queste pagine, le parole del poeta-soldato Ungaretti di fronte all’immane catastrofe della guerra: «Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita».
L’Armenia, la terra da cui nascono due dei quattro fiumi menzionati nella Genesi, è rappresentata con gli occhi di una bambina, che ne è stata strappata via a forza: ed ha i colori dell’Eden, il Paradiso perduto. Quest’immagine tersa e serena dura lo spazio di un capitolo. Immediatamente dopo, il diario ci trascina nell’orrore della tragedia di un popolo che fu quasi del tutto annientato nei primi mesi successivi allo scoppio della Grande Guerra, per opera del governo ottomano, sotto la spinta ideologica dei Giovani Turchi. Gli occhi di questa bimba descrivono, passo dopo passo, lo svolgersi degli eventi: l’eco degli spari durante la fucilazione degli uomini del villaggio, in cui morirà il padre di Varvar; la successiva deportazione di donne, vecchi e bambini nel deserto della Siria, destinati a morire di fame e di stenti, a subire le violenze delle tribù curde e dei poliziotti turchi; la separazione di Varvar dalla madre, che resterà il ricordo più doloroso e indelebile per questa creatura di sei anni. Fuggendo in braccio a una zia, Varvar si salverà, come tanti bambini armeni, per l’intervento di un conoscente turco, che la prenderà come sguattera al proprio servizio, fino alla fine della guerra, fino alla rivoluzione che porterà al potere Kemal Pascià, il padre della “moderna” Turchia, sotto il quale continuerà la persecuzione degli armeni sopravvissuti allo sterminio del 1915-1916. Suo fu il divieto tassativo alle famiglie turche di tenere in casa bambini armeni, anche se forzosamente islamizzati, come era capitato a Varvar, che pure conservava tenacemente, nel suo cuore, la fede cristiana dei suoi padri: «Ripetevo in armeno, ogni notte, prima di addormentarmi: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, fa’ che io ritrovi mia madre…”».
Molti di questi piccoli, compresa la protagonista della storia, verranno così “scaricati”, dopo il 1920, in orfanotrofi gestiti in gran parte da missionari protestanti. E in uno di questi orfanotrofi Varvar comincerà a riacquistare la propria dignità, nonostante il clima “militaresco”, la dieta quasi da fame, la disciplina asfissiante. Imparerà a leggere e a scrivere, sperimenterà le prime amicizie, conoscerà per la prima volta, attraverso una fessura che permetteva di vedere la parte maschile del brefotrofio, il volto del suo futuro sposo, Assadour, che avrebbe rincontrato fortuitamente molti anni dopo, a Parigi.
Quando Kemal caccerà gli stranieri dal Paese, anche i missionari e gli orfani armeni loro affidati dovranno partire per sempre. Varvar descrive le tappe di un viaggio che per questi piccoli apolidi riserverà ancora amare sorprese, fino al definitivo approdo in Francia.
Anche per gli storici della questione armena il diario di Varvar contiene particolari interessanti, finora poco evidenziati. L’accoglienza che la Grecia, a partire dal 1921, riserverà ai sopravvissuti armeni, si rivela una prosecuzione della tragedia: delle trenta compagne del brefotrofio, ventitré moriranno di stenti sulla spiaggia di Corinto senza ricevere alcuna assistenza. Poi la partenza per la Francia, dove gli armeni, sia pure accolti, subiranno nuove umiliazioni: la diffidenza, se non l’aperta ostilità della gente, lo sfruttamento sul lavoro, la povertà schiacciante, i sacrifici sostenuti per far studiare i figli. Fino all’ultima, dolorosa constatazione: quella memoria che per Varvar è attaccamento alla vita, garanzia della propria identità, per i suoi figli, attratti dal modello di vita francese, diventa invece un fardello ingombrante, duro da sopportare.
Nonostante la lunga catena di sofferenze, Varvar descrive la vicenda della sua vita con una dolcezza disarmante, sostenuta da una prosa tragicamente serena, che appare, ed è quasi un miracolo, priva di rancore. Questa donna, al termine della sua esistenza, nonostante tutto, continua a riconoscere nella terribile sorte di un intero popolo il segno quasi impercettibile, paradossale, ma concreto, della presenza di Dio: «Ma perché Dio ha voluto che noi bambini sopravvivessimo? Perché siamo stati risparmiati dalla furia omicida? Forse noi fummo dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la via impervia e dolorosa del perdono».
Giovanni Ricciardi


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