Recensioni
Il dualismo Dio-Cesare

Giuseppe Dalla Torre, IEuropa. Quale laicità?/I, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2003, 137 pp., euro 9,00
È indubbio che uno di questi valori fondanti dell’identità europea sia il principio di laicità, inteso come neutralità dello Stato nei confronti del fattore religioso. Ma, paradossalmente, la salvaguardia stessa di questo principio presuppone il riconoscimento esplicito dell’insostituibile ruolo demandato nella nuova Unione alle Chiese. Questo non vuol dire solo tutelare un patrimonio spirituale e religioso che è componente essenziale della civiltà europea, se è vero che è stato il cristianesimo il “crogiolo” nel quale in età medievale si sono fuse le diversità fra latini, franchi, germani, celti. Si tratta piuttosto, in una prospettiva non rivolta al passato ma mirante al futuro, di convenire che spetta alle Chiese di continuare a predicare, nel rispetto del dualismo Dio-Cesare, che vi sono necessariamente degli ambiti non “riconducibili a Cesare”, ma anzi del tutto sottratti al potere dello Stato.
La democrazia ha bisogno di valori etici forti, di solidarietà, di responsabilità, di sussidiarietà, che nutrano il corpo sociale. Le esperienze del passato insegnano che lo Stato, non potendosi farsi esso stesso religione ed etica, non può darsi da solo questi valori né possono essere le istituzioni politiche ed economiche a formare la persona al loro rispetto: il compito deve essere affidato alle famiglie, alla scuola e in primis alle Chiese.
Serena Ravaglioli
Agostino, Péguy e le domande originali dell’uomo

Rino Fisichella, ILa via della verità. Il mistero dell’uomo nel mistero di Cristo/I, Edizioni Paoline, Alba (Cuneo) 2003, 216 pp. , euro 17, 00
In un tempo come il nostro, soggetto a grandi cambiamenti culturali che a buona ragione possono essere definiti epocali, la domanda circa il senso della vita deve avere un primato indiscusso. Più la tecnica ha il predominio, più l’uomo scopre il proprio limite e si rapporta a un’esigenza di spiritualità che tende a relativizzare le conquiste della tecnica, le quali non riescono a soddisfare l’esigenza che è nel più profondo del cuore di una persona. È, questo, uno dei temi cari a Fisichella (vedi anche la sua introduzione alla Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel novembre dello scorso anno); lungo questa dimensione va letto il suo nuovo libro (Fisichella è uno dei teologi più affermati a livello internazionale; ha insegnato Teologia fondamentale per vent’anni presso la Pontificia Università Gregoriana). Ecco, nel volume, i saggi sul volto di Cristo; la funzione della Chiesa mediatrice; il recupero della categoria di mistero, il senso della speranza…: Fisichella è solito dire che la speranza oggi è il nuovo nome della fede. E, come scrive Péguy, la speranza non è la sorella minore, ma quella che tiene per mano e trascina con sé fede e carità. Frequenti sono i richiami, soprattutto nella prima parte del volume, alla letteratura francese, Péguy, Pascal, Blondel; accanto ai riferimenti alla letteratura francese, frequenti i richiami al teologo tedesco H.U. von Balthasar, molto amato dall’autore.
Il volume è dedicato ai 25 anni di pontificato di Giovanni Paolo II del quale l’autore ripercorre il magistero più significativo, con continui richiami soprattutto alla enciclica Fides et ratio (90): «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono».
Il libro è idealmente diviso in quattro sezioni: la prima sottolinea l’eternità della domanda sul senso. Sono le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché la presenza del male? Cosa ci sarà dopo questa vita? La seconda parte si concentra sul tema del volto di Cristo (bella la descrizione della Trasfigurazione, p.46); la terza riflette sull’importanza dell’Annuncio, mentre la quarta, la parte finale, si occupa delle virtù, fede, speranza e carità, riproponendo le parole di Péguy: «La piccola speranza avanza fra le due sue sorelle grandi e non si nota neanche quella che è sposata [fede] e quella che è madre [carità]».
Incontrando monsignor Fisichella all’Università Lateranense, l’ateneo pontificio dove si sono formate molte generazioni di giovani, sacerdoti e laici. Al termine della prolusione d’apertura del nuovo anno accademico, dedicata proprio a questi temi, gli ho fatto due domande. La prima su cosa può dire ai giovani il suo libro. Fisichella mi ha risposto che «li aiuta a riscoprire una dimensione che va al di là dell’effimero cui spesso forze ignote li vuole sottoporre, per aprire loro un orizzonte di senso che li aiuta a costruire da protagonisti il loro futuro, nel mondo e nella Chiesa».
La seconda domanda sul libro era proprio che riflessioni potevano suscitare all’interno della Chiesa queste pagine. E il rettore della Lateranense mi ha spiegato che la sua «è una ricerca teologica che aiuta a entrare ancora di più nella missione di evangelizzazione che la Chiesa ha nel mondo contemporaneo. Emerge una passione per la verità che permette alla Chiesa di presentarsi ancora oggi come luogo e spazio di libertà genuina».
“Viam veritatis elegi” è il motto episcopale di monsignor Fisichella; La via della verità, il titolo del suo libro, che non a caso inizia con una citazione di sant’Agostino: «Ti rimando a delle favole? Ti obbligo a credere a qualcosa di sconsiderato? Dico che la nostra anima cerca, se c’è, la via della verità. Se questo in te non avviene, perdonami e rendimi partecipe, di grazia, della tua sapienza; se invece riconosci in te ciò che io dico, ti scongiuro, cerchiamo insieme la verità» (Agostino, De utilitate credendi, in Opera omnia, vol.VI/1).
È un Fisichella molto agostiniano quello che incontriamo in questo libro, che ancora una volta, come nei precedenti suoi testi, esprime la sua valenza apologetica, come quella di voler presentare in un linguaggio accessibile all’uomo contemporaneo la verità della fede cristiana.
Walter Montini
Dall’America con livore

Robert Katz, IRoma città aperta/I,Il Saggiatore, Milano 2003, 477 pp., euro 20,00
Katz dichiara di essere stato spinto a riprendere le ricerche su quei mesi tormentati dall’emergere di una nuova importante documentazione, resa disponibile in seguito alla desecretazione da parte della Cia delle carte dell’Office of Strategic Services, il servizio segreto americano in tempo di guerra, e alla declassificazione dei documenti diplomatici degli archivi vaticani relativi al periodo in questione. A queste fonti si aggiungono gli atti dei processi contro Erich Priebke e quelli della decennale causa giudiziaria intentata contro Katz stesso dalla nipote di Pio XII. Dopo l’uscita di Morte a Roma, da cui fu tratto il film Rappresaglia, la contessa Pacelli Rossignani citò Katz per diffamazione: nel libro si sosteneva infatti che il Papa, pur essendo al corrente del piano di rappresaglia concepito dai tedeschi come punizione dell’attentato di via Rasella, non avrebbe fatto nulla per bloccarlo. Questo non intervento rientrava, secondo Katz, nel quadro di quella “politica del silenzio” ostinatamente perseguita da Pio XII per non mettere a repentaglio la sua neutralità e il prestigio che da questa posizione super partes gli derivava. Inoltre il Pontefice non voleva schierarsi apertamente contro Hitler nella speranza di poter mediare un accordo separato fra Germania e alleati occidentali che isolasse Stalin: era infatti il “comunismo ateo” il suo timore più grande, molto più che il nazismo stesso. Queste tesi, ormai ripetute all’infinito nel dibattito che da quarant’anni oppone gli accusatori di papa Pacelli e i suoi difensori, sono altresì al centro di Roma città aperta e ne costituiscono anzi il filo conduttore, al quale si torna a far riferimento a proposito di tutti gli episodi narrati.
In un articolo pubblicato sulla rivista Cristianità il rabbino David G. Dalin osserva che «la tecnica usata negli attacchi a Pio XII è semplice. Richiede solo che le prove a favore siano interpretate nella peggiore luce e sottoposte all’esame più rigoroso, mentre le prove contro siano invece interpretate nella miglior luce e non siano sottoposte ad alcun esame». Questo il modo di procedere anche di Katz. Si consideri per esempio il risalto che dà alle “prove” della conoscenza di Pio XII dell’imminente massacro delle Fosse Ardeatine. La prima è il racconto del colonnello delle S.S. Engen Dollmann di una sua visita fatta la sera stessa dell’attentato al superiore generale dei Salvatoriani, padre Pankratius Pfeiffer, che fungeva da intermediario tra il Papa e le autorità tedesche: nel colloquio Dollmann avrebbe rivelato che ci si doveva attendere delle misure di rappresaglia, di cui peraltro lui stesso non era al corrente, e avrebbe chiesto a Pfeiffer di sollecitare il Vaticano a farsi promotore di un piano di pace per prendere tempo, consistente in un funerale solenne delle vittime con benedizione papale. Da notare che Dollmann riferì di questo incontro vent’anni dopo, senza invece averne fatto cenno nel libro di memorie che pubblicò nel 1949, e parzialmente lo smentì in seguito. Altrettanto priva di informazioni certe era la telefonata fatta in Vaticano la mattina del 24 marzo da un sedicente ingegner Ferrero del governatorato, addotta da Katz come seconda e decisiva prova: dava dei particolari sull’attentato e parlava di contromisure ancora sconosciute, indicando la possibilità che per ognuno dei tedeschi uccisi fossero giustiziati dieci italiani. Da ciò Katz deduce che il Pontefice era al corrente della rappresaglia – che in realtà fu eseguita in gran fretta e nella più grande segretezza, su ordine di Hitler stesso – ma non volle fare nulla, facendo all’opposto pubblicare sull’Osservatore Romano un invito alla popolazione romana a mantenere la calma e ad astenersi da atti inconsulti che avrebbero potuto finire a danno di tanti innocenti. Agli sforzi in realtà compiuti dalla Segreteria di Stato per raccogliere informazioni sicure, anche attraverso padre Pfeiffer, Katz riserva il più assoluto silenzio. In compenso indica come ulteriore prova della benevolenza pontificia verso i nazisti e della sua avversione all’attività della Resistenza l’editoriale pubblicato il 25 marzo dall’Osservatore in calce al comunicato tedesco sull’avvenuta fucilazione di dieci comunisti-badogliani per ogni tedesco ammazzato, nel quale si parlava di «trentadue vittime da una parte e trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all’arresto dall’altra». Tuttavia Katz stesso deve ammettere che non fu questa l’interpretazione che dell’editoriale diedero i tedeschi, che anzi ne furono profondamente irritati e procedettero a un rimprovero formale nei confronti del Vaticano.
Un criterio analogo è usato da Katz a proposito della deportazione degli ebrei dal Ghetto il 16 ottobre 1943. Dal console tedesco Friedrich Mollhausen il Vaticano sarebbe stato informato del piano e anche del fatto che la sorte che attendeva i deportati era la liquidazione. Poche ore dopo il rastrellamento Pio XII fu messo al corrente dalla principessa Pignatelli. Si attivò per cercare di fermare gli arresti ma non ruppe la politica del silenzio, restando in sostanza indifferente a quanto avveniva “sotto le sue stesse finestre”. Per dare fondamento alla sua tesi Katz deve naturalmente confutare che l’ospitalità offerta dalle istituzioni religiose e dal Vaticano stesso a migliaia di ebrei seguisse l’esplicita volontà del Papa. Così alla ricostruzione data da storici come De Felice e alla testimonianza concorde resa dopo la guerra dai sopravvissuti, vengono preferite le tesi della “storica dell’Olocausto” Susan Zuccotti, secondo le quali il numero di quelli che furono salvati andrebbe in realtà fortemente ridimensionato mentre si hanno prove certe (ma non fornite) del fatto che alti funzionari del Vaticano cercarono in generale di scoraggiare le richieste di asilo. Seguendo questa falsariga, l’avvertimento che fu dato ai rifugiati presso la canonica di San Pietro, dei quali la metà circa erano ebrei, dopo l’incursione fascista nel convento di San Paolo, che non si potevano più considerare luoghi sicuri gli edifici extraterritoriali, può essere per esempio presentato senza esitazioni come un invito ad andarsene, derivato direttamente dal Papa. Salvo poi ammettere che «partirono solo quelli che vollero partire».
A fronte di questa continua insistenza sull’accordo sostanziale fra Vaticano e occupanti tedeschi, Katz dà dei tedeschi stessi una visione in fondo meno severa di quanto ci si aspetterebbe. Persino Kappler è mostrato del tutto immune da ogni antisemitismo: anzi, prima del rastrellamento del Ghetto si sarebbe adoperato perché per gli ebrei romani fosse applicata una soluzione analoga a quella adottata in Tunisia, non deportandoli ma utilizzandoli per lavori forzati in loco. Nello stesso massacro delle Fosse Ardeatine Kappler si sarebbe in fondo limitato a eseguire ordini venutigli dall’alto, cercandone anzi di ridurre la gravità (Hitler avrebbe richiesto l’uccisione di cinquanta italiani per ogni tedesco) e scegliendo le vittime fra quelli che erano già condannati alla pena capitale o comunque, come nel caso degli ebrei, già destinati a morte certa.
Gli autori delle peggiori efferatezze compiute a Roma dopo l’8 settembre e prima dell’arrivo degli Alleati sarebbero stati i fascisti e in particolare quelli del Reparto speciale di polizia, la “banda” guidata da Pietro Koch. La cronaca degli ultimi momenti di vita di quest’ultimo prima della sua fucilazione, decretata nel giugno 1945, è un altro buon esempio del modo di mostrare gli eventi proprio di Katz. Koch aveva chiesto perdono al Papa e Pio XII inviò monsignor Nasalli Rocca a portargli un rosario con la sua benedizione: un atto di cristiana clemenza presentato come una manifestazione di sconcertante indulgenza.
Serena Ravaglioli
Una miscela di vita

Gianni Pizziolo, IAll’ombra dei gelsi/I, Sovera, Roma 2003, 127 pp., euro 10,00
Sono i sentimenti a farla da padrone in storie che, infine, sono tutte uguali, quelle della periferia di Roma o di Milano oppure quelle vissute in piccoli borghi dispersi per le campagne o sui monti. La vita stessa di Ulio è cadenzata dal passare delle stagioni, fino alla conclusione della storia, la storia di un grande amore a lieto fine, vissuta con passione.
Walter Montini
Fra libertà e responsabilità

Simone Pollo, IScegliere chi nasce. L’etica della riproduzione umana fra libertà e responsabilità/I, Guerini Studio, Milano 2003, 191 pp., euro 17,00
Su questa “rivoluzione riproduttiva” riflette il libro di Pollo, sulle possibilità di nuove scelte che si vanno delineando, sugli interrogativi etici che questa “rivoluzione” porta con sé. Da un lato, infatti, ci si può chiedere quanta libertà deve essere riconosciuta agli individui di compiere scelte sulla procreazione e, quindi, di ricorrere anche alle diverse forme di riproduzione assistita; dall’altra parte è aperta la questione di quale sia la condotta responsabile dinanzi alle decisioni in campo riproduttivo. Il libro propone l’idea che non si possano introdurre discriminazioni pregiudiziali fra forme di riproduzione “naturale” e forme di riproduzione “artificiale”, ma che gli individui abbiano un diritto individuale a compiere le diverse scelte riproduttive. Riconoscere questo diritto, tuttavia, non significa sostenere che queste scelte siano moralmente indifferenti o sottratte a qualsiasi forma di responsabilità; ciò che viene argomentato, al contrario, è che questa responsabilità esista, ma che debba essere assegnata al singolo individuo e alle sue scelte private e non ai controlli e alle sanzioni della legge. Il libro si focalizza su questa responsabilità, e suggerisce una concezione della responsabilità riproduttiva che si concentra sulla promozione della qualità della vita del nascituro, concepita non come ricerca di presunte condizioni perfette di vita, ma come promozione del maggior numero di opportunità di scelta e di sviluppo di sé per chi nascerà.
Sono temi molto delicati e importanti per il nostro futuro. Dal dibattito in corso sortiranno scelte che saranno scelte di civiltà o di inciviltà; ben venga dunque anche questo importante apporto scientifico di Pollo.
Walter Montini
La “Fabbrica” dei preti

Massimo Guidi, ILa “Fabbrica” dei preti/I, Pacini, Ospedaletto (Pisa) 2003, 104 pp., s.i.p.
È un libro di storia locale. Ecco passare in rassegna le numerose figure sacerdotali nate in questo paese: su una popolazione complessiva di circa 1400 abitanti, nel 1901 sono 12 i sacerdoti Fabbrichesi; nel periodo 1876-1901 sono ben 14 i sacerdoti nati a Fabbrica: un numero molto alto di preti. Da Fabbrica, diocesi di Volterra, fra il 1876 ed il 1991 sono provenuti 33 sacerdoti, cosa mai registrata – credo – in Italia, e addirittura nel mondo; se poi penso a don Giovanni Maria Brogi che fu parroco di Fabbrica per 63 (!) anni (1862-1925), la mia meraviglia diventa stupore!
È un libro di analisi sociologica, per la verità marginale rispetto al corpus del lavoro che è dedicato essenzialmente alle figure sacerdotali del luogo. Attraverso l’analisi della famiglia contadina fra Ottocento e Novecento, ad esempio, la sociologia che l’autore ci presenta abbraccia e si spinge nelle dimensioni della vita religiosa, della specificità culturale del luogo, in un profilo d’insieme abbastanza efficace che l’autore tratteggia in questo viaggio in “Gran Bretagna” – così era chiamato il paese –; in una trama comunicazionale socializzante che si snoda tra tradizioni religiose e popolari, luoghi, uomini, avvenimenti.
Walter Montini
«La suprema legge nella Chiesa...

Pontificio consiglio per i testi legislativi, IVent’anni di esperienza canonica. 1983-2003/I, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2003, 243 pp., euro 16, 00
Giovanni Ricciardi