Rubriche
tratto dal n.02 - 2001


Il contagio della carità


È stato pubblicato da poco il libro L’uomo delle beatitudini del cardinale Fiorenzo Angelini.
L’uomo di cui si tratta è l’abate lldebrando Gregori, nato a Poggio Ginolfo (Aq) nel 1894 e morto a Roma il 12 novembre 1985.
Non è la prima volta che il cardinale Angelini scrive del servo di Dio. C’era stato, ad esempio, il volume L’eremo e la folla, il monaco Ildebrando Gregori OSBC del 1986, ed oltre venti saggi ed interventi di varia natura e lunghezza, pubblicati, per lo più ne Il Padre, bollettino trimestrale di informazione e spiritualità della Congregazione benedettina delle Suore Riparatrici del Santo Volto di Nostro Signore Gesù Cristo, sita in Roma.

L’uomo delle beatitudini
Tornando alla nuova fatica del cardinale Angelini (214 pagine scorrevolissime e documentatissime, dalle quali viene fuori più che lo studioso attento e severo, l’amico, l’estimatore, il “figlio” rimasto in qualche modo orfano di tanto padre, pagine da leggersi tutte d’un fiato ed alle quali di certo non nuoce una pregevole veste grafica e di ciò va dato merito alla Editrice Velar) il lettore si chiederà il perché del titolo: L’uomo delle beatitudini. La curiosità viene subito appagata dall’autore nell’introduzione (pp. 10-11), in parte ripetuta nella seconda di copertina: «Esse [le beatitudini] aprono il discorso della montagna (Mt 5, 3-12) e costituiscono la più esauriente definizione della vita di santità che ogni seguace di Cristo è chiamato a perseguire. […] Non vanno prese separatamente nel loro riferimento alla santità: sono altrettante facce di un unico diamante. Il servo di Dio fu povero nello spirito…». Il resto dovrà, con suo grande arricchimento e godimento spirituale, scoprirlo il lettore, come auspica anche l’autore.
Reputo qui corretto ed utile ricordare un’altra espressione: «In un tempo come quello che stiamo vivendo, la santità del servo di Dio svela i motivi veri ed esemplari di una vocazione umana, religiosa e consacrata e, nello stesso tempo, attuale […]. Per tracciare un profilo che renda individuabile una persona bastano pochi tratti, purché siano quelli che rendono inconfondibile la sua fisionomia, la quale è innanzitutto la fisionomia di un uomo di fede e di carità, che si nutriva della Parola di Dio, trasmettendola con una straordinaria forza evangelizzatrice». Uomo di Dio, uomo delle beatitudini.
Padre Ildebrando Gregori conobbe, ebbe e dispensò quella pace che supera ogni umano intendimento: era uomo della carità e sapeva contagiarla; era uomo della speranza e riusciva ad abbattere la sfiducia e lo scoraggiamento; era uomo di preghiera e induceva a ricercare Dio.

Maestro di spiritualità
Il padre fu maestro di spiritualità perché camminò sulle orme del Cristo sofferente vide (forza della carità!), e conobbe tutti come fratelli e in ciascuno di essi, dagli orfani di guerra (come negli anni Quaranta) alle fanciulle abbandonate, dagli sbandati agli studenti degli atenei, cercò e trovò il volto del suo Maestro. In occasione del Natale 1958, ci ricorda ancora l’autore, aveva scritto: «Nella beata notte a Gesù domanderò questa grande grazia: la perfezione della carità nella nostra esistenza» (Stelle di Natale, 37). Trentasei anni prima aveva detto: «Se le opere anche socialmente più apprezzabili nascondono amor proprio, orgoglio, superbia… non hanno più il profumo della redenzione, né la capacità di illuminare il nostro prossimo con la luce del buon esempio».
Ecco il “padre” che viene fuori già in giovane età; ecco l’uomo equo, alieno da gloria e vanagloria, dedito tutto alla donazione continua di sé a favore di chiunque aspettasse da lui un dono, un gesto, un esempio. Queste virtù, che confluiscono nel suo carisma, funsero da moltiplicatrici delle vocazioni verso la grande famiglia benedettina-silvestrina e, in seguito, nella Congregazione femminile da lui fondata. Commenta ben a ragione l’autore: «Certamente, la chiamata ad abbracciare la vita religiosa viene da Dio, ma, abitualmente, a rendere consapevoli di questa chiamata, a formare gli individui per rispondere con perseveranza ad essa, è l’esempio decisivo di chi ha pienamente realizzato in sé la propria vocazione».
Pochi come l’abate Gregori hanno saputo trasmettere ai giovani affidati alle sue cure tanto rigore e serietà, ma, al tempo stesso, altrettanta gioia ed entusiasmo nell’abbracciare il difficile cammino della vita religiosa e consacrata. E questa è santità. Di santità parlava spesso (forse è più esatto dire “dava testimonianza”) in termini quali «via d’oro al Paradiso», «gioia incalcolabile», «trono preparato per tutti».
Santità, cammino verso il Paradiso sulle orme dei santi che della sequela del Figlio dell’uomo fecero l’imperativo categorico dei propri pensieri e, soprattutto, delle proprie azioni. Cammino arduo, quello della santità: questo lo ripeteva a chiare note. Oltre al bordone del pellegrino, chi intende iniziare il viaggio bisogna che si premunisca anche di altri strumenti indispensabili: in primis i voti di povertà, obbedienza e castità (che sono «il sigillo divino della chiamata all’amore», ovvero «il trionfo dell’amore» od anche «il nostro contratto d’amore» con Dio (come scriveva alle sue «carissime figliole» nel 1972, 1976 e 1978) e «si ricordi di mettere nella bisaccia quelle lucerne capaci di additare sempre il cammino: fede, speranza e carità».

Il Santo Volto
Infine, quasi a voler condire questa “ricetta” antichissima, ma da lui attualizzata, il padre ci metteva una presina di sentimento e di bontà tutta personale, ereditata dalla pia saggezza delle antiche donne d’Abruzzo: la carità tutta particolare di saper raccogliere ed «asciugare le lacrime di chi piange». C’è un immenso bisogno di asciugare lacrime, amava ripetere. Le lacrime umane le paragonava sempre alle altrettanto umane lacrime di Cristo crocefisso, come si vedono sul Volto benedetto, trasfigurato e sofferente dell’iconografia lignea medievale tipica dei Paesi iberici, ma anche dell’Italia centromeridionale. Volto Santo, Volto di Cristo: quante riparazioni ti sono dovute per tutte le offese, le bestemmie, le malvagità perpetrate dall’uomo contro Te e contro un uomo “altro”, pur sempre tua icona!
Da questa profondissima e pia devozione al Santo Volto ed alla riparazione che dall’umanità gli è dovuta, nasce l’idea quasi imperiosa di fondare una congregazione di suore espiatrici, come puntualmente registrato nel testamento del 1971: «[…] Piacque alla Divina Provvidenza aiutarmi per realizzare un’opera di bene: il pio sodalizio delle Suore Benedettine Riparatrici del Santo Volto». Éorreva l’anno 1950, quello del primo giubileo dopo l’immane sciagura della seconda guerra mondiale: questa coincidenza non è casuale, ma causale. Il Sodalizio, successivamente, diventò Congregazione.
Un religioso, un consacrato come il padre, sentiva esclusivamente suo l’obbligo di “riparare” i guasti materiali, umani, spirituali, civili… che l’umanità aveva arrecato al Signore. Come un novello “agnello” che “tollit” (si accolla) con Cristo il peso dei peccatori.
La devozione al Santo Volto, ammesso che possa essere datata, la si fa risalire all’incontro (1941) del padre con madre Pierina De Micheli, anch’essa innamorata del Santo Volto, della Congregazione delle Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires, che lo aveva scelto come padre spirituale. In precedenza il servo di Dio si era fatto promotore della devozione al Sacro Cuore, accentuata anch’essa da un forte senso di riparazione e da una crociata contro ogni «bestemmia, imprecazione o parola oscena» (1930).
Le due devozioni sono le pietre miliari del percorso del servo di Dio ed attraverso esse poté attualizzare il carisma benedettino.
Era un lavoratore instancabile, dormiva pochissimo, viaggiava ininterrottamente e, comunque, non faceva mancare la propria presenza ovunque fosse invocata o soltanto desiderata. Tutto accompagnato dalla pratica della preghiera, punta di diamante (e pietra angolare) della sua vita interiore intensissima. Amore di Dio e amore del prossimo, contemplazione ed azione: così può essere riassunta la vita del padre, monaco, abate, missionario ed apostolo (soprattutto dei più deboli, dei minimi di matteana memoria). Ora et labora emblema di vita.

Conclusione
Dopo più di quindici anni dalla morte terrena, il tempo non ha né sciupata né ingiallita la figura dell’abate Ildebrando Gregori. Il suo valore è inalterato perché non c’è corrosivo che possa intaccare la santità fatta essenzialmente di fede, di carità e di preghiera. Fu visivamente “uomo di preghiera”. Quando pregava restituiva a Dio la sua parola, la stessa che rivolgeva agli uomini quando parlava loro o quando scriveva, da «uomo trasfigurato dalle beatitudini vissute».

Vincenzo Bertolone





Immagini dell’Anno Santo


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G. A.



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