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LITURGIA
tratto dal n. 07/08 - 2011

PONTIFICIO ISTITUTO DI MUSICA SACRA

La Tradizione è moderna


Dopo sedici anni alla guida del Conservatorio della Chiesa, monsignor Valentino Miserachs Grau indica la strada per risollevare le sorti della musica liturgica: tornare ai documenti del Concilio Vaticano II, fedeli interpreti della Tradizione. Intervista


Intervista con monsignor Valentino Miserachs Grau di Pina Baglioni


Al centro dello studiolo di monsignor Valentino Miserachs Grau c’è un pianoforte a coda molto bello. «Un regalo della fabbrica viennese Ehrbar a Pio XI nel 1929, in occasione del suo cinquantesimo giubileo sacerdotale: un pezzo unico appositamente costruito per lui». Monsignor Miserachs, 68 anni, di Sant Martí Sesgueioles, piccolo paese della diocesi di Vic, poco distante da Barcellona, è preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra dal 1995. E maestro della Cappella musicale Liberiana cioè della Basilica romana di Santa Maria Maggiore dal 1977.
Lo abbiamo incontrato alla fine di un anno accademico davvero particolare: proprio in questo 2011 il Pontificio Istituto di Musica Sacra ha celebrato i suoi primi cento anni di vita. E monsignor Miserachs si appresta a congedarsi definitivamente dai suoi studenti. «Anche se, dopo quattro mandati consecutivi, probabilmente ci sarà un anno di proroga».

Monsignor Valentino Miserachs Grau, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, davanti al pianoforte nel suo studio [© Paolo Galosi]

Monsignor Valentino Miserachs Grau, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, davanti al pianoforte nel suo studio [© Paolo Galosi]

Monsignor Miserachs, come e quando è cominciata la sua grande passione per la musica sacra? In uno dei suoi numerosi scritti lei si è spinto a definire il canto gregoriano «quasi come un ottavo sacramento».
VALENTINO MISERACHS GRAU: Era evidentemente un’iperbole. Ma l’ho detto pensando all’insegnamento del Concilio Vaticano II, quando dice: «Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra». La bellezza sublime del canto gregoriano esprime l’ineffabilità del mistero là dove la parola non può arrivare. Cantare e suonare durante la santa messa come la Chiesa latina comanda, cioè secondo gli straordinari documenti pontifici che abbiamo ricevuto in eredità, non è un optional. Ne va della trasmissione della fede in nostro Signore Gesù Cristo. Come scrisse san Pio X nel motu proprio Inter sollicitudines, la musica sacra deve essere santa, vera arte, universale. Eredità ripresa alla lettera dal Concilio Vaticano II e dal susseguente magistero pontificio.
Comunque, la passione per la musica mi si è incollata addosso da quando avevo sei anni. Un giorno, io e mio fratello scovammo in soffitta una vecchia fisarmonica sgangherata che, però, funzionava ancora. Mentre la suonavo, i miei genitori si accorsero che avevo un orecchio formidabile. Mi portarono subito da un bravo pianista e compositore del mio paese, il maestro Francesc Vives, per capire se veramente fossi portato per la musica. Il suo parere fu positivo. Cominciai allora a prendere lezioni e contemporaneamente a suonare l’organo in chiesa.
Come e perché è arrivato a Roma?
C’è di mezzo la Provvidenza, non c’è dubbio: a undici anni andai in seminario e là il vescovo mi permise di continuare a studiare musica. Nel 1963 mi spedirono a Roma per studiare Teologia alla Gregoriana. E, una volta conseguita la licenza, proprio nel momento in cui stavo per rientrare in Catalogna, il mio vescovo cambiò inspiegabilmente idea, lasciandomi rimanere nella Città eterna. In quel cambio repentino ho sempre visto la mano della Provvidenza. Con l’autorizzazione del mio vescovo mi iscrissi nel 1967 al Pontificio Istituto di Musica Sacra, che allora aveva la sua unica sede in piazza di Sant’Agostino. E vi trovai come preside monsignor Higini Anglès i Pàmies, che mi stimava molto. E il grande maestro Armando Renzi con cui cominciai a studiare composizione, subito dopo aver conseguito la licenza in canto gregoriano. Due anni dopo mi spostai al Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila per continuare la composizione con Renzi e studiare organo principale. Sono rimasto così legato a quel Conservatorio, che, all’indomani del terremoto dell’aprile 2009, abbiamo ospitato in Istituto: ben sette classi di studenti. Alcuni si sono sistemati addirittura qui nello studio.
Comunque, qualche tempo dopo, Renzi, che era anche direttore della venerabile Cappella Giulia di San Pietro, mi introdusse in quell’ambiente come secondo organista e compositore. Nel frattempo, nel 1973, il maestro, oggi cardinale, Domenico Bartolucci, mi chiamò ad affiancarlo nella direzione della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore. Sono ormai passati 38 anni dal quel giorno! E se a Renzi debbo la mia permanenza a Roma e, dal punto di vista tecnico, la ricerca della musicalità, a Bartolucci sono debitore del mio arrivo a Santa Maria Maggiore e della ricerca del rigore.
Nel 1981, purtroppo, il Capitolo Vaticano decise di sciogliere la Cappella Giulia e mandò tutti a casa. E Armando Renzi, due anni dopo, dal dolore ne morì.
Il maestro Riccardo Muti, tra i più prestigiosi direttori di orchestra del mondo, nel maggio scorso ha lanciato un appello per bandire dalle chiese le canzonette e la musica indegna della liturgia. Non solo: in questi ultimi tempi non si contano i libri, gli articoli sui maggiori quotidiani nazionali e internazionali sulla volgarità della musica liturgica contemporanea. Addirittura sono usciti film di importanti registi che descrivono impietosamente questo particolare aspetto della Chiesa.
Non si può neanche immaginare la quantità di persone che vengono a lamentarsi qui da noi. Alcune ci dicono di non riuscire più a seguire con attenzione e devozione la messa, distratti da tanta incuria per quanto riguarda i canti e la musica durante il sacrificio eucaristico. E anch’io quando vado a dir messa in parrocchia da qualche mio amico parroco, rimango attonito.
Non bisogna farsi troppe illusioni di risalire in poco tempo dal baratro in cui siamo caduti. Bisogna ricominciare poco a poco. Fare dei piccoli passi. È un po’ come insegnare a parlare e a camminare a un bambino. O, meglio ancora, è come andare al catechismo, a imparare i fondamentali della nostra fede.
La chiesa di Sant’Agostino, nell’omonima piazza romana <BR>[© Paolo Galosi]

La chiesa di Sant’Agostino, nell’omonima piazza romana
[© Paolo Galosi]

Ci può fare qualche esempio?
Basterebbe che ogni parroco si procurasse il Liber cantualis dei padri benedettini di Solesmes che raccoglie i canti più semplici ed essenziali del gregoriano come il Credo, il Gloria, il Pater noster. O il libretto voluto da Paolo VI nel 1974 Iubilate Deo. C’è pure il repertorio pubblicato dal nostro Istituto: Celebriamo cantando i misteri della salvezza, un’antologia da noi preparata di canti gregoriani e in lingua italiana per tutte le circostanze dell’anno liturgico. Lo ristampiamo continuamente. Oltretutto, spesso inviamo i nostri insegnanti a dare una mano ai parroci.
Un’altra cosa facile da fare sarebbe far sì che nelle cattedrali, nelle chiese maggiori, nei seminari, nelle congregazioni religiose si celebrasse almeno una messa settimanale cantando il gregoriano nell’ordinario della messa. O, se risultasse troppo faticoso, almeno una volta al mese.
E la Chiesa, ai suoi più alti livelli, come dovrebbe muoversi?
Il fatto che, dopo il bellissimo chirografo di Giovanni Paolo II scritto il 22 novembre 2003 in occasione del centenario del motu proprio di san Pio X Inter sollicitudines, non si sia più affrontata la questione, è inspiegabile. Da molti anni vado dicendo, attraverso scritti, convegni e quant’altro, che la Chiesa cattolica si deve munire di un organismo che abbia valenza normativa nell’ambito della musica sacra. C’è un’enormità di repertori da monitorare, in varie lingue, provenienti da vari Paesi, allestiti dalle conferenze episcopali e dai movimenti ecclesiali. Si dovrebbe istituire una commissione che abbia l’autorità e il coraggio di dire “questo sì e questo no”. Non si tratta di inventarsi un’istituzione inutile. Ma di fare chiarezza in un ambito, quello della musica sacra, totalmente abbandonato a sé stesso o lasciato nelle mani di ignoranti, incompetenti, nella migliore delle ipotesi. Perché molti sono in buona fede! Quando va male, invece, si tratta di mercanti senza scrupoli che stanno facendo un sacco di soldi con la loro musica, legati a case discografiche compiacenti e magari a qualche distratta conferenza episcopale. E se si trattasse solo di soldi, potrebbe ancora passare. Sarebbe umanamente comprensibile. Quello che proprio non si può sopportare è che molti testi e molta musica che si producono per la sacra liturgia non hanno nulla a che fare con la fede cattolica. Strizzano l’occhio ad atmosfere musicali e a testi impregnati di concetti gnostici e new age che introducono agenti tossici che intaccano la mente e i cuori del popolo di Dio. Tutto questo per me è un mistero: uno dei tanti aspetti del mysterium iniquitatis in cui siamo immersi. Qui non si tratta di essere fissati con il latino e con i bei tempi antichi in un’azione tutta di retroguardia. È l’esatto contrario. Perché il bellissimo capitolo VI della costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II – specificamente dedicato alla musica sacra – riconosce «il posto principale» al canto gregoriano «come canto proprio della liturgia romana»; ribadisce la grande importanza della polifonia sacra e invita a promuovere «con impegno il canto religioso popolare […] in modo che possano risuonare le voci dei fedeli». Infine, auspica che «i musicisti animati da spirito cristiano […] compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra. […] I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla Sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche».
Stiamo parlando del Concilio Vaticano II, non di qualche circolo di tradizionalisti residuali. È profondamente ingiusto scaricare la responsabilità di un tale disastro sul Concilio. Che, in realtà, è stato, da questo punto di vista, tradito.
«Animare la messa»: è un’espressione, questa, che si sente spesso negli ambienti cattolici o in occasione di grandi raduni religiosi. Come se si dovesse rianimare un corpo morto.
Ho sentito spesso anche l’espressione «allietare la messa». Non saprei dire quale sia la peggiore.
La frantumazione dell’autorità ha determinato una disobbedienza senza precedenti. Dove a un certo punto i superiori, a tutti i livelli, dal momento che nessuno obbediva più, hanno cominciato ad avere paura di dare indicazioni autorevoli. Ecco perché ci vuole qualcuno che ricominci da ciò che è piccolo: piccoli passi, piccole cose. Ricordando sempre che la musica sacra non deve essere intesa come un fine, ma come un mezzo che ci connette ai sacri misteri della morte e risurrezione di Gesù.
Oggi nella Chiesa si trascura il paziente che sta morendo spostando l’attenzione su ciò che è accidentale. I cultori del liturgismo amano riunirsi nelle loro conventicole. Gli intellettualoni vanno a cercare le chiese dove si fa buona musica liturgica come se andassero a visitare una mostra d’arte. La fede in nostro Signore c’entra poco.
In molti, in questi ultimi decenni, hanno pensato che per attrarre i fedeli in chiesa fossero necessari repertori musicali che assecondassero la modernità. Soprattutto per non far scappare i giovani.
E infatti le chiese sono vuote. Certo, i motivi sono molti e dolorosi. Non ci metteremo certo a dire che la colpa è solo della musica e dei canti indegni. Pio X, tanto per fare un esempio, scrisse il suo documento sulla musica sacra perché ai suoi tempi le chiese si erano trasformate in teatri d’opera. E, a tal proposito, così s’esprimeva nel 1903: «Per questo si dice che essa piaccia al popolo, e si ha il coraggio di asserire che modificando e sopprimendo nelle chiese tale stile diminuirà la frequenza dei fedeli alle funzioni liturgiche. […] Io dirò che troppo si abusa di questa parola popolo, il quale si è dimostrato ben più serio e devoto di quel che d’ordinario si crede, gusta le musiche sacre, né lascia di frequentare le chiese dove quelle si eseguiscono. […] Il popolo vi assiste entusiasmato e devoto». Addirittura invita alla brevità del canto liturgico, per non stancare troppo il popolo! Anche perché la povera gente, dopo quelle lunghissime esecuzioni di stampo teatrale in cui avevano trasformato la santa messa, scappava stremata dopo il Credo, alla ricerca di una messa “letta”.
Benedetto XVI in visita all’Istituto, il 13 ottobre 2007 [© Osservatore Romano]

Benedetto XVI in visita all’Istituto, il 13 ottobre 2007 [© Osservatore Romano]

Il grande compositore e direttore d’orchestra cattolico Gustav Mahler diceva: «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri». Sente di condividere tale giudizio?
Sì, completamente. Senza tradizione non si dà modernità. La tradizione della Chiesa è la madre del vero progresso. Conosco le culture musicali contemporanee di molte parti del mondo, non ne conosco una che non sia parente stretta del gregoriano. Lo sono anche le melodie proprie della Chiesa in Asia o nelle Americhe. Ho anche ascoltato molti canti liturgici in Africa: anche questi hanno una purezza melodica molto simile al gregoriano. Il canto gregoriano è uno strumento di cattolicità e ha degli agganci con tutte le culture musicali del mondo. Solo partendo dall’impianto della tradizione la musica sacra può progredire ed essere veramente santa, arte autentica, universale. E quindi bella.
Guardiamo ai documenti della Chiesa sulla musica sacra e liturgica: dal Concilio di Trento al Vaticano II, uno è legato all’altro senza mai contraddirsi. Tutti partono dalla tradizione.
In un’intervista rilasciata qualche mese fa, lei parla delle «sconfitte apparenti» della sua vita. Cosa intendeva dire?
Dirigere il Pontificio Istituto di Musica Sacra per sedici anni e avere davanti agli occhi il panorama che abbiamo fin qui descritto, non è forse una sconfitta? Racconto un ultimo episodio: in occasione dell’Anno Paolino ho offerto, ovviamente in forma gratuita, a nome del Pontificio Istituto di Musica Sacra, una mia composizione alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Si trattava di un oratorio su san Paolo e san Fruttuoso. Gentilmente mi hanno risposto che già era stato commissionato ad altri stanziando una bella somma. Alla fine, pare che quest’altro oratorio non l’abbia sentito nessuno. E meno male! Perché il cardinale arciprete mi ha riferito che il testo parlava di un presunto “fidanzamento” di san Paolo. Ecco, non è il caso di commentare.
Sono convinto, però, che il lavoro per nostro Signore Gesù Cristo si deve continuare a fare nel silenzio, nella perseveranza e nella preghiera. Perché il padrone della storia è Lui. Che sa e vede tutto.



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